Lo scrittore e giornalista calabrese è appena tornato dopo tre settimane sull’isola: «Raramente ho visto condizioni simili in un Paese dove non si combatte». Il reportage tra crisi, embargo Usa e fuga dei giovani
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Simone Tropea, scrittore, docente, giornalista, inviato sui luoghi di guerra, è appena rientrato da Cuba, dove ha realizzato per Limes un reportage sulla crisi profonda dell’isola. Collaboratore de LaC e analista de I giorni della Storia, Tropea ha raccontato da vicino alcuni dei luoghi più drammatici del nostro tempo. È stato a Gaza, in Ucraina e ora a Cuba. Un osservatore che cerca di entrare dentro le crisi, di ascoltare le persone e di andare oltre le letture ideologiche. Il suo legame con il mondo dei Gesuiti e la vicinanza al cardinale Pierbattista Pizzaballa gli hanno consentito, negli anni, di conoscere realtà e protagonisti al centro dei grandi conflitti contemporanei.
Da Cuba torna con una domanda radicale: la rivoluzione può sopravvivere se perde il suo popolo?
Simone, sei appena tornato da Cuba. Qual è la prima immagine che ti viene in mente quando ripensi a quelle tre settimane?
Un paese spento. Il 3 gennaio le forze speciali americane hanno catturato Nicolás Maduro a Caracas e hanno interrotto il flusso di petrolio venezuelano, che dagli anni di Chávez era la principale fonte energetica dell'isola e arrivava a coprirne circa il 60 per cento del fabbisogno. Il 29 gennaio Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che minaccia dazi contro qualunque paese rifornisca Cuba di petrolio. Al blocco commerciale in vigore da oltre sessant'anni si è così aggiunto un blocco energetico, pensato per chiudere l'ultima via di approvvigionamento rimasta. Nel solo mese di luglio la rete elettrica nazionale è collassata tre volte, e durante il mio soggiorno la corrente mancava per gran parte della giornata, all'Avana come in provincia.
Senza elettricità e senza gasolio si ferma tutto il resto. Le pompe non spingono l’acqua nelle case, i camion non raccolgono i rifiuti, gli autobus non circolano e le sacche di sangue non arrivano negli ospedali. Nella capitale la spazzatura si accumula ai lati delle strade, e in alcuni municipi della provincia la raccolta si fa di nuovo con il cavallo e il carretto. Tra quei cumuli, che emanano un odore acre e nauseabondo, ho visto ogni giorno centinaia di persone cercare cibo e bambini chiedere un dollaro, benché l’elemosina a Cuba sia vietata. Ho lavorato come corrispondente in Ucraina, in Siria, in Israele, in Libano e in Palestina. Raramente ho visto condizioni simili in un paese dove non si combatte.
Hai raccontato una Cuba al buio, senza acqua, con gli ospedali in difficoltà, la spazzatura nelle strade e milioni di persone che hanno lasciato il Paese. Quanto è profonda oggi la crisi e quanto pesa, invece, il blocco americano?
Comincio dalle dimensioni della crisi. Negli ultimi dieci anni hanno lasciato Cuba oltre due milioni di persone, l’esodo più grande dalla caduta di Fulgencio Batista nel 1959. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, stima nel suo editoriale che sull’isola restino circa otto milioni di abitanti. Il censimento del 2012 ne contava 11,2. Chi rimane spesso non ha i mezzi per partire. Una suora che lavora all’Avana me lo ha riassunto in tre verbi, «no saben, no pueden, no tienen»: queste persone non hanno la preparazione, gli appoggi familiari all’estero o il denaro per ricominciare altrove.
All’Avana ho accompagnato un professore universitario a comprare di nascosto un litro d’olio, nel retro di un albergo di lusso ormai semichiuso. Costava 4.500 pesos, più della metà del suo stipendio mensile. Al cambio informale quel docente guadagna meno di quattordici euro al mese. La benzina costa intanto sette-otto dollari al litro a Santiago e fino a dodici all’Avana.
Il blocco americano è oggi la causa determinante di questo collasso.
