Barlumi di consapevolezza che scuotono, sul momento, le coscienze e la politica e che però non riescono, come la storia ci insegna, a incidere davvero e a lungo termine. Non riescono a renderci un Paese davvero civile, in cui i più fragili, tutte le persone più fragili anche se non nate qui, siano al sicuro.

Eventi estremi che ci pongono davanti agli occhi ciò che, almeno per qualche istante non possiamo più ignorare. Frutto dell'esasperazione che nessuno ha saputo cogliere e ascoltare, questi eventi possono essere anche generati dal coraggio di chi si ribella alle ingiustizie. Ingiustizie che erano lì sotto gli occhi e di cui, invece, lo Stato non si accorge. Lo Stato non si accorge quando non controlla, quando non garantisce una casa, quando non sanziona chi sfrutta il lavoro, quando diventa complice con la sua inerzia di sistematiche, reiterate e gravissime ingiustizie sociali e oltraggi alla persona e alla sua dignità, quando con la sua assenza lascia spazio a forze contrarie che minacciano lo stato di Diritto.

Eventi come la rivolta di Rosarno nel 2010, l'assassinio del sindacalista Soumaila Sacko nel 2018. Cosa hanno effettivamente cambiato, nonostante il clamore e le promesse? Davvero poco. Forse nulla, pensando alla strage di Amendolara di qualche giorno fa. Un altro evento estremo, particolarmente brutale e feroce, che potrebbe scuotere oggi coscienze e politica, pronte però a sopirsi nuovamente domani.

Voci soffocate dalle fiamme

Ad Amendolara, nel cosentino, tre braccianti afgani e uno pachistano, Waseem Khan, Fazal Amin Khogyan, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi – il quinto Taj Mohammad Alamyar è riuscito a lasciare il veicolo il fiamme e ha poi denunciato - sono stati arsi vivi in pieno giorno, dopo essere stati chiusi in un veicolo. Avevano protestato per i ricatti costanti, le minacce, una paga misera, un letto logoro in una stanza con altre dieci persone. A compiere il gesto due pachistani attualmente in carcere con l'accusa di omicidio plurimo e tantato omicidio aggravato da premeditazione, crudeltà e futili motivi.

Ma occorre andare oltre, a quei livelli superiori che in questo nostro Paese godono sempre di una tacita e imbarazzante immunità, un insulto all'intelligenza della gente perbene. Tanta in Italia come in Calabria. Quel livello superiore (e anche parallelo), quel livello mafioso, dal momento che i due cittadini pachistani agivano per conto di qualcuno o avvalendosi dell'indifferenza di qualcuno. Occorre fare luce. Piena luce, altrimenti tutto continuerà a non cambiare come il paradosso gattopardiano insegna. Occorre, altresì, colmare tutte le altre mancanze di cui queste voci soffocate nelle fiamme erano sentinelle.

Sentinelle tanto disperate e silenziose, quanto preziose. Se fossero state ascoltate, avrebbero potuto metterci di fronte a tutta la disumanità di cui siamo capaci, ancora in tempo utile per evitare questa strage.

Dignità violata e diritti negati

Invece non le abbiamo ascoltate. E non le ascoltammo evidentemente neppure quando furono i migranti a squarciare il velo di omertà e a denunciare, quando la loro voce si levò in strada e nei sindacati. Abbiamo lasciato che la voce dei braccianti in rivolta per le strade di Rosarno nel gennaio 2010 non cambiasse tutto quanto avrebbe potuto e dovuto. Abbiamo lasciato che nel 2018 il sindacalista Usb e bracciante maliano Soumaila Sacko venisse brutalmente ucciso a colpi di fucile. Era il 2 giugno anche quel giorno, come per la strage di Amendolara. Una festa della Repubblica italiana insanguinata che, macchiata da simile barbarie, deve sentire scricchiolare le sue fondamenta e richiamarsi a quello stato di Diritto che la sorregge.

I braccianti migranti a Rosarno fino al 2010 avevano vissuto nelle ex fabbrica Rognetta in condizioni disumane e degradanti. Nei campi di raccolta lo sfruttamento era selvaggio. Dopo la rivolta, ebbe luogo il trasferimento nella tendopoli del ministero dell'Interno, strutture nel tempo divenute baracche indecorose poi smantellate. Qualcuna oggi si intravede a San Ferdinando, tra terra, pozzanghere, fango e detriti lasciati dalla pioggia e ammassi di quel legno e di quelle pedane utilizzate per tirare su delle strutture precarie. Si intravede tra una baracca l’altra, come lo spettro evanescente di un luogo sicuro e confortevole solo promesso e il segno tangibile dell’ennesimo fallimento.

A quella rivolta che avrebbe dovuto aprire i nostri occhi su un lato oscuro della nostra società, si rispose anche con una indagine. Furono contestati i reati di associazione a delinquere, non di stampo mafioso ma finalizzata a favorire l’immigrazione clandestina e a violare la normativa previdenziale e del lavoro subordinato, con l’aggravante di truffare lo Stato. Dunque nessuna matrice mafiosa, seppure ferimenti, minacce e violenze che avevano preceduto quella rivolta, fossero maturate in un contesto ristretto da una cappa mafiosa.

La legge che non basta

Quella stretta non fu l'unica e altre avrebbero fatto seguito specie a dopo l'introduzione, ormai dieci anni fa nel 2016, dello specifico reato di caporalato, o intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, è regolato in Italia dall'art. 603-bis del Codice Penale, come riformato dalla legge 199. Fattispecie che punisce chiunque recluti manodopera per destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. Ma nonostante ciò, si è consumata la strage di Amendolara.

Il settore agricolo calabrese, inoltre, al 2025 conta tra gli 11mila e i 12mila lavoratori irregolari, secondo i dati del Consiglio nazionale delle ricerche Cnr-Ismed. «All’interno di questo ampio bacino di lavoratori - si legge nella nota stampa del Cnr- convivono situazioni molto differenti tra loro. Si passa infatti da forme di occupazione solo formalmente regolari, il cosiddetto “lavoro grigio”, caratterizzate dalla presenza di un contratto, a condizioni di lavoro completamente informali. In molti casi, infatti, anche la sottoscrizione di un contratto non rappresenta una reale garanzia di tutela. Dietro rapporti apparentemente regolari si celano spesso condizioni di sfruttamento caratterizzate da orari di lavoro ben superiori a quelli previsti dalla normativa, retribuzioni assimilabili al cottimo ma formalmente presentate come salari ordinari, nonché da un numero di giornate lavorative dichiarate inferiore rispetto a quelle effettivamente svolte».Dunque, non è stato fatto abbastanza.

Le nuove promesse

E a margine dei festeggiamenti per i 212 anni dalla fondazione dell'Arma dei Carabinieri, che ieri ha avuto luogo a Reggio e nell'ambito della quale la prima onorificenza è stata la Medaglia d’oro al valor Civile alla storica Bandiera di Guerra apposta dalