C’è stato un tempo in cui il futuro, da Bova, sembrava necessariamente dover passare da una strada in discesa verso la costa e poi, spesso, molto più lontano. Oggi quella strada continua naturalmente a essere percorsa, ma anche nel senso opposto. Si parte, si studia, si lavora altrove. E poi si può tornare. Qualcuno, invece, Bova comincia persino a sceglierla.

È probabilmente questo il dato più interessante che emerge dalle parole del vicesindaco Gianfranco Marino. Perché dietro un’estate che ha fatto registrare numeri importanti, con un’impennata delle presenze soprattutto nel mese di agosto, c’è qualcosa che va oltre il turismo. «La gente sta tornando», dice Marino. E stavolta non parla dei visitatori che affollano vicoli e piazze o di una stagione turistica che ormai tende ad allungarsi durante tutto l’anno. Parla di persone che scelgono nuovamente Bova per viverci.

Una dinamica ancora più significativa se inserita dentro la lunga crisi demografica delle aree interne calabresi. Da quasi un decennio, ricorda Marino, si discute di ripopolamento dei borghi, spesso però attraverso politiche che faticano a superare la dimensione teorica. «Bova invece è passata dalla teoria alla pratica», sostiene il vicesindaco, indicando il paese come possibile esempio di una Calabria interna che può ancora immaginare il proprio futuro.

Ci sono pensionati che tornano e anche dipendenti pubblici che, quando il lavoro lo consente, lasciano le grandi città del Nord, dove il costo della vita è diventato sempre più pesante. È qui che cambia anche la percezione stessa del vivere in un piccolo centro dell’Aspromonte: ciò che per decenni è stato considerato un limite può diventare un’opportunità. Servizi, collegamenti, costi più sostenibili, qualità dell’aria e una dimensione quotidiana diversa restituiscono competitività a luoghi dai quali per generazioni si è pensato soprattutto di dover andare via.

Il punto d’arrivo, però, viene da lontano. Marino riavvolge il nastro di circa trent’anni, fino a una Bova arrivata, nelle sue parole, «al bivio tra la vita e la morte». Erano gli anni dello spopolamento più duro e di una rassegnazione diventata quasi parte del patrimonio trasmesso da una generazione all’altra. Poi, intorno alla metà degli anni Novanta, qualcosa cambia. Si individua una direzione e, soprattutto, si decide di non abbandonarla.

È forse qui il vero tratto distintivo del cosiddetto modello Bova. Amministrazioni, realtà private e tessuto imprenditoriale hanno continuato a percorrere per decenni la stessa strada, «a velocità diverse», ma senza cambiare continuamente destinazione. Turismo naturalistico, escursionismo, ospitalità diffusa e ristorazione si sono progressivamente intrecciati con una precisa strategia culturale e identitaria.

Il Museo della lingua greca dedicato a Gerhard Rohlfs, quello di Paleontologia e Scienze naturali dell’Aspromonte, il Museo del costume della Magna Grecia in attesa dell’inaugurazione, il Centro visitatori dell’area protetta e la sede del Geoparco Unesco compongono una rete alla quale negli anni si sono aggiunti incontri, presentazioni, dibattiti e appuntamenti culturali. Accanto all'intervento pubblico è cresciuto il ruolo dei privati, con Marino che cita l’esperienza della cooperativa San Leo, capace attraverso il turismo naturalistico di creare occupazione e portare l’immagine di Bova anche fuori dai confini regionali e nazionali.

È un percorso che spiega anche i numeri dell’ultima estate. Agosto ha segnato un picco di presenze, favorito secondo Marino anche dalla ricerca di temperature più miti rispetto alla costa, ma il fenomeno ormai non si esaurisce nei mesi tradizionalmente turistici. Le visite attraversano l’intero anno e la presenza di persone nelle strade e nei vicoli, racconta il vicesindaco, sta diventando una consuetudine.

Dietro tutto questo c’è anche una particolare idea della politica. Nei piccoli centri, osserva Marino, serve «uno scatto morale», perché molte delle scelte più importanti producono risultati quando chi le ha compiute potrebbe non essere più nelle condizioni di raccoglierli. L’attuale amministrazione, nella sua lettura, beneficia del lavoro iniziato da altri e ha quindi il compito di consegnare a chi verrà dopo un pezzo ulteriore dello stesso percorso.

Ed è forse proprio questo il passaggio che racconta meglio la trasformazione avvenuta. Trent’anni fa il problema era trovare una ragione per restare. Oggi Bova prova a costruire le condizioni per poter tornare. Senza immaginare che le nuove generazioni debbano rinunciare a partire, studiare, conoscere il mondo o costruire altrove una parte della propria vita.

Il paese può diventare piuttosto, per usare l’immagine scelta da Marino, «un porto sicuro da dove partire e dove poter tornare». Un luogo che resta casa anche quando si è lontani e che, in alcuni casi, può tornare a esserlo davvero. Per un borgo che trent’anni fa guardava al rischio di scomparire, è probabilmente questo il segnale più profondo della strada percorsa: «Oggi parlare al futuro per Bova non è più un’utopia».