Parlare di embargo fa pensare a un paese che sceglie di non commerciare con un altro, ma quello che Washington applica a Cuba è un sistema costruito per colpire chiunque commerci con l'isola. Già nel primo mandato Trump aveva introdotto circa 240 tra sanzioni e restrizioni. Aveva attivato per la prima volta il titolo III della legge Helms-Burton, che consente di portare in tribunale le imprese straniere attive su proprietà confiscate dopo il 1959. Aveva anche messo in una lista nera oltre duecento società cubane.
Nel 2026 si è aggiunto il blocco petrolifero. La catena spagnola Meliá ha lasciato la gestione dei suoi alberghi sull'isola, e le compagnie di navigazione rifiutano i carichi diretti a Cuba per non perdere l'accesso al mercato americano. Il governo cubano sostiene che settemila container di cibo e medicinali già pagati siano fermi nei porti della regione.
L'obiettivo di questa politica draconiana degli Usa non è mai stato nascosto.
Nell'aprile 1960 Lester Mallory, vicesegretario di Stato aggiunto per gli affari interamericani, scriveva che la maggioranza dei cubani sosteneva Castro, e che l'unico modo per rovesciarlo era indebolire l'economia fino a provocare fame e disperazione. Sessantacinque anni dopo, Trump e il suo segretario di Stato Marco Rubio applicano quel memorandum con una violenza che nessuna amministrazione precedente ha mai raggiunto. Caracciolo scrive senza giri di parole, nel suo editoriale, che Trump vuole prendere i cubani per fame.
La crisi ha anche cause interne, ovviamente, e i conti pubblici le rendono evidenti. Nel 2024 lo Stato cubano ha investito nel turismo 1,5 miliardi di dollari. È circa il 40 per cento dell’investimento pubblico, in un anno in cui gli alberghi non superavano il 30 per cento di occupazione. Nello stesso anno sanità e istruzione, sommate, hanno ricevuto meno di un decimo di quella cifra, oltre un quarto in meno rispetto al 2023. Nel 2023 all’agricoltura sono andati 11 milioni di dollari, in un paese che importa gran parte del cibo che consuma. Il blocco, insomma, ha colpito un sistema che si era già indebolito da sé con le proprie scelte. Ogni nuova sanzione, d’altra parte, offre al governo un alibi per i propri fallimenti e scarica il costo interamente sulla popolazione.
Nel tuo reportage emerge una contraddizione molto forte: da una parte il mito di Fidel viene continuamente celebrato, dall'altra i giovani sembrano non riconoscersi più nella rivoluzione. È davvero finito il rapporto tra il regime e “el pueblo”?
Il consenso alla rivoluzione si è sempre fondato su risultati tangibili. Ne ho parlato a lungo con Juan Triana Cordoví, economista dell’Università dell'Avana, che a settantadue anni insegna ancora e da decenni critica apertamente la politica economica del governo. Nei primi anni la rivoluzione ridusse gli affitti e le tariffe elettriche, rese gratuita l’istruzione e combatté l’analfabetismo. Aprì inoltre l’università e le professioni a chi ne era sempre stato escluso, a cominciare dalla popolazione nera. Secondo Triana la forza di Fidel veniva da quest’opera più che dal suo carisma comunicativo.
Chi oggi ha vent’anni non ha visto il progresso sociale. Conosce invece i blackout, gli stipendi che valgono pochi euro e le famiglie divise tra L’Avana, Miami e Madrid. Dal 2018 i cubani possono collegarsi a Internet dal cellulare, e i giovani si informano quasi tutti attraverso gli stessi canali che fanno capo a Miami.
Da parte sua, il potere cubano oggi cerca di sostituire la legittimità dei risultati con quella dei simboli. Il 13 agosto ho assistito alla celebrazione ufficiale del centenario di Fidel, alla presenza del presidente della Repubblica Miguel Díaz-Canel e di delegazioni straniere. Fidel è la risorsa politica più comoda perché non deve più rispondere di nulla, né dei blackout né degli ospedali senza farmaci. Intanto, nelle strade della stessa città, mancano la luce e l’acqua, e la distanza tra la liturgia del centenario e la vita reale ha finito per trasformare il mito in una caricatura.
