Un forte impatto visivo che viene amplificato dalla disperazione delle cinque famiglie di Cosenza evacuate a via Oberdan per l’esondazione del torrente Jassa lo scorso 13 febbraio. Vittime, come centinaia di altri calabresi, della furia del maltempo e dalla mancata prevenzione che, negli anni, ha accompagnato il destino della Calabria a quanto poi è accaduto qualche settimana fa.

Quelle famiglie oggi chiedono risposte e tempi certi per poter tornare a casa. A casa loro, precisamente. A parlare a nome di tutti è Jessica Magurno che ricorda quei drammatici momenti. «Già dalla notte il fiume era in piena, ma non abbiamo realizzato subito cosa stesse succedendo» racconta. La gravità della situazione è apparsa evidente solo quando i residenti hanno cercato di uscire dalla zona interessata dalla furia delle acque. «Abbiamo visto che il fiume aveva inghiottito tutta la strada. A quel punto hanno preso il sopravvento paura e panico: non sapevamo come muoverci».

Le immagini, come testimonia il video che proponiamo a margine dell’articolo, sono terribili. Detriti ovunque, argini scomparsi, il resto è uno scenario post-catastrofico. Perché, per quella gente, si parla di ciò. Oggi molte delle persone coinvolte vivono ancora in strutture di accoglienza temporanee. Una condizione difficile, soprattutto per le famiglie con soggetti fragili.

«La nostra situazione attuale è che siamo fuori di casa e quello che vogliamo sono risposte vere e sicure», spiega la signora Jessica. «Non abbiamo vestiti, medicine, tra noi ci sono disabili, bambini e persone con patologie». La richiesta principale è una sola: sapere quando sarà possibile rientrare nelle abitazioni. «Sì, perché questa strada non è solo una strada, ma è la strada di casa nostra. Sono i sacrifici dei nostri nonni, dei nostri genitori e i nostri per i nostri figli. Non sono solo case: sono le nostre case».

Secondo quanto raccontano, i lavori nella zona sarebbero iniziati circa due anni e mezzo fa. Perché a minacciare le loro abitazioni non c’era solo il fiume, ma anche il costone che sovrasta il piccolo nucleo di costruzioni. «Hanno messo in sicurezza solo una parte della montagna - evidenziano - e poi hanno iniziato a costruire un muro che doveva stare al margine del fiume, ma che si è trovato praticamente alla montagna, restringendo la carreggiata.

Magurno ricorda inoltre la presenza di una sonda installata circa tre anni fa per monitorare il livello del torrente. «Quel giorno hanno visto che il livello del fiume era in aumento e l’allerta era stata data 48 ore prima - afferma ancora Jessica Magurno -. Io stessa il 9 febbraio avevo segnalato una crepa nella zona del cantiere. Sono intervenuti i vigili urbani, hanno fatto delle foto e segnalato tutto, ma poi sono andati via».

Le famiglie evacuate a Cosenza sperano ora nella realizzazione di una soluzione provvisoria che consenta almeno il rientro nelle abitazioni. «La nostra speranza è che si possa costruire una strada momentanea, magari passando dal cantiere» spiegano i residenti lamentando l’assenza di comunicazioni ufficiali. «Dal giorno in cui è accaduto non abbiamo risposte reali. Non sappiamo quando e se potremo tornare a casa. Ci hanno detto solo a voce che forse si potrebbe fare una strada dal cantiere, ma stanno aspettando risposte». Il messaggio delle famiglie è netto: «Noi non chiediamo un alloggio, né un hotel né un B&B. Vogliamo tornare nelle nostre case e lo pretendiamo: non è un favore, è un nostro diritto e una questione di dignità».