C’è una Calabria che invecchia male, una Calabria dove nascere continua a essere difficile e una Calabria giovane che prova a sopravvivere inventandosi un lavoro da sola. L’indagine 2026 del Il Sole 24 Ore sulla qualità della vita per fasce d’età restituisce il ritratto di una regione schiacciata nelle retrovie delle classifiche nazionali, ma attraversata da contraddizioni profonde che raccontano molto più di una semplice graduatoria.

La fotografia più drammatica riguarda gli anziani. Qui la Calabria precipita quasi completamente in fondo alla classifica italiana, fino a toccare il punto più basso con Vibo Valentia, ultima provincia d’Italia per qualità della vita degli over 65. Una “maglia nera” costruita attraverso nove indicatori su venti collocati tra gli ultimi cinque posti nazionali.

Ma il dato che colpisce davvero è la continuità del crollo: Crotone è 103ª, Reggio Calabria 104ª, Cosenza 105ª. Solo Catanzaro riesce a restare appena sopra il baratro, fermandosi comunque al 61° posto.

La Calabria dove gli anziani restano soli

Dietro quei numeri c’è una geografia concreta fatta di servizi assenti, sanità fragile e isolamento sociale.

A Vibo Valentia mancano medici specialisti, infermieri, servizi di prossimità. Gli over 70 che riescono a raggiungere a piedi servizi essenziali in quindici minuti sono tra i meno numerosi d’Italia. La partecipazione civile degli anziani è quasi inesistente e i servizi sociali comunali assistono una quota minima della popolazione anziana.

La situazione sanitaria è ancora più pesante in altre province calabresi. A Crotone l’importo medio delle pensioni è il più basso d’Italia, mentre la speranza di vita a 65 anni colloca il territorio tra gli ultimi tre posti nazionali. A Catanzaro, invece, è ultimo il dato sugli utenti over 65 assistiti dai servizi sociali comunali.

L’impressione che emerge dall’indagine è quella di una regione dove l’invecchiamento non è accompagnato da protezione pubblica. Le reti familiari continuano a sostituire il welfare, ma sempre più spesso senza strumenti sufficienti per reggere il peso sociale ed economico dell’assistenza.

Giovani tra precarietà e sopravvivenza

Se gli anziani rappresentano il volto più fragile della Calabria, i giovani raccontano invece una regione sospesa tra disperazione economica e capacità di adattamento.

Nella classifica generale dedicata ai 15-35 anni, nessuna provincia calabrese riesce ad avvicinarsi alle aree più dinamiche del Nord Italia. Eppure il quadro è molto più contraddittorio rispetto a quello degli over 65.

Vibo Valentia è la migliore provincia calabrese per qualità della vita giovanile, ma si ferma comunque al 59° posto nazionale. Seguono Crotone al 67°, Catanzaro all’84°, Cosenza al 90° e Reggio Calabria addirittura al 101° posto.

Il dato più emblematico riguarda proprio Reggio Calabria: qui il 32,7% dei giovani è NEET, cioè non studia e non lavora. È il secondo peggior dato d’Italia, superato soltanto da Taranto. Sempre Reggio è 105ª per soddisfazione dei giovani verso il proprio lavoro.

Sono numeri che raccontano una generazione bloccata, incapace di trovare uno spazio stabile nel mercato del lavoro tradizionale.

Vibo e Crotone, capitali dell’autoimpiego

Eppure, dentro questa crisi, emerge anche un fenomeno sorprendente. La Calabria domina infatti un indicatore molto particolare: l’imprenditorialità giovanile.

Vibo Valentia è addirittura prima in Italia per numero di imprese guidate da under 35: l’11,14% delle aziende registrate ha un titolare giovane. Subito dietro c’è Napoli, mentre Crotone è terza.

Non è però il segnale di un’economia florida. Al contrario. L’indagine interpreta questo primato come una risposta obbligata all’assenza di lavoro dipendente. Dove il mercato tradizionale non offre prospettive, i giovani provano a costruirsele da soli.

L’autoimpiego diventa così una strategia di sopravvivenza più che una libera scelta imprenditoriale.

Anche sul fronte della rappresentanza politica emergono segnali interessanti: Vibo Valentia è terza in Italia per percentuale di amministratori comunali under 40, indice di una forte presenza giovanile nella vita pubblica locale.

Ma il resto del quadro resta fragile. Catanzaro è ultima in Italia per partecipazione dei giovani nel non profit, mentre Crotone chiude la classifica nazionale per numero di locali e organizzatori di spettacoli.

Bambini ultimi: scuole senza mense e palestre

La situazione non migliora guardando ai bambini e agli adolescenti.

Nella graduatoria dedicata alla fascia 0-14 anni, la Calabria occupa stabilmente il fondo della classifica nazionale. Crotone è 105ª, terzultima in Italia. Reggio Calabria è 101ª, Cosenza 100ª, Vibo Valentia 96ª e Catanzaro 90ª.

I dati sulle strutture scolastiche sono impressionanti. Crotone è ultima in Italia per scuole dotate di palestra e per presenza di mense scolastiche. Solo il 17,4% degli edifici scolastici dispone di una palestra. Anche Catanzaro e Cosenza sono praticamente in fondo alla graduatoria nazionale.

Ancora più grave è il quadro sulle competenze scolastiche: Crotone è ultima in Italia sia per competenze numeriche sia per competenze alfabetiche degli studenti di terza media.

La Calabria mostra enormi fragilità anche negli spazi dedicati ai bambini. Cosenza è ultima per indice sport e bambini, Crotone per presenza di giardini scolastici, mentre Reggio Calabria precipita nelle ultime posizioni per verde attrezzato.

A tutto questo si aggiunge la storica carenza di asili nido e servizi comunali per l’infanzia.

Le famiglie come unico welfare

Eppure, anche qui emerge un elemento tipico del Mezzogiorno: le reti familiari.

La Calabria continua a reggersi soprattutto grazie ai parenti. Crotone è prima in Italia per disponibilità di familiari su cui contare nell’accudimento dei figli. Vibo Valentia è terza. Reggio Calabria, invece, è tra le province italiane con il più alto numero medio di figli per donna.

È il segno di un welfare sostituito dalla famiglia, che continua a funzionare come ammortizzatore sociale nei territori dove il sistema pubblico resta debole o insufficiente.

Ma proprio questa dipendenza dalle reti parentali racconta forse il cuore del problema calabrese: una regione dove la sopravvivenza quotidiana continua a poggiare più sulle relazioni private che sulla forza delle istituzioni e dei servizi pubblici.

Ed è forse questo il dato più politico che emerge dall’indagine del Sole 24 Ore: in Calabria, ancora oggi, la qualità della vita dipende molto più dalla capacità individuale e familiare di resistere che dal territorio in cui si vive.