Arroccata sull'Aspromonte tra bergamotti, storia normanna e rito greco-bizantino, la cittadina registra solo 460 abitanti e un indice di vecchiaia record: reportage completo tra analisi Istat, patrimonio artistico, enogastronomia e resistenza locale
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Ci sono monumenti celebrativi fatti di bronzo, e poi c’è una macchina a vapore d’acciaio nero piantata su una piazzetta a 915 metri d’altezza. È la Locomotiva FS 740. Chi arriva a Bova la trova lì, affacciata sul precipizio dell’Aspromonte come un guardiano muto. Per decenni è stata il mostro di ferro che inghiottiva i figli di questa terra per sputarli nelle fabbriche del Nord o sulle navi per le Americhe. L'ultimo abbraccio, poi il fischio e l'addio. Oggi quella locomotiva è ancora lì, ma ha ribaltato il suo destino: non è più la porta dell'esilio, è un grido statico di resistenza. Un invito a tornare.
Siamo a Bova, la capitale spirituale dell’isola grecanica della Calabria. Un nido d'aquila arroccato sulla valle dell'Amendolea, cinto da burroni selvaggi, protetto dal versante sud dell'Aspromonte e baciato da un microclima unico al mondo, quello che fa fiorire l'oro verde della nostra terra: il bergamotto.
È da qui che comincia il nostro viaggio nell'apocalisse demografica calabrese. E ci entriamo con in mano la bussola più precisa e spietata che esista: l’Atlante demografico dei comuni della Calabria di Giovanni Durante.
La strage dei numeri: anatomia di un'estinzione
Se volete capire cosa significa "spopolamento", guardate la piramide dell'età di Bova. I dati censiti da Durante non sono cifre: sono un elettrocardiogramma che perde colpi.
Nel secondo dopoguerra Bova era una comunità viva, rumorosa, brulicante di 2.512 abitanti. Oggi, a contare le anime rimaste, si arriva ad appena 460 persone. Il che significa una cosa sola: l’81,7% del paese è evaporato.
Ma il vero dramma è dentro le case. L'indice di vecchiaia (il rapporto tra chi ha più di 65 anni e i bambini sotto i 14) è schizzato da 206,25 agli attuali 421,0 punti. Sapete quanti bambini under 14 sono rimasti in tutto il territorio comunale? 38. Trentotto ragazzi in un comune di quasi 47 chilometri quadrati. Dal 1991 a oggi i giovani si sono ridotti del 40,6%, mentre gli anziani — che oggi rappresentano il 28,7% della popolazione totale contro il 10,7% di trent'anni fa — sono aumentati del 30,5%.
A Bova si muore, si invecchia e non si nasce più.
Quattromila anni di guerre, saraceni e terremoti. E ora il vuoto.
Eppure Bova non è un posto qualunque. Per capire l'incredibile bestemmia di questo spopolamento bisogna riavvolgere il nastro della storia. Perché questo borgo ha resistito a tutto, tranne che all'abbandono.
Qui l'uomo c'è fin dal Neolitico. Tra le rocce del castello sono state trovate schegge di ossidiana del IV millennio a.C., prova che i bovesi commerciavano già con le Isole Eolie. Poi arrivarono i Greci (VIII-VI sec. a.C.) e fondarono la colonia di Delia ( odi Deri) alla foce del torrente San Pasquale. Bova finì nel frullatore delle guerre tra Reggio, Locri e Siracusa; passò sotto i Romani ottenendo la cittadinanza, ma nel 440 d.C. arrivarono i Vandali a mettere tutto a ferro e fuoco. Fu allora che la popolazione scappò dalla costa e si arroccò a 915 metri d'altezza, fondando la Bova arroccata che conosciamo oggi.
Da quel momento fu un’epopea di sangue e pietra:
- Nel IX secolo arrivano i Saraceni. Nell'829 saccheggiano Bova; nel 953 l'emiro di Sicilia Hassan Ibn-Ali entra di sorpresa, fa una strage e trascina i superstiti come schiavi in Africa. Nel 1075 il paese è di nuovo sotto assedio. Per salvarsi, i bovesi si chiudono dietro due imponenti porte turrite (Porta Ajo Marini e la porta della Cattedrale) protetti da tre torri difensive tra i borghi di Rao e Sant'Antonio.
- Con i Normanni diventa feudo, poi passa al vescovado di Reggio che ne mantiene il titolo comitale fino al 1806.
- Nel 1577 arriva la Peste Bianca: il paese viene isolato dal mondo, la carestia devasta i vicoli e miete centinaia di vittime.
- Nel 1572 l'arcivescovo Giulio Stauriano cancella con la forza il rito greco-bizantino introdotto dai monaci basiliani per imporre quello latino, mentre le coste vengono flagellate dai Turchi.
- Nel 1783 il mostro della terra trema e causa danni enormi per cinquantamila ducati.