Il rapporto del governo con il popolo non si è interrotto con una rivolta. Si sta consumando per abbandono. La maggior parte delle persone che ho incontrato non si considera oppositrice. Ha semplicemente smesso di credere che il sistema rivoluzionario possa migliorare la sua vita, e per un regime che ha sempre identificato la rivoluzione con la nazione questo è il dato più grave.
Hai incontrato medici, professori, intellettuali, funzionari e soprattutto giovani. Che cosa ti ha colpito di più nelle loro parole? E che cosa chiedono oggi a Cuba?
Mi ha colpito il crollo della classe professionale, che era il risultato di cui il castrismo andava più fiero. Medici, ingegneri e docenti sono oggi tra le categorie più povere, perché non controllano merci, non gestiscono importazioni e spesso non ricevono rimesse dall’estero. Vive meglio chi lavora negli alberghi, nei magazzini o nella distribuzione, perché sta più vicino ai pochi beni che circolano e che finiscono in parte sul mercato nero. La gerarchia sociale che la rivoluzione aveva costruito sull’istruzione si è rovesciata.
Negli ospedali la situazione è disumana. Un ematologo mi ha accompagnato in un reparto di chirurgia cardiovascolare dove da giorni non arrivavano sacche di sangue, e dove mancavano farmaci, flebo, siringhe e guanti. Diversi medici mi hanno riferito un aumento della mortalità tra anziani e malati cronici negli ultimi mesi. Claudia, una neonatologa, mi ha raccontato di aver dovuto ventilare a mano due neonati, a turno con i colleghi, perché i ventilatori non c’erano. Le si chiedeva comunque che nessun bambino morisse. La mortalità infantile, a Cuba, è stata la più bassa dell'America Latina, e uno degli indicatori con cui la rivoluzione ha dimostrato di funzionare. Anche su questo fronte i medici che ho incontrato descrivono un peggioramento evidente. Dopo anni in queste condizioni Claudia ha lasciato la medicina, e oggi vende caffè.
Le richieste che ho raccolto sono concrete. Queste persone vogliono vivere del proprio lavoro, cioè che un medico riesca a mantenere la famiglia facendo il medico. Vogliono poter criticare il governo senza essere accusate di servire Washington. Gli economisti come Triana chiedono riforme vere, con più spazio all'impresa privata, garanzie giuridiche per la proprietà e la possibilità di attrarre capitali esteri. Molti giovani, però, non chiedono più nulla e si organizzano per partire.
Una delle cose più interessanti del tuo viaggio è che non proponi una lettura semplicemente anti-castrista: riconosci alla rivoluzione conquiste storiche, dall’alfabetizzazione alla mobilità sociale, ma racconti anche il fallimento delle riforme e della capacità di cambiare. Cuba può ancora salvare qualcosa della sua rivoluzione cambiando profondamente il proprio sistema?
Prima del 1959 buona parte della terra, dello zucchero, delle ferrovie e delle banche era in mano a imprese statunitensi. La società era segnata dalla segregazione razziale e da una povertà rurale profonda. La rivoluzione ha portato alfabetizzazione universale, sanità e istruzione gratuite e una mobilità sociale reale. Lo riconoscono anche la Chiesa cubana, che dalla rivoluzione ha subito espulsioni e confische, e gli economisti più critici.
Cuba però non è mai diventata autosufficiente e non si è mai ripresa dalla crisi degli anni Novanta, quando la fine dell’Unione Sovietica cancellò circa un terzo dell’economia nazionale. Le riforme sono arrivate tardi, sono rimaste parziali o sono state interrotte in partenza. Ogni nuovo sostegno esterno, prima sovietico e poi venezuelano, ha attenuato la spinta al cambiamento. La ragione di fondo è politica, e Triana la dice così: «quando apri spazi economici, stai aprendo anche spazi politici». Nel frattempo il potere economico si è concentrato in Gaesa, il conglomerato delle Forze armate cubane, che sotto la presidenza di Raúl Castro è arrivato a controllare circa il 60 per cento dell’economia nazionale. Secondo le inchieste citate da Maronta, nel marzo 2024 Gaesa disponeva di beni per 18 miliardi di dollari, pari a circa un quinto del prodotto interno lordo. I negozi che controlla, ancora oggi, rivendono alimenti importati con ricarichi dal 100 al 400 per cento.
