Dieci anni dopo l’inizio, la Reggio BiC celebra la sua storia facendo diventare la carrozzina simbolo di un linguaggio comune: sul parquet cade la distanza, sugli spalti cresce l’idea di una comunità che si riconosce oltre l'inclusione
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FORTUNATO SERRANO'
C’è un modo molto semplice per capire quando uno sport smette di essere soltanto sport e diventa comunità: basta ascoltare il suono delle ruote sul parquet. Al Palacalafiore, nella serata del 6 gennaio, quel rumore ha scandito la quinta edizione del Trofeo BiC, trasformando Reggio Calabria in un’arena di emozioni, memoria e futuro. Un appuntamento che la Reggio BiC ha voluto vivere come una festa piena, anche perché il 2026 coincide con un traguardo che pesa: dieci anni di vita della società.
Il campo, per una sera, è stato più di un rettangolo di gioco. È diventato un palcoscenico dove si sono incrociate storie diverse, con la stessa voglia di esserci. Insieme agli atleti della Reggio BiC e della Old School, sono tornati i volti che hanno segnato le stagioni più intense: i veterani, le “vecchie glorie”, uomini che hanno visto la squadra spingersi fino alla Serie A e che oggi si ritrovano con negli occhi quella miscela di orgoglio e nostalgia che appartiene alle cose vere. Sugli spalti e a bordo campo, la presenza delle istituzioni ha accompagnato la serata: il presidente del CIP Calabria, Scagliola, il delegato provinciale Giordano e il Garante regionale delle persone con disabilità, Ernesto Siclari, chiamati a osservare un evento che, per natura, vive oltre il risultato.
Ed è proprio su questo punto che le parole di Siclari hanno dato il senso dell’intera manifestazione: «Quella di stasera è l'ennesima dimostrazione che la Reggio BiC guarda con grande interesse alla comunità e quindi all'ennesima occasione con la quale ci dimostra che è capace di riunire tutti, tutte le persone e quindi persone con disabilità ma anche senza, in un appuntamento che serve a far sì che tutti si sentano coinvolti, che tutti possano partecipare ad occasione di sport come questa». Il patrocinio, spiega, è arrivato senza esitazioni: «In qualità di garante delle persone con disabilità della Regione Calabria ho immediatamente concesso il patrocinio perché aderire a questo tipo di iniziative significa sposare le cause importanti per questa città e per questa regione». E poi il cuore del messaggio, quello che resta addosso: «È attraverso la collaborazione, attraverso il coinvolgimento di tutti, si può far sì che nessuno si senta escluso… questo è l'obiettivo di questa serata che abbiamo sposato con grande entusiasmo».
Il Trofeo BiC si regge su basi solide, costruite nel tempo. È un progetto riconosciuto dalla Regione Calabria nell’ambito del PAC 2014-2020, capace di superare l’avviso pubblico per le manifestazioni sportive e destinato a proseguire fino al 2026. Un riconoscimento che racconta credibilità, continuità, forza organizzativa. Dentro questo perimetro, la competizione diventa un linguaggio che mette insieme mondi che spesso restano separati: basket e basket in carrozzina si alternano e si fondono nei momenti di Up&Down, con squadre miste e un gioco che cambia ritmo, postura, prospettiva, lasciando però intatto ciò che conta: la gioia di stare in campo.
Tra i protagonisti anche i ragazzi del progetto «Carceri – Mettiamoci in gioco» di Sport e Salute S.p.A., ospiti dell’USSM di Reggio Calabria e delle comunità coinvolte. Il pallone passa di mano in mano, la partita diventa relazione, e le barriere si sciolgono in un gesto ripetuto e semplice: giocare insieme. A dare ulteriore spessore simbolico alla serata, i due testimonial Juninho Clemente e Baz Sripirom, chiamati a rappresentare, in modo diretto, l’idea di uno sport che attraversa confini e promuove parità e sviluppo della persona, senza steccati.
Nel racconto della società, però, la spinta inclusiva non è uno slogan: è un’intenzione che viene coltivata e ribadita. Lo dice con chiarezza la presidente Ilaria D’Anna, che al Trofeo attribuisce un significato netto: «Questo trofeo l'abbiamo voluto tantissimo perché teniamo i valori sulla disabilità, perché vogliamo fare capire a tutti che non c'è differenza tra una persona normodotata e una persona con disabilità, soprattutto in campo, perché in campo si scende tutti uguali, si lotta per lo stesso obiettivo». E aggiunge il senso della scelta di aprire e mescolare: «Volevamo che interagissero più persone, non soltanto i ragazzi con disabilità ma anche le persone normodotate». Da qui la presenza della Old School, «persone di una certa età che entrano in campo» per testimoniare «l'animo sportivo e la voglia di dimostrare che anche loro possono giocare a basket in carrozzina». È un’idea che riguarda anche i più giovani: «Così abbiamo anche i ragazzini… capiscono che a volte la disabilità va vista non con occhi diversi, che sono persone normali come tutti gli altri». La chiusura è un invito che tiene insieme dignità e identità: «Siamo tutti unici, importanti e fondamentali per gli altri… tutti insieme possiamo ottenere l'obiettivo a cui vogliamo arrivare».
Dentro il decimo anniversario della società si inserisce anche la voce di chi quella storia l’ha attraversata dall’inizio. Valerio Dell’Osso, dirigente e atleta, lega il Trofeo alla traiettoria della Reggio BiC e alla sua presenza sul territorio: «Questo quinto Trofeo BIC festeggia i dieci anni del Reggio Calabria Basket in carrozzina, un evento aperto a tutti, un evento che fa conoscere a Reggio ancora di più il basket in carrozzina, questo sport meraviglioso e anche la società». E poi il filo conduttore: «In questi dieci anni la Reggio Calabria Basket in carrozzina si è contraddistinta per il suo impegno nel sociale, infatti il nostro motto è sempre mettersi in gioco». Il campo, per lui, è un ponte tra generazioni: «Oggi troveremo in campo tante vecchie glorie e nuovi giocatori… saranno squadre miste con i primi giocatori del 2016 e i nuovi giocatori che oggi giocano in questa stagione del campionato di Serie A, il massimo campionato… ci saranno delle squadre miste». Infine, l’appartenenza, detta senza filtri: «Io sono uno dei primi giocatori di questa società… oggi svolgo il compito di dirigente e giocatore quando manca qualcuno, ci mettiamo in sella alla carrozzina e cominciamo a giocare, diamo tutto per questa società».
Il Trofeo, però, non si è esaurito nelle due ore del Palacalafiore. Al mattino, Reggio Calabria ha scelto di raccontarsi ai partecipanti con un percorso tra Museo Archeologico, Piazza De Nava, Via Marina, Corso Garibaldi e Piazza Italia, fino a un tour gastronomico che ha fatto profumare la giornata di tradizione, sapori antichi e identità calabrese. Un’idea semplice: legare lo sport alla città, farlo camminare nelle strade, farlo diventare occasione di conoscenza e appartenenza.
Quando le luci si abbassano e restano gli ultimi saluti, ciò che rimane è una sensazione precisa: quella di aver assistito a qualcosa che non si archivia come un torneo qualunque. Il Trofeo BiC si chiude tra sorrisi, applausi e felicità, con la forza di una serata che ha messo insieme passato e futuro, inclusione e ambizione, gioco e responsabilità. Reggio Calabria, per una notte, si è vista allo specchio e ha riconosciuto una verità concreta: quando lo sport è autentico, unisce davvero e lascia tracce che durano.