- Nel 1799 nasce la Repubblica Napoletana, ma Bova resta fedelissima ai Borboni: quando il Cardinale Ruffo sbarca in Calabria, i bovesi formano una banda di Sanfedisti e marciano su Reggio.
- Nel 1943 arrivano pure le bombe angloamericane: 26 morti e mezza città sventrata.
I Vandali, i Saraceni, la peste, i terremoti e le bombe non sono riusciti a distruggere Bova. Ci sta riuscendo l'indifferenza di oggi.
Pietre che parlano greco e cattedrali inghiottite dalla rupe
Oggi Bova la raggiungi comodo in nove lchilometri di strada a scorrimento rapido da Bova Marina. Ma quando metti piede nel borgo ti accorgi che è una fortezza urbanistica stesa su 46,94 km² di roccia. Le case sono semplici, strette l'una all'altra, costruite con la pietra locale lavorata a mano e rinzeppata con frantumi di tegole. Molte abitazioni sono letteralmente piantate dentro gli speroni di pietra.
Passeggiare per Bova significa scontrarsi con un patrimonio immenso che rischia la fine dei dinosauri:
- Sulla cima del Monte Rotondo dominano i Ruderi del Castello Normanno (X-XI secolo, poi potenziato dagli Aragonesi nel 1494), una muraglia a tre livelli scavata nella roccia che controllava tutto lo Ionio.
- La Concattedrale della Madonna dell'Isodia, di fondazione normanna, dove brilla la stupenda statua marmorea di Bonanno Rinaldi (1530-1600): una Madonna col Bambino che poggia su uno scannello dove è scolpito il bove, simbolo della città.
- Il Santuario di San Leo (fine XVIII secolo), con i suoi stucchi preziosi, che custodisce le reliquie del Santo Patrono — il teschio, le mani e i piedi — salvate dall'alluvione del 1951 che inghiottì Africo.
- La Chiesa di San Rocco (XVI secolo), con un portale d'ingresso in pietra intagliata che toglie il fiato, dove ancora oggi le liturgie vengono celebrate cantando nel suggestivo rito greco-bizantino.
- I Palazzi Nobiliari, come Palazzo Mesiano Mazzacuva, eretto sulle rovine di una torre del Quattrocento, oggi trasformato in centro culturale.
Ma Bova è soprattutto la capitale della cultura grecanica. A Palazzo Tuscano trovate la mostra multimediale "Calabria contadina nelle immagini di Gerhard Rohlfs", il filologo tedesco che negli anni '20 sbarcò qui per salvare dall'oblio il dialetto greco-calabro (a cui nel 2016 è stato dedicato anche il Museo Rohlfs in via Sant'Antonio).
E se camminate tra le viuzze, vi imbattete nel Sentiero della Civiltà Contadina, un museo a cielo aperto inventato dal genio di Saverio Micheletta: macine in pietra, torchi per il vino e per l'essenza di bergamotto, palmenti e abbeveratoi incastrati tra le case.
La resistenza si fa a tavola (e ad agosto)
L'economia di Bova si regge su un equilibrio precario fatto di turismo, artigianato di nicchia (tessitura su telai tradizionali con motivi bizantini, intaglio del legno per le plumia — gli stampi dei dolci — e le mistre, i cucchiai di legno) e un’agricoltura eroica fatta di vigneti e oliveti arrampicati sui terrazzamenti.
Ma è nella gastronomia che Bova mostra la sua anima dura e purissima:
- La Lestopitta: pane azzimo, sottilissimo, fritto nello strutto o nell'olio e servito bollente.
- I Maccaruni cu sucu da crapa (o alla Vutana): pasta fatta a mano al ferretto condita con il ragù di capra zema e montagne di caprino grattugiato.
- La Capra 'mbuttunata: il piatto delle grandi feste, carne di capra farcita e speziata con pomodoro, alloro, vino e cipolla di Tropea.
- La Musulupa: il mitico formaggio di capra dell'area grecanica stampato nelle forme di legno intagliate a mano.
- E poi le cordeddi, i tagghiarini con ceci, le polpette di melanzane e ricotta, il pecorino servito con la marmellata di bergamotto, fino alle crostate e ai liquori al bergamotto.
Tutto questo patrimonio vive il suo momento di gloria ogni anno tra il 5 maggio (festa del patrono San Leo) e le giornate tra il 15 e il 17 agosto per l'Assunta e San Rocco. Per tre giorni Bova riapre le imposte, le viuzze riprendono a risuonare di voci, gli emigrati tornano a riempire i tavoli.
Poi ad agosto inoltrato i motori delle auto si riaccendono. La marea umane defluisce verso la costa o verso i treni del Nord. E a Bova restano soltanto 381 persone, una manciata di anziani e quella solitaria locomotiva FS 740. Che continua a guardare lo Ionio, aspettando che qualcuno, prima o poi, decida di tornare per sempre.

