Giuseppe De Paola, calabrese, laureato in Pianificazione Territoriale, Urbanistica e Ambientale, da anni approfondisce i temi della sostenibilità urbana, dell’ingegneria ambientale, dell’energia e della resilienza climatica, promuovendo una cultura della pianificazione orientata al benessere delle persone e alla tutela del territorio.

Sul clima che sembra ormai impazzito, sulle conseguenze e sulle possibilità che ha l’uomo di intervenire, lo abbiamo intervistato.

Ogni estate sentiamo parlare di cambiamenti climatici, ma molto meno dell’isola di calore urbana. Di cosa si tratta e quanto incide realmente sull’aumento delle temperature nelle nostre città?
«L’isola di calore urbana è un fenomeno ben documentato: nelle aree densamente urbanizzate le temperature possono essere significativamente più elevate rispetto alle zone rurali circostanti, soprattutto nelle ore serali e notturne. Questo accade perché asfalto, cemento e superfici scure assorbono una grande quantità di energia solare durante il giorno e la rilasciano lentamente nelle ore successive. Se aggiungiamo la scarsità di vegetazione, il traffico e il calore prodotto dagli edifici e dagli impianti di climatizzazione, otteniamo città che fanno molta più fatica a raffreddarsi. Il cambiamento climatico rappresenta la cornice del problema, ma il modo in cui costruiamo le nostre città può amplificarne gli effetti oppure attenuarli. “Il clima non possiamo modificarlo nell’immediato. Le città, invece, possiamo progettarle meglio”».

Quali sono stati gli errori più gravi della pianificazione urbana degli ultimi decenni?
«Per molti anni abbiamo progettato le città privilegiando la funzionalità e l’espansione urbana, mentre il comfort climatico è rimasto in secondo piano. Abbiamo impermeabilizzato vaste superfici, ridotto gli spazi verdi, privilegiato materiali con elevata capacità di accumulare calore e spesso trascurato aspetti come l’ombreggiamento naturale, la ventilazione urbana e la gestione sostenibile delle acque meteoriche. Oggi sappiamo che una città efficiente non è solo quella che funziona bene dal punto di vista infrastrutturale, ma anche quella che garantisce benessere ambientale e resilienza climatica».

Perché piantare qualche albero non basta? Cosa significa progettare un vero sistema verde urbano?
«Gli alberi sono fondamentali, ma da soli non possono risolvere un problema così complesso. Parlare di sistema verde significa integrare alberature, parchi, tetti e pareti verdi, pavimentazioni permeabili, sistemi di raccolta e riutilizzo dell’acqua piovana e spazi pubblici progettati per favorire ombra, ventilazione ed evaporazione. Non si tratta di aggiungere elementi verdi alla città, ma di ripensare il funzionamento della città stessa. Il verde deve diventare un’infrastruttura, al pari delle reti idriche, elettriche o stradali».

Quali interventi ritiene prioritari?
«Non esiste una soluzione unica. La vera efficacia nasce dalla combinazione di più interventi.  Incrementare la copertura arborea riduce l’irraggiamento diretto e migliora il microclima. Le pavimentazioni drenanti e ad alta riflettanza limitano l’accumulo di calore e favoriscono l’infiltrazione dell’acqua. Tetti e facciate verdi migliorano l’isolamento termico degli edifici. Infine, il recupero dell’acqua piovana permette di irrigare il verde urbano in modo più sostenibile, soprattutto durante i periodi di siccità. È proprio l’integrazione di queste soluzioni a produrre i risultati migliori».

I Comuni del Mezzogiorno sono pronti?
«Negli ultimi anni la sensibilità verso questi temi è cresciuta molto. Esistono amministrazioni che stanno avviando progetti interessanti e professionisti che lavorano con grande competenza. Credo però che si debba fare un ulteriore passo avanti: passare da interventi puntuali a una vera pianificazione climatica. Le città del Sud sono tra le più esposte agli effetti delle ondate di calore e questo rende ancora più urgente integrare gli aspetti climatici nella pianificazione urbanistica e nelle opere pubbliche. La sfida non riguarda il futuro: riguarda il presente».

È un costo o un investimento?
«Io parlerei di investimento. Naturalmente richiede risorse economiche iniziali, ma i benefici si distribuiscono nel tempo. Città più fresche significano minori consumi energetici per il raffrescamento degli edifici, migliore qualità dell’aria, maggiore comfort negli spazi pubblici e una migliore gestione delle acque meteoriche. Inoltre, ridurre l’esposizione della popolazione alle alte temperature può contribuire anche a diminuire gli impatti sanitari legati alle ondate di calore. La vera domanda non è quanto costi intervenire. La domanda è quanto ci costerà non farlo».

Tre interventi immediati per sindaci italiani.
«Il primo: proteggere e incrementare il patrimonio arboreo esistente, perché un albero adulto rappresenta un patrimonio ambientale costruito in decenni. Il secondo: ripensare le superfici urbane, privilegiando materiali drenanti e riflettenti e riducendo, dove possibile, le superfici impermeabili. Il terzo: progettare le città con una visione integrata, considerando il verde come una vera infrastruttura urbana e non come un semplice elemento estetico. Oggi abbiamo conoscenze tecniche, tecnologie e buone pratiche già disponibili. La vera sfida è trasformarle in una strategia condivisa e continua nel tempo».

In conclusione cosa possiamo dire?
«Per molti anni abbiamo progettato città capaci di resistere al traffico. Oggi dobbiamo progettare città capaci di resistere al clima. È una delle grandi sfide dell’ingegneria e dell’urbanistica del XXI secolo».