Quali sono le vie d’uscita da questa drammatica condizione?
Le vie d’uscita attualmente in discussione sono due. Triana guarda al doi moi, la riforma con cui il Vietnam ha mantenuto la guida del Partito comunista aprendo l’economia al mercato. Parla di concessioni della terra per novantanove anni e accetta perfino la parola socialdemocrazia. Il ministro Rodríguez Parrilla difende invece un socialismo che prende alcuni strumenti dai modelli asiatici senza copiarli interamente, e che mette l’economia al servizio della giustizia sociale. Marco Rubio, da parte sua, sostiene che entro la fine del mandato di Trump Cuba sarà avviata su una traiettoria irreversibile. Intanto chiede all’Avana di cambiare e le toglie carburante, credito e partner commerciali, cioè proprio le risorse che, come ricorda Triana, servono a qualunque riforma. La via indicata da Triana è praticabile solo se i cubani potranno percorrerla da sé, perché un cambiamento imposto dall’esterno cancellerebbe anche l’eredità sociale che oggi – forse – si potrebbe ancora salvare.
Hai raccontato Gaza, l’Ucraina e ora Cuba. Sono realtà completamente diverse, ma osservandole da vicino c'è qualcosa che le accomuna nel rapporto tra grandi potenze, ideologie e vita quotidiana delle persone? Che cosa abbiamo smesso di vedere, noi che osserviamo queste crisi da lontano?
A Cuba nessuno bombarda, e il paragone regge su un solo punto, l’uso della sofferenza dei civili come strumento politico.
In Siria, in Libano e in Ucraina ho visto colpire deliberatamente centrali elettriche, reti idriche e ospedali per piegare un governo o una società. A Cuba si persegue lo stesso scopo con mezzi amministrativi, cioè ordini esecutivi, liste di sanzioni, dazi contro i paesi terzi e pressioni sulle compagnie di navigazione. Il memorandum di Mallory lo diceva già nel 1960. Oltre sessant’anni dopo il governo cubano è ancora al suo posto, mentre la popolazione è calata di quasi il 30 per cento rispetto al 2012 e vive con pochi euro al mese. Il metodo ha mancato il bersaglio dichiarato e ha colpito tutti gli altri. Per questo credo che la parola genocidio vada pronunciata, e con precisione giuridica. La Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 include tra gli atti di genocidio la sottomissione intenzionale di un gruppo a condizioni di vita destinate a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale.
Da lontano abbiamo smesso di vedere il costo reale di determinate politiche, perché giudichiamo tutto con categorie ideologiche. Chi difende Cuba come simbolo della resistenza all’impero ignora la repressione del dissenso e la fuga di due milioni di persone. Chi la condanna come fallimento del comunismo dimentica il peso delle sanzioni. Caracciolo indica nel suo editoriale tre derive del nostro sguardo sul mondo: la disumanizzazione del nemico, l’indebolimento dei legami sociali e la riduzione della storia al solo presente. Nel caso cubano producono lo stesso effetto. Si discute del regime e di Washington, e le condizioni materiali di otto milioni di persone escono dal quadro.
Quale il ruolo della chiesa cubana?
La Chiesa cattolica cubana conta undici diocesi e poco più di trecento sacerdoti per un’isola lunga oltre mille chilometri. Il dato me lo ha fornito padre Ariel, portavoce della Conferenza episcopale. In molte comunità il prete arriva solo di tanto in tanto, e il lavoro quotidiano lo sostengono le religiose e i laici. Assistono anziani e disabili, gestiscono opere sociali e arrivano dove lo Stato si ritira per mancanza di mezzi. L’attuale arcivescovo dell'Avana, il cardinale Juan de la Caridad García Rodríguez, va ogni venerdì in una struttura del quartiere del Cerro che ospita persone con disabilità gravissime, e le imbocca e le rade con le proprie mani. La Chiesa è anche il canale attraverso cui passano i pochi aiuti umanitari che Washington lascia entrare sull’isola.
La sua posizione attuale è il frutto di una storia lunga. Tra il 1960 e il 1961 il nuovo governo nazionalizzò le scuole cattoliche e impedì il rientro ai sacerdoti che dissentivano. Alcuni settori cattolici si allinearono allora alla politica americana. Il caso più noto è l’Operación Peter Pan, organizzata da un sacerdote di Miami, che tra il 1960 e il 1962 portò negli Stati Uniti oltre quattordicimila minori cubani senza i genitori. Il disgelo cominciò negli anni Ottanta grazie a Frei Betto, frate domenicano brasiliano che nel 1985 pubblicò con Fidel il libro intervista Fidel y la religión. Nel 1992 la Costituzione smise di definire Cuba uno Stato ateo. Nel 1998 Giovanni Paolo II visitò l’isola e chiese che Cuba si aprisse al mondo e che il mondo si aprisse a Cuba. Tra il 2010 e il 2011 la mediazione del cardinale Jaime Ortega, arcivescovo dell’Avana per oltre trent’anni, contribuì alla liberazione di prigionieri politici. Con Francesco la Santa Sede ebbe un ruolo fondamentale nel riavvicinamento tra Cuba e l’amministrazione Obama.
Oggi i vescovi chiedono al governo maggiore pluralismo e libertà politica. Respingono però l’idea che si possa aggravare la crisi economica per ottenere un cambio di regime, e Leone XIV si è associato pubblicamente a questa posizione. La loro condanna della strategia americana pesa proprio perché viene da un’istituzione che ha conosciuto la repressione castrista e non ha alcun interesse a difendere il regime.
Perché tutto questo silenzio in Italia sulla tragedia del popolo cubano?
Vedo tre ragioni. La prima riguarda il dibattito politico italiano. Per una parte della sinistra riconoscere il disastro significa mettere in discussione un mito della propria storia. Ai festeggiamenti per il centenario di Fidel ho incontrato anche un'organizzazione studentesca italiana, venuta a celebrare il Comandante in una città senza luce e senza acqua che sembrava non vedere. Per una parte della destra, invece, la crisi interessa solo come prova del fallimento del comunismo, e le sanzioni spariscono dal discorso con un cinismo che nulla ha a che fare con la sorte dei cubani. In entrambi i casi manca l'aderenza ai fatti. Triana, che non ha mai rinnegato la rivoluzione, mi ha detto che le sinistre europee sono diventate «le peggiori destre», ed è un giudizio su cui continuo a ragionare.
La seconda ragione riguarda l'Unione Europea. Le sanzioni americane colpiscono direttamente imprese europee. Dal 1996 l'Unione dispone di un regolamento, il cosiddetto statuto di blocco, che vieta alle imprese europee di adeguarsi a una serie di leggi americane con effetti extraterritoriali. Nel 2018 la Commissione lo aggiornò per proteggere chi commerciava con l'Iran, mentre gli ordini esecutivi del 2026 contro Cuba non sono mai stati aggiunti all'elenco. Questa omissione misura con esattezza quanto sia limitata, su questo terreno, la sovranità economica europea.
La terza ragione è mediatica, e chiama in causa anche noi come pubblico. La crisi cubana non produce bombardamenti né fronti. Si misura in stipendi da pochi euro, in ore di blackout e in container fermi nei porti, cioè in dati che vanno spiegati e che chiedono a chi ascolta lo sforzo di capire. Buona parte dell'informazione italiana ha smesso di chiedere quello sforzo, e buona parte del pubblico ha smesso di farlo. Anni fa ho dedicato un libro alla stupidità, e credo che questa ne sia una forma precisa, la rinuncia a comprendere tutto ciò che non si lascia ridurre a uno slogan.
Da Gaza all’Ucraina, fino a Cuba, Simone Tropea continua a scegliere di stare nei luoghi nei quali la storia non è una pagina di un libro, ma dolore, paura, resistenza e vita quotidiana. Il suo reportage cubano, appena pubblicato da Limes, ci consegna un’immagine lontana dagli stereotipi: né la celebrazione della rivoluzione né la sua semplice condanna, ma il racconto di un popolo stretto tra un embargo che pesa e responsabilità interne che non possono più essere rimosse. È forse questa la lezione più importante del suo viaggio: quando le ideologie diventano troppo grandi, bisogna tornare a guardare i volti delle persone. Perché alla fine della storia, prima dei governi, dei partiti e delle potenze, rimane sempre il popolo.


