«Affido al Signore della vita coloro che il mare di Ceuta ha inghiottito. I loro nomi, che noi ignoriamo, sono scritti nel palmo delle sue mani. Prego perché la loro morte scuota le nostre coscienze assopite e diventi seme di un mondo più giusto, dove il diritto a sperare trovi finalmente strade sicure al posto delle onde». Così mons. Francesco Savino, vescovo della diocesi di Cassano all'Ionio e vicepresidente della Cei, su quanto accaduto a Ceuta.

In una riflessione dal titolo 'Il mare che divide, il mare che accusa' mons. Savino scrive: «Chi ha pianto? È una domanda che oggi rivolgo a me stesso e a chiunque legga queste righe. Davanti agli ottanta morti di Ceuta, chi ha pianto? La compassione, letteralmente il patire insieme, è la soglia della nostra umanità: dove essa si spegne, comincia la barbarie, per quanto ben vestita e ben argomentata possa presentarsi».

«Il criterio del Vangelo - osserva Savino - è definitivo e resta senza sconti: 'Ero straniero e mi avete accolto'. Su questo, dice Gesù, saremo giudicati tutti, popoli e persone»