Antonio Nicoletti, responsabile nazionale Aree protette di Legambiente, è uno dei maggiori esperti italiani di tutela della montagna e degli ecosistemi naturali. Con lui affrontiamo le conseguenze della crisi climatica sulle montagne, da sempre considerate un rifugio dal caldo estivo. Lo raggiungiamo mentre si trova proprio sull’Altopiano della Sila, dove anche quest’anno il termometro supera i 30 gradi.

Nicoletti, anche in Sila si registrano temperature oltre i 30 gradi già nelle prime ore della giornata. È un’anomalia destinata a diventare la normalità o siamo ancora di fronte a eventi eccezionali?
«I cambiamenti climatici sono una realtà che solo i negazionisti e alcune forze politiche populiste continuano a negare. Negano soprattutto che la responsabilità sia dell’uomo, mentre l’antropizzazione incontrollata ha fatto perdere il 75% delle aree naturali del Pianeta e ha messo a rischio oltre un milione di specie. Mentre la scienza segnalava i pericoli, i decisori politici hanno ignorato gli allarmi e continuato ad alimentare un’economia fondata sui combustibili fossili, favorendo la crescita delle emissioni di CO₂ in atmosfera. Siamo stati noi, con le nostre scelte, ad alimentare questa spirale: aumenta la concentrazione di CO₂ di origine antropica, crescono le temperature medie sia diurne sia notturne, aumenta il disagio e si riduce il benessere delle persone e del Pianeta. L’unica speranza è una consapevolezza diffusa: avendo creato noi il problema, saranno le persone più consapevoli a trovare le soluzioni».

Quali sono gli effetti più gravi che questo caldo estremo sta già provocando sugli ecosistemi montani? Penso ai grandi boschi della Sila, alla fauna selvatica, alle sorgenti e alla biodiversità che rende uniche le montagne calabresi.
«Gli ecosistemi naturali sono fondamentali per contrastare la crisi climatica perché rappresentano i più importanti serbatoi naturali di assorbimento della CO₂. Ma questa capacità dipende dalla loro integrità, oggi messa a rischio proprio dai cambiamenti climatici. Crisi climatica e perdita di biodiversità sono strettamente connesse e si alimentano reciprocamente: affrontarne una significa intervenire anche sull’altra. Occorre agire con decisione perché i rischi aumentano, anche per i boschi della Sila, già colpiti da parassiti come la processionaria e sempre più vulnerabili agli incendi. La crisi climatica mette in difficoltà la fauna selvatica, che fatica ad adattarsi a condizioni ambientali in rapido cambiamento; riduce la disponibilità di acqua nelle sorgenti e nelle falde, anche a causa della diminuzione delle nevicate, e impoverisce i suoli agricoli, rendendoli meno fertili e produttivi. Per difendere l’unicità delle nostre montagne bisogna comprendere che il paesaggio si sta trasformando in silenzio, mentre negazionisti e benaltristi continuano a ostacolare le energie rinnovabili, che rappresentano uno degli strumenti essenziali per fermare il degrado degli ecosistemi».

La neve rappresenta il grande serbatoio d’acqua delle montagne. Se continua a diminuire e a cadere sempre più tardi, quali saranno le conseguenze nei prossimi anni per le risorse idriche, l’agricoltura, i fiumi e perfino per l’approvvigionamento delle città?
«L’arretramento dei ghiacciai alpini e la riduzione del permafrost sono stati i primi segnali evidenti della crisi climatica e dei suoi effetti anche sull’economia dei territori. Mentre parliamo, la quota dello zero termico in Calabria, cioè l’altitudine alla quale la temperatura raggiunge gli zero gradi, tocca i 4.700 metri. Tradotto significa che la neve perenne, quella che dura tutto l’anno e non si scioglie nemmeno in estate, è ormai un miraggio, con conseguenze negative sulla ricarica delle falde e sulla disponibilità di acqua potabile. L’alternanza tra lunghi periodi di siccità ed eventi meteorologici estremi impone una riflessione seria sulla gestione delle risorse idriche, per garantire acqua alle famiglie, all’agricoltura e alle attività produttive. La crisi climatica ci obbliga anche a ripensare la governance dell’acqua: chi decide le priorità di utilizzo e come vengono distribuiti i benefici? Da questo punto di vista Arrical, il soggetto che governa acqua e rifiuti in Calabria, rappresenta esattamente il contrario di ciò che sarebbe servito».

Gli studiosi parlano di uno spostamento verso quote sempre più elevate di piante e animali. Che cosa significa concretamente? Rischiamo di assistere alla scomparsa di specie tipiche della montagna meridionale perché non avranno più habitat dove rifugiarsi?
«Così come sale la quota dello zero termico, anche piante e animali cercano nuovi ambienti dove trovare condizioni favorevoli. Ogni specie possiede una propria “comfort zone”, che oggi viene stravolta dai cambiamenti climatici. Negli ultimi anni abbiamo osservato soprattutto l’espansione di specie aliene e invasive, capaci di occupare habitat prima appartenenti alle specie autoctone. Per animali come il camoscio appenninico e lo stambecco, ad esempio, è stato registrato uno spostamento verso quote più elevate per trovare pascoli migliori e temperature più favorevoli. Lo stesso fenomeno riguarda anche gli allevamenti: il bestiame viene portato sempre più in alto alla ricerca di erba e pascoli migliori, con conseguenze importanti sia per l’organizzazione delle attività agricole sia per gli equilibri degli habitat naturali».

La montagna calabrese e quella dell’Appennino meridionale sono considerate tra gli ecosistemi più fragili d’Europa. Se il riscaldamento globale continuerà con questi ritmi, come potrebbero apparire tra venti o trent’anni? Che cosa rischiamo di perdere definitivamente?
«Fernand Braudel descriveva il Mediterraneo come “il mare tra le montagne”. Non è soltanto un’immagine poetica: le nostre montagne e il mare sono profondamente legati e si influenzano reciprocamente. Oggi il Mediterraneo è uno degli hotspot climatici più vulnerabili del pianeta e registra un aumento delle temperature superiore ai 4 gradi, ben oltre gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi. Sono queste le condizioni che rendono sempre più fragili le montagne del bacino del Mediterraneo. Se non riusciremo a fermare il riscaldamento globale, sarà difficile persino immaginare il loro futuro. La perdita di biodiversità terrestre e marina è già in corso, gli incendi aumentano ogni anno e la desertificazione rischia di trasformare profondamente i nostri paesaggi agricoli».

I parchi nazionali e regionali possono ancora rappresentare una barriera contro gli effetti della crisi climatica oppure anche queste aree protette rischiano di non essere più sufficienti? Quali interventi urgenti servono per salvare il patrimonio naturale delle nostre montagne?
«Le aree protette sono riconosciute a livello mondiale come lo strumento più efficace per conservare la natura e promuovere uno sviluppo realmente sostenibile. Quando sono ben gestite rappresentano un argine al degrado ambientale. Per questo la Commissione europea, gli organismi dell’Onu e la comunità scientifica internazionale sostengono la nascita di nuove aree protette. Se riusciremo a tutelare almeno il 30% del territorio e del mare europeo, potremo rallentare la perdita di biodiversità e invertire la spirale negativa della crisi climatica. Ma questi obiettivi saranno raggiungibili solo se la transizione ecologica e un modello di sviluppo a emissioni zero diventeranno una scelta politica condivisa. Purtroppo dobbiamo ancora confrontarci con chi continua a negare il problema e a opporsi alle fonti di energia rinnovabile».

Di fronte a un’emergenza che ormai non riguarda il futuro ma il presente, quale messaggio si sente di rivolgere ai cittadini e soprattutto alle istituzioni? C’è ancora il tempo per salvare la montagna calabrese e quella del Mezzogiorno oppure siamo già oltre il punto di non ritorno?
«Abbiamo ancora il tempo per affrontare questa sfida, perché possediamo le conoscenze scientifiche, le competenze e le tecnologie necessarie per risanare gran parte delle ferite che abbiamo inferto al Pianeta. Tuttavia la tecnologia da sola non basta. Serve una politica all’altezza della situazione e una nuova consapevolezza collettiva, perché siamo ormai molto vicini al punto di non ritorno. Per anni abbiamo assistito a politiche irresponsabili, all’aumento delle spese militari a discapito degli interventi contro la povertà, alla guerra contro l’immigrazione invece che a politiche di integrazione e cooperazione, allo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi più poveri per alimentare gli interessi di pochi. Tutto questo ha favorito la diffusione di fake news sui rischi collettivi e ha alimentato l’illusione che ciascuno possa salvarsi da solo. Al posto del pensiero ecologico del “noi” si è affermata la logica dell’“io”. Oggi ci risvegliamo in un mondo in cui la crisi climatica accentua le disuguaglianze. Chi ha maggiori risorse può difendersi meglio dal caldo e dagli eventi estremi; chi è già povero paga il prezzo più alto, con maggiori difficoltà di accesso all’energia e ai servizi essenziali. La crisi climatica non è affatto democratica: non colpisce tutti allo stesso modo, ma mette a rischio il Pianeta e gli ecosistemi, che rappresentano un bene comune dell’umanità».

La montagna non è più il rifugio climatico che abbiamo conosciuto. Anche gli ecosistemi più preziosi e apparentemente invulnerabili stanno pagando il prezzo del riscaldamento globale. Per Antonio Nicoletti il tempo per invertire la rotta esiste ancora, ma richiede scelte politiche coraggiose, una rapida transizione ecologica e una nuova consapevolezza collettiva. Difendere la montagna significa proteggere l’acqua e la biodiversità, ma soprattutto il futuro delle prossime generazioni.