L’associazione ha presentato al ministero dell’Ambiente una diffida formale contro il progetto “Enotria”, denunciando «un assalto coloniale» ai danni del territorio calabrese: «Produciamo energia per gli altri mentre noi continuiamo a pagare bollette insostenibili»
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«Dopo i boschi e l’acqua, ora tocca al mare». È da questa immagine che il Codacons costruisce la sua opposizione al progetto del parco eolico offshore “Enotria”, presentando al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica una diffida formale che punta a fermare quello che l’associazione definisce «un assalto coloniale» ai danni della Calabria. Nelle osservazioni depositate al Mase, firmate dal vicepresidente nazionale avvocato Francesco Di Lieto, il progetto viene descritto come l’ennesimo tassello di una strategia che trasformerebbe la regione in una piattaforma energetica al servizio di altri territori, senza alcun ritorno concreto per chi vive sulle coste ioniche. «La Calabria è ormai trattata come un bancomat energetico» sostiene Di Lieto, indicando nel cosiddetto “modello Crotone” il paradigma che rischia di estendersi al Golfo di Squillace. «Esportiamo energia e gas verso il resto del Paese, mentre le nostre famiglie continuano a pagare bollette insostenibili senza alcun beneficio reale per il fatto di ospitare le fonti di produzione». Al centro della contestazione c’è il progetto “Enotria”, che prevede l’installazione di aerogeneratori offshore alti oltre 300 metri, distribuiti su centinaia di chilometri quadrati di mare. Per il Codacons, non si tratta soltanto di una questione ambientale, ma di una trasformazione irreversibile del paesaggio e dell’identità stessa della costa ionica. «Si pretende di occupare il nostro mare con piloni giganteschi, affidando un investimento da un miliardo e mezzo di euro a una società di scopo con un capitale sociale di appena 20 mila euro, senza alcuna certezza sulla manutenzione futura e nemmeno sullo smantellamento obbligatorio delle strutture», si legge nelle osservazioni. Il nodo, secondo l’associazione, riguarda anche la tenuta economica e sociale dei territori costieri. «Siamo stanchi di vedere la nostra terra trattata come una riserva di caccia. Dopo aver svenduto i boschi e messo a profitto perfino l’acqua, ora l’assalto si sposta sul mare. Ma occorre chiedersi: chi mai deciderà di restare ad abitare i nostri borghi se trasformiamo l’orizzonte dello Jonio in una periferia industriale?». Per il Codacons, la questione paesaggistica non è un elemento secondario, ma il cuore del problema. «Senza la bellezza del paesaggio, che è l’anima della Calabria, condanniamo la regione a una desertificazione umana definitiva». Un passaggio che lega direttamente la tutela ambientale alla sopravvivenza delle comunità locali, alla permanenza dei giovani, alla possibilità stessa di immaginare un futuro che non sia fatto soltanto di partenze. L’associazione insiste anche sul versante economico e sul rischio che si riproduca un meccanismo già visto. «Anche sotto il profilo economico la beffa è totale. È il paradosso Crotone che si ripete: produciamo energia per il Nord ma restiamo maglia nera per povertà energetica. I cittadini calabresi subiranno l’impatto ambientale e la svalutazione delle coste senza risparmiare un solo euro in bolletta». Da qui l’accusa più dura: «Non è progresso, è estrattivismo predatorio mascherato da ecologia». Una formula che sintetizza la critica alla narrativa della transizione energetica «a ogni costo», contestata perché, secondo il Codacons, scaricherebbe sui territori più fragili il peso ambientale e sociale delle scelte nazionali. Nel documento viene richiamato anche l’articolo 9 della Costituzione, che tutela paesaggio e ambiente come principi fondamentali della Repubblica. «La tutela dell’articolo 9 non è soggetta a trattative», ribadisce l’associazione, annunciando battaglia «in ogni sede giudiziaria» per impedire che il Golfo di Squillace venga sacrificato «a logiche speculative che calpestano la dignità e l’economia delle popolazioni residenti». Il messaggio finale è affidato a una frase che assume il tono di una dichiarazione politica e territoriale: «La Calabria non può continuare a essere la centrale elettrica d’Italia ricevendo in cambio solo briciole, servitù e devastazione». E ancora, in chiusura: «Il nostro mare non è in vendita».

