La designazione di Trifone Altieri alla presidenza dell’Anticorruzione riaccende il dibattito sull’autonomia degli organismi di garanzia. Tra appartenenze politiche, incarichi e circuiti istituzionali, la vera indipendenza si misura dalla capacità di dire no anche a chi ti ha nominato
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Roma è un grande presepe meccanico. Le casette illuminate sono i palazzi del potere. Le figurine passano da un consiglio di amministrazione a una presidenza, dagli incarichi di partito alle istituzioni di garanzia. Girano, girano, girano. Sempre le stesse. Cambiano la targhetta sulla porta, talvolta il vestito, raramente il circuito che ne accompagna il movimento.
Poi una casetta reca una scritta particolarmente impegnativa: «Autorità indipendente». E qui il meccanismo dovrebbe fermarsi. La scelta dovrebbe rispondere a un’esigenza diversa: individuare chi possiede, insieme alle competenze, una riconoscibile autonomia di giudizio rispetto al potere sul quale dovrà vigilare.
La designazione di Trifone Altieri alla presidenza dell’Autorità nazionale anticorruzione rende questa domanda inevitabile. Il suo percorso politico nella Lega e gli incarichi ricoperti nel mondo delle partecipazioni pubbliche sono elementi della sua biografia istituzionale. Proprio per questo devono essere discussi pubblicamente quando si propone di affidargli una funzione di garanzia.
Avere militato in un partito non costituisce una colpa. Ma neppure può diventare un titolo preferenziale per ogni successivo incarico pubblico. Soprattutto quando l’incarico richiede una distanza credibile dagli interessi e dalle convenienze di chi nomina. La questione riguarda il criterio della scelta, prima ancora del comportamento futuro del prescelto.
La domanda: avrà i voti in Parlamento un leghista meridionale? Più esattamente, di Bari.
L’indipendenza non si acquista con il decreto di nomina. Deve potersi riconoscere nelle esperienze, nelle decisioni, nella capacità dimostrata di sostenere una posizione scomoda anche davanti a chi dispone della propria carriera. Il punto è esattamente questo: poter dire di no senza dover calcolare quanto quel no costerà alla prossima occasione.
Il ragionamento vale per il presidente e per ciascun componente. Un’autorità collegiale vive dell’autonomia delle persone che la compongono. La pluralità delle provenienze, da sola, non garantisce nulla: anche una distribuzione accurata degli incarichi tra appartenenze diverse può produrre un collegio nel quale tutti trovano rappresentanza, salvo l’interesse generale.
Perciò occorre guardare ai singoli percorsi, alle competenze pertinenti, ai legami, alle eventuali ragioni di dipendenza. Senza giudizi sommari, ma anche senza quella cortesia istituzionale che finisce per rendere sconveniente ogni domanda seria.
Il Consiglio dei ministri ha avviato la procedura di nomina del presidente e dei nuovi componenti. È dunque questo il momento nel quale discutere le scelte, mentre l’iter è ancora aperto. Il passaggio parlamentare dovrebbe servire a rendere conoscibili e valutabili le ragioni delle candidature. Quali competenze giustificano ciascuna proposta? Quali esperienze ne attestano l’autonomia? Quale concezione del rapporto tra controllore e potere politico viene offerta al Paese?
Sono domande che meritano risposte individuali e verificabili. La fiducia dei cittadini si consuma anche quando le istituzioni rinunciano a spiegare perché, tra tante professionalità disponibili, la scelta ricada ancora su persone già interne al circuito degli incarichi.
Raffaele Cantone, un ricordo passato di moda. La battuta è amara perché richiama un’esigenza che dovrebbe restare attuale: riconoscere nell’anticorruzione una funzione autorevole, capace di disturbare, di pretendere spiegazioni, di opporre resistenza. Nessuna nostalgia personale può sostituire il giudizio sulle istituzioni; ma nessuna istituzione può permettersi di considerare superata quell’esigenza.
Il danno più profondo comincia quando il cittadino smette persino di stupirsi. Quando davanti a una nomina domanda soltanto a chi tocchi, quale equilibrio soddisfi, quale carriera continui. A quel punto la familiarità del meccanismo ha già eroso la credibilità della funzione.
Nel presepe romano le luci restano accese. Le figurine continuano a girare. Eppure un’autorità di garanzia dovrebbe saper interrompere il movimento, chiedere conto di come funziona, guardare anche dietro le casette illuminate.
L’indipendenza si misura dalla libertà di fermare il meccanismo. Anche quando a metterlo in moto sono stati quelli che ti hanno nominato.

