Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. 57 giorni dopo Paolo Borsellino sempre a Palermo. Poco meno di un anno prima Antonino Scopelliti tra Campo Calabro e Villa San Giovanni nel reggino. 40 anni fa il Maxiprocesso nell’aula bunker del carcere Ucciardone. Nomi e fatti che parlano ancora e ci richiamano con forza a essere e agire per il Paese che ancora possiamo diventare
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
23 maggio 1992, solo qualche minuto alle 18. Lo Stato colpito al cuore. Un'infernale deflagrazione disintegra 5 vite – il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro – e ferisce 23 persone. Una lunga scia di sangue segue a quella strage in prossimità dello svincolo di Capaci, a Palermo. La mafia dichiara allo Stato una guerra che ancora oggi non è finita.
Dopo solo 57 giorni, il 19 luglio 1992, “fermato” anche l’amico e collega Paolo Borsellino. In via D’Amelio, sempre a Palermo, un’altra esplosione lo uccide insieme agli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Già un anno prima Antonino Scopelliti, sostituto procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione, era stato vittima di un agguato mortale tra Campo Calabro e Villa San Giovanni nel reggino. Era il 9 agosto 1991. Anche lui “fermato” prima delle arringhe nei giudizi di appello proposti avverso le sentenze di condanna del maxiprocesso, al quale il lavoro del pool ha condotto e di cui quest’anno ricorrono i 40 anni.
La lunga scia di sangue
Nel 1979 il giudice Cesare Terranova e il poliziotto Boris Giuliano. L'anno successivo, nel 1980 il magistrato Gaetano Costa e il presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella (Dc), fratello dell’attuale presidente della Repubblica Sergio. Nel 1982 il prefetto di ferro Carlo Alberto dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo, e il sindacalista e deputato Pio La Torre (Pdci) e l’autista e scorta Rosario Di Salvo. Mentre i Corleonesi segnano a Palermo la loro ascesa criminale e continuano a versare sangue, l’avvio del pool svela equilibri ed intrecci criminali. E così sangue chiama altro sangue: Antonio Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, uccisi nell’estate del 1985.
La memoria in cammino
«Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini». Queste parole risuonano, ancora dopo 34 anni, come un testamento che Giovanni Falcone ha lasciato ai tanti che non dimenticano. Ai tanti che ogni giorno, nel loro quotidiano, difendono la legalità dalla prevaricazione e la libertà dal sopruso e dalla violenza e così dimostrano di essere e di credere nello Stato. Quelle parole, che oggi riecheggiano in tutta Italia, sono ancora un chiaro monito ad essere quelle donne e quegli uomini, artefici di una storia di cambiamento e di speranza. Una storia ancora "in cammino". «La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine». Ne era convinto Giovanni Falcone e a noi oggi resta il forte richiamo a essere e agire per il Paese che ancora possiamo diventare.
L’esperienza decisiva del pool antimafia di Palermo
Seguire i soldi non potendo seguire la droga. Coordinare le indagini per garantire un flusso costante e aggiornato di informazioni in modo da monitorare il più compiutamente possibile tutti i segmenti del complesso fenomeno mafioso. Esso, all’ombra dell’ondata terroristica, iniziava a divorare l’intero Paese. Dissero sì a questo metodo, valido ancora oggi come allora, Rocco Chinnici prima e, dopo il suo assassinio per mano della mafia il 29 luglio del 1983, il successore Antonino Caponnetto. Così nacque il pool antimafia che istruì il primo quel maxi processo contro Cosa Nostra della storia giudiziaria del nostro paese.
Ne facevano parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Decisiva fu per iniziare a svelare Cosa Nostra e la sua struttura la collaborazione del pentito Tommaso Buscetta. Un lavoro meticoloso tra centinaia di faldoni spulciati anche durante “l’esilio” nel 1985 sull’isola di Asinara, in Sardegna. Qui il capo del pool antimafia palermitano, Antonino Caponnetto, li aveva fatti trasferire con le famiglie per proteggerli.
Il maxi processo e la reazione violenta di Cosa Nostra
Oltre 2600 anni complessivi di reclusione comminati, 19 ergastoli tra i quali quello a carico di Totò Riina nella sentenza del Maxi processo di Palermo, confermata in Cassazione, nel gennaio 1992.
Fu il processo penale più imponente di sempre, 460 imputati, istruito da Falcone e Borsellino nella prima metà degli anni Ottanta. Quel giudizio per delitti di mafia era iniziato 40 anni fa, il 10 febbraio 1986, per terminare quattro mesi prima della strage di Capaci.
Giovanni Falcone e Antonino Scopelliti
Quei faldoni erano stati inviati nell‘estate del 1991 a Campo Calabro, nel reggino, all’indirizzo di Antonino Scopelliti, sostituto procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione, che lavorava al rigetto dei ricorsi avverso le condanne emesse in appello nel maxiprocesso di Palermo. Quella stessa estate, prima che potesse discuterle, il giudice Antonino Scopelliti fu assassinato. Giovanni Falcone si era recato in Calabria, in quella circostanza, per manifestare vicinanza ai familiari.
Fu proprio quel maxiprocesso istruito con dovizia e arguzia a segnare l’inizio della fine del pool. Giovanni Falcone, al quale venne preferito Antonino Meli alla guida del pool dopo Caponnetto, venne trasferito a Roma, nominato direttore generale degli Affari Penali mentre, nel dicembre 1986, l’amico e collega Paolo Borsellino fu nominato procuratore della Repubblica di Marsala. L’esperienza del pool antimafia di Palermo, nato dall’intuizione di Rocco Chinnici nel 1983, reso operativo e sviluppato da Antonino Caponnetto, fu sciolto nel 1988 dal successore Antonino Meli.
Tenace e perseverante, da Roma Falcone continuò – tra il 1988 e il 1991 – a lavorare per Palermo, restando esposto al punto da essere bersaglio di un attentato sventato nel 1989 all’Addaura, nel palermitano, mentre si trovava in vacanza.
L’eredità di un lavoro straordinario
I principali strumenti con cui si contrasta la mafia oggi sono il frutto di quell’esperienza. La Direzione Nazionale Antimafia diretta dal Procuratore nazionale antimafia – centro di coordinamento delle indagini sulla mafia – come anche l’aggressione alla dimensione economica criminale della mafia, poi compiutasi con l’intuizione di Pio La torre della confisca dei beni sono una insostituibile eredità dell’operato e dell’intuizione di Giovanni Falcone che, pur tuttavia, nel 1992 non fu nominato alla prima guida della neonata Direzione nazionale antimafia.
Per la strage di Capaci, seguirono processi che portarono a decine di condanne all’ergastolo tra le quali quella del mandante Totò Riina e quelle di Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Benedetto Santapaola e Giuseppe Madonia, Matteo Messina Denaro. Condannati anche Giovanni Brusca – uomo di fiducia di Riina al quale fu affidato il telecomando a distanza che fece esplodere il tritolo nella strage di Capaci – Bernardo Provenzano, Michele Greco, Leoluca Bagarella, Filippo e Giuseppe Graviano, Salvatore e Giuseppe Montalto.


