Barcellona, Parigi e Friburgo da tempo hanno capito di doversi adattare al cambiamento. In Italia anche Bologna e altri comuni hanno avviato progetti per affrontare le ondate di calore che stanno causando migliaia di morti: un cambio di paradigma necessario anche da noi
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Prima la stagione dei cicloni, poi quella del grande caldo. Tra l’una e l’altra l’unico filo conduttore che da un po’ di anni a questa parte lega eventi prima considerati eccezionali ai quali adesso, non fanno che ripetere gli esperti, bisogna fare l’abitudine. Ci sono due parole a indicarlo: cambiamento climatico. Dietro le quinte non una natura capricciosa e a tratti crudele che fa danni spesso irreparabili, ma un’umanità incurante degli allarmi ormai lanciati da tempo, spesso “giustificata” da istituzioni che continuano a farsi beffe degli inviti alla prevenzione e ad affrontare ciò che accade, quando accade, come emergenza. Ma l’emergenza è una difficoltà improvvisa, legata a un’eccezionalità che, come detto, non esiste più.
Tornare indietro è impossibile, mettere un freno al disastro in corso è invece oltre che una possibilità un dovere, adattarsi alla nuova situazione per evitarne le conseguenze peggiori una necessità.
L’Europa conta i morti
L’ondata di calore di questi giorni ha già prodotto un bilancio pesantissimo in Europa: l’estate è iniziata ufficialmente da pochissimo e già si contano i morti. Tanti. Troppi. Temperature oltre i 40 gradi e bollini rossi disseminati sulle cartine geografiche. Boccheggiano Francia e Spagna, boccheggiano anche città come Londra e Berlino e boccheggia, inevitabilmente, l’Italia.
Esotc 2025, European state of the climate, il principale rapporto annuale sulle condizioni climatiche e gli eventi meteorologici estremi in Europa di Copernicus (il programma di osservazione e monitoraggio della Terra dell'Ue) lo dice senza mezzi termini: «L'Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente, con un ritmo più che doppio rispetto alla media globale».
Il Rapporto 2026 del Lancet Countdown Europe su salute e cambiamento climatico, pubblicato su The Lancet Public Health, è uno dei documenti scientifici più completi sugli effetti del caldo estremo sulla salute in Europa. Nel 2024, secondo i dati rilevati, si stimano circa 62.775 morti correlate al caldo nel Vecchio Continente, e le proiezioni indicano che entro la fine del secolo i decessi dovuti al caldo supereranno ampiamente quelli evitati dalla diminuzione del freddo.
Il rapporto calcola anche l’aumento del numero di ore pericolose per stare all’aperto dagli anni ’90 a oggi: nel 2024 gli europei hanno sperimentato 182 ore con almeno un rischio moderato di stress da calore per attività leggere, il 166% in più rispetto alla media 1991-2000. Una percentuale da capogiro. Significa che attività quotidiane come passeggiare, fare commissioni o andare al lavoro durante l’estate possono diventare una roulette russa.
Cambiamento climatico e urbanistico
E se il cambiamento climatico è una realtà ormai impossibile da negare, l’impianto urbano delle città amplifica il problema a causa dell’effetto “isola di calore”. In poche parole: più asfalto e cemento si traducono in un accumulo di calore che rimane “intrappolato”, per cui le temperature rimangono elevate anche di notte – come sta succedendo negli ultimi anni – con evidenti rischi per la salute dato che il corpo non riesce mai a trovare sollievo e recuperare.
Gli autori del rapporto insistono sulla necessità di aumentare alberature, aree verdi, ombreggiamento e materiali riflettenti nelle città. Non basta, insomma, ridurre le emissioni. Servono anche misure di adattamento a una realtà ormai cambiata. Tra queste, sistemi di allerta per le ondate di calore, piani sanitari specifici, città più verdi, edifici progettati per restare freschi, protezione dei lavoratori esposti, maggiore assistenza alle persone fragili durante le ondate di calore.
Dove il caldo non è più un’emergenza
Qualche città, in Europa, ha già iniziato a mettersi al passo.
A Barcellona, per esempio, il caldo non è più trattato come evento eccezionale, ma come condizione strutturale. Negli ultimi anni è stata costruita una rete di spazi pubblici climatizzati e accessibili, definiti “rifugi climatici”, distribuiti tra biblioteche, centri civici, scuole e luoghi culturali. Non semplicemente “luoghi freschi”, ma una risposta organizzata al fatto che i moderni centri urbani amplificano il caldo attraverso asfalto, cemento e assenza di ombra. Durante le ondate di calore i rifugi vengono attivati come punti di accoglienza diffusa. Non si tratta di strutture sanitarie, ma di infrastrutture sociali: spazi dove il comune offre sollievo dal caldo.
A Parigi la strategia contro il caldo nasce da una terribile ondata di calore che nel 2003 causò in Francia decine di migliaia di morti. Oggi il cosiddetto “plan canicule” prevede registri delle persone vulnerabili, livelli progressivi di allerta e l’attivazione di strutture pubbliche nei momenti critici. Le autorità possono intervenire direttamente sulle persone più esposte, soprattutto anziani soli e soggetti con patologie croniche.
E poi c’è Friburgo. La città tedesca ha lavorato negli anni sulla trasformazione urbanistica come strumento di adattamento climatico. L’aumento del verde urbano, la riduzione delle superfici asfaltate e la progettazione di edifici capaci di favorire ventilazione naturale servono a ridurre la formazione delle isole di calore urbane. L’obiettivo non è gestire il caldo quando arriva, ma ridurne l’intensità direttamente nella struttura della città.
In questi posti il caldo viene trattato non come emergenza meteorologica, ma come rischio sanitario prevedibile e monitorabile.
In Italia ci sono città che stanno lavorando su un cambio di paradigma. Tra i primi progetti c’è quello di Bologna, che dal 2024 mappa i rifugi climatici del comune. Ma anche Torino, Milano, Roma e altri centri del Paese si sono messi all’opera per uscire dalla logica dell’emergenza.
La Calabria resta a guardare
E in Calabria? Il quadro non è tale da suggerire di stare con le mani in mano. Esposizione climatica a rischio, una popolazione in gran parte anziana, abitazioni vecchie e non in grado di proteggere dalle temperature elevate, città prigioniere di speculazione edilizia e consumo di suolo, un sistema di risposta ancora legato all’eccezionalità degli eventi. In mezzo, un sistema sanitario non in grado di reggere una crisi come quella che gli esperti prefigurano e su cui lanciano i loro allarmi.
Allerte meteo e bollini rossi non bastano. Serve, anche qui, uscire dalla logica dell’asfalto e del cemento dove non servono, lavorare sulla creazione di aree verdi e di una rete strutturata di rifugi climatici o infrastrutture urbane per offrire a tutti una via di fuga dalle ondate di calore. Il nodo riguarda la capacità di proteggere le fasce più fragili della popolazione, perché gli effetti più gravi del caldo si registrano spesso in casa, tra persone anziane sole e in condizioni abitative non adeguate alle nuove temperature estreme.
La frattura da colmare non è climatica, è sociale. Il quadro che emerge è quello di un’Europa divisa non dalla temperatura, ma dalla capacità di adattamento a una realtà che non si può più ignorare. C’è chi ha capito, e sta trasformando il caldo in una questione di infrastruttura urbana e sanitaria, e chi invece continua a gestirlo come un evento eccezionale. Come il maltempo. Si lascia che una cosa accada per poi contare i danni. E i morti. Per ricominciare ogni volta daccapo, a enunciare buoni propositi che viaggiano troppo lenti rispetto a un clima impazzito che invece corre e travolge chi è rimasto fermo per strada.



