L’analisi

Centrodestra al 60% dei seggi? Pd e blocco repubblicano possono invertire le previsioni, ecco come

Spesso i sondaggi rischiano di diventare più reali del reale. Letta e i “draghiani” potrebbero tirare fuori la strategia ispirata a Ross Perot che consentì a Clinton di vincere nel 1992 nonostante le previsioni sfavorevoli

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di Pasquale Motta
27 luglio 2022
17:57
Enrico Letta e Ross Perot
Enrico Letta e Ross Perot

Sondaggi, alleanze e strategie caratterizzano i pensieri, le mosse, le ansie e gli interrogativi delle coalizioni e dei partiti in vista della scadenza dei termini per la presentazione delle liste e dei candidati all’uninominale. Proprio l’uninominale turba i sonni del Pd. Le simulazioni in base ai sondaggi nei collegi uninominali consegnano un dato fosco: secondo queste simulazioni il centrodestra potrebbe arrivare a conquistare il 60,50 dei seggi parlamentari.

Ipotesi plausibile e con il paradosso che il Pd rimarrebbe vittima di una legge elettorale congegnata da se stesso. Se il centrodestra si attestasse su una percentuale del genere, inoltre, potrebbe agevolmente cambiare la carta costituzionale senza neanche passare per il referendum confermativo. E la Meloni già pensa al presidenzialismo.


E, tuttavia, la situazione è molto più complicata da come appare. A partire dai sondaggi che, spesso, più che prevedere la realtà sono utilizzati per orientare il dato finale. La situazione è così fluida e con un grado di astensione così forte che non ha proprio senso fare simulazioni numeriche basandosi su percentuali dei singoli partiti (ottenute attraverso sondaggi in cui di alleanze non si parla). L’elettorato non è più immobile. Basta pensare che il 2014 gli elettori consegnarono l’exploit del Pd di Renzi. Il 2018 determinarono il successo dei pentastellati. Il 2019 è stato l’anno del boom della lega di Salvini. Il 2022 potrebbe essere l’anno della Meloni. E tuttavia, questi dati apparentemente diversi sono accompagnati da un comune denominatore la fluidità dei dati elettorali in pochi mesi. Se a ciò aggiungiamo i metodi effimeri della rilevazione dei sondaggi, fossi nei partiti sia di destra che di sinistra, non mi cullerei affatto su quelle rilevazioni.

Affidabilità dei sondaggi

Lo riassume benissimo in uno schema tal Jack Daniel sui social, il quale fa un’analisi che merita di essere ripresa. Prendiamo per esempio l’ultimo sondaggio della Tecné, secondo il quale, la destra potrebbe sfiorare il 50%. Il sondaggio è reperibile sul sito della Presidenza del consiglio. Soffermiamoci sulle note metodologiche. "Metodo raccolta informazioni: cati-cawi. Consistenza numerica campione intervistati: campione di 800 casi, totale contatti: 5.487 (100%) - rispondenti 800 (14,6%); Rifiuti/sostituzioni: 4.687 (85,4%). Domanda: Le intenzioni di voto dichiarano il voto 55% - astensione e incerti 45% (rispondenti = 100%); Riassumiamo: Tecné ha contattato 5.487 persone. Di queste hanno risposto in 800 e 4.687 o hanno riattaccato il telefono (metodo CATI) o non hanno risposto ad una mail del tipo "ti piacerebbe partecipare ad un sondaggio?" (CAWI). Rimangono quindi 800 persone. Di queste, il 45% (cioè 360) non risponde alla domanda su che partito voterebbe, ma o dice che sono affari suoi, o dice che non lo sa, o dice che si asterrà. Rimangono quindi 800-360=440 persone che rispondono e dicono cosa voteranno. Queste 440 sono quelle che formano le percentuali che vedete qua in basso. Questo sondaggio, quindi, è la risposta di 440 persone su 5.487 contattate, vale a dire le risposte del 7,5% dei contattati. Per carità, non si mette in discussione la tecnica e il risultato del sondaggio. Tuttavia, se il 92,5% dei contattati non dà risposta per una ragione o per l'altra, è molto probabile che ancora non si sia formato un'idea, non sa se andrà a votare o no, e se sì, per chi”. Ognuno dunque, può avere le sue convinzioni sui sondaggi, ma è evidente che, spesso, sono utilizzati più per condizionare la realtà che prevederla.

Le rilevazioni confermano tuttavia, un dato ormai inconfutabile: una fluidità enorme nell'elettorato. Inoltre, coloro che hanno un'idea ben precisa e ci tengono a farlo sapere, rappresentano allo stato, meno del 10% dell’elettorato. E allora, è abbastanza plausibile che, l’esito di questa campagna elettorale, seguita distrattamente dagli italiani, considerato che in queste ore gran parte di loro è sotto gli ombrelloni, sia ancora tutto da scrivere. La domanda, sorge spontanea: il Pd, il fronte repubblicano sono ancora in condizione di ribaltare i dati che vengono fuori dalle simulazioni? È plausibile di si, a patto che, si metta in campo un’intelligente strategia politica ed elettorale.

La strategia del Pd e del fronte repubblicano per arginare la destra

Il Pd e la sinistra per non registrare un risultato che potrebbe rivelarsi non una sconfitta ma una catastrofe elettorale, dovrebbe calibrare una adeguata strategia. La peggiore scelta per il PD+Sinistra potrebbe essere quella di dar vita ad un fronte unico. Una buona tattica elettorale, per contendere molti collegi uninominali al centrodestra, potrebbe essere quella che, Pd-sinistra e fronte repubblicano più Renzi, marcino divisi per colpire uniti.

Una tale strategia potrebbe essere valida, solo nel caso che, ovviamente, il blocco dei Repubblicani e quello del Pd e la sinistra, puntino davvero a vincere. Altre volte, infatti, il centrosinistra, ha rinunciato a competere. Se il Pd punta a perdere, preferendo contenere i danni, salvando la poltrona ai leader piuttosto che puntare alla vittoria elettorale, sperando magari, di tornare al potere per via traverse durante la legislatura, in tal caso, la strategia del fronte unico è perfetta!

Insomma, a nostro modestissimo avviso, per vincere all'uninominale, per il Pd e la sinistra, sarebbe meglio essere in tre e non in due. Un esempio? Alle elezioni presidenziali USA nel 1992, Clinton riuscì a battere il presidente uscente Bush senior, grazie alla candidatura indipendente di Ross Perot, uno che sparava a zero contro i Democratici e rubava tanti voti ai repubblicani. Ross Perot si attestò al 18,9%, mentre George H. W. Bush si fermò al 37,5% e Bill Clinton diventò presidente degli Stati Uniti con il 43,0% dei voti. Uno schema che potrebbe essere seguito dal Pd e dal blocco repubblicano di Calenda, Bonino e Renzi. Nei collegi uninominali c'è la coalizione di Meloni e company che parte mediamente dal 40-45%. Imbattibile in uno scontro a due. È evidente che, in uno schema del genere, il centrodestra a trazione meloniana farà il pieno. Se a questa coalizione si contrapponesse un fronte unico, indistinto, lo scontro diventa a due. Nello scontro a due, il Pd, è destinato a perdere rovinosamente (un 2% di scarto medio in uninominale implica una sconfitta certa). Se invece, il fronte repubblicano più Renzi corre da solo all'uninominale rispetto al Pd, potrebbe portare almeno un paio di vantaggi sia al PD che al Fronte repubblicano. Il primo: Calenda e company potrebbero rubare un sacco di voti al centrodestra, abbassando la loro percentuale media nei collegi al 35-40%.

Il blocco repubblicano più Renzi, infatti, staccato dal Pd e anche, in chiave polemica con i democrat, potrebbe essere molto attrattivo soprattutto verso quel cdx in dissenso con la scelta di FI e Lega di abbattere il governo Draghi. Secondo vantaggio: il PD potrebbe attrarre elettori che non voterebbero mai candidati di una coalizione che includa il cosiddetto blocco repubblicano. Risultato: spingere il centrosinistra tradizionale intorno al 35-40%, una tale ipotesi, renderebbe i collegi uninominali tutti contendibili, anche quelli che le simulazioni danno sicuri per il centrodestra. Il blocco repubblicano non parteciperebbe alla ripartizione di nessun collegio uninominale ma, contribuirebbe ad impedire la vittoria del cartello antidraghiano e, comunque, al proporzionale potrebbero contendersi una percentuale intorno al 10%. Al massimo, si potrebbe studiare in alcuni collegi, una qualche forma di astensione tecnica verso alcuni loro candidati.

Giornalista
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