«Ogni processo è un processo di liberazione della verità. Il giudice lo compie in solitudine. Il giudice è solo, solo con le menzogne ​​​​cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite , solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso ». In queste  poche ma incinta righe è racchiusa la visione che il magistrato reggino, Antonino Scopelliti, si è incarnato con la sua vita e la sua professione. Eppure a distanza di 35 anni dalla su brutale uccisione, alcun processo ha ancora liberato la verità su sua uccisione.

Sono passati trentacinque anni da quel 9 agosto 1991, quando il giudice calabrese Antonino Scopelliti, alla guida della sua auto rimase vittima di un agguato mortale a Piale, tra Campo Calabro e Villa San Giovanni, nel comprensorio metropolitano di Reggio Calabria. Stava tornando a casa dal mare quando almeno due uomini in moto, armati di un fucile calibro 12 caricato a pallettoni. lo uccisero. Morì subito dopo. Un delitto ancora senza colpevoli.

Invoca verità e giustizia la figlia Rosanna, presidente della Fondazione intitolata alla memoria del padre che ha perso quando era soltanto una bambina. 

Il magistrato

Una carriera segnata da integrità, rigore e acume di uomo di legge quella di Antonino Scopelliti. Pubblico ministero presso la procura della Repubblica di Roma, poi presso la procura della Repubblica di Milano , quindi procuratore generale presso la Corte d'appello e infine sostituto procuratore generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Si occupò di mafia e anche di terrorismo, rappresentando la pubblica accusa nel primo processo sul caso Moro ed in quelli relativi al sequestro dell'Achille Lauro, alle stragi di Piazza Fontana e del Rapido 904.

Tra i processi a lui affidati anche quello contro Cosa Nostra. L'estate del 1991 lavorava proprio al rigetto dei ricorsi avverso le condanne in appello presentati, dinnanzi alla corte di Cassazione, dagli imputati nel maxi processo di Palermo ; il processo penale più imponente di sempre, 460 imputati, istruito da Falcone e Borsellino nella prima metà degli anni Ottanta. Quel giudizio per crimini di mafia iniziò il 10 febbraio 1986 e terminò il 30 gennaio 1992, con la conferma di 19 ergastoli e di oltre 2600 anni complessivi di reclusione.

Le pulizie… senza esitazione

Nel 2012 , dopo due decenni di silenzio, le dichiarazioni del pentito Antonino Fiume, nell'ambito dell'inchiesta Meta condotta dal sostituto procuratore della Dda reggina Giuseppe Lombardo , aveva aperto un nuovo spiraglio dichiarando che dell'agguato era responsabile un commando di affiliazione alla ndrina reggina dei De Stefano, assoldato da Totò Riina e dai corleonesi, minacciati dal processo ormai alle porte, per eseguire il delitto . Un omicidio in cambio del quale ci sarebbe poi stato un intervento pacificatore dei siciliani tra i due cartelli reggini De Stefano - Tegano - Libri e Condello – Rosmini – Serraino – Imerti che avevano insanguinato le strade di Reggio con 700 morti durante la seconda guerra di mafia alla fine degli anni Ottanta.

Sulla centralità di questo delitto nella storia criminale di questa terra si era espresso anche Salvatore Boemi, magistrato che per decenni ha contrastato la criminalità organizzata e che dal 1993 al 2001 fu a capo della Direzione Distrettuale Antimafia reggina, ricordando che "negli anni 1993 e 1994 tra i tre processi che impegnavano la Dda di Reggio Calabria, insieme al processo Olimpia, sulla seconda guerra di mafia reggina, e al processo per la morte di Lodovico Ligato , vi era proprio il processo per l'assassinio di Antonino Scopelliti ”. Nell'ambito di questo venne accertato l'asse ndrangheta - cosa nostra che nulla avrebbe avuto da guadagnare dalle condanne che quel maxi processo certamente avrebbe procurato e che dunque avrebbe cercato e trovato nei calabresi dei validi alleati per quell'irreversibile e sanguinoso disegno criminale.

Il convincemento diffuso secondo il quale il delitto Scopelliti fosse esito di un agguato mafioso, frutto di un accordo tra cosa nostra e ndrangheta, nonostante le numerose dichiarazioni dei pentiti, in realtà non ebbe mai un volto né il crisma di una verità giudiziaria definitiva. Si susseguirono nel tempo le conferme di questo assetto, grazie a numerose deposizioni di pentiti in altri processi, durante i quali si riferì anche del delitto Scopelliti. Ad oggi, però, ancora nessuna verità è stata accertata.

Oggi si indaga ancora sulla morte di Antonino Scopelliti. Nel 2019 l'allora procuratore aggiunto della dda di Reggio, Giuseppe Lombardo riaprì le indagini. Tra le persone iscritte al registro i boss siculi del calibro del latitante di sempre , Matteo Messina Denaro, arrestato nel gennaio 2023 dopo trent'anni di latitanza e deceduto nel settembre dello stesso anno, e anche il pentito Maurizio Avola , al quale si devono rivelazioni decisive anche per la scoperta della verità su molti omicidi tra cui quello del giornalista Giuseppe Fava e che nel 2019 ha indicato il punto nelle campagne siciliane dove trovare l'arma del delitto del giudice calabrese. Sottoposta subito, su disposizione dalla Procura distrettuale di Reggio Calabria, ad una perizia della polizia scientifica, l'arma era però troppo segnata dal tempo per poter rivelare elementi utili e fornire solide conferme . Nel 2025, sempre su impulso del procuratore Lombardo, indagati anche i boss della 'ndrangheta Pasquale Condello, Giuseppe De Stefano, Giuseppe Morabito, Luigi Mancuso, Franco Coco Trovato e Giuseppe Zito.

Per la prima volta, soltanto nell'aprile dello scorso anno, fu eseguita una complessa ricostruzione del delitto nel luogo in cui avvenne, procedendo con la ricollocazione dell'autovettura Bmw 318i del giudice Scopelliti, sulla scena del crimine. Qui la polizia scientifica ha effettuato rilievi specialistici. A oggi l'identità di mandanti ed esecutori è ancora ignota.

Giovanni Falcone in Calabria subito dopo il delitto

Il 17 agosto 1991 sulla Stampa, Giovanni Falcone, che nell'immediatezza del fatto era sceso in Calabria per manifestare vicinanza ai familiari , rese pubblico il suo pensiero sull'omicidio del collega, segnalando il possibile collegamento tra Cosa Nostra siciliana e ndrangheta calabrese e soprattutto facendo riferimento al maxi processo che stava per celebrarsi in Cassazione: “ L'eliminazione di Scopelliti è avvenuta quando ormai la Suprema Corte di Cassazione era stata investita della trattazione del maxiprocesso alla mafia palermitana e ciò non può essere senza significato . Anche se, infatti, l'uccisione del magistrato non fosse stata direttamente collegata alla celebrazione del maxiprocesso davanti alla Suprema Corte, non ne avrebbe comunque potuto prescindere, nel senso che non poteva non essere evidente che quell'omicidio avrebbe pesantemente influenzato il clima dello svolgimento in quella sede», si legge sul volume " Nel loro segno", curato dal Consiglio Superiore della magistratura nel ricordo delle vittime del terrorismo e delle mafie il 9 maggio 2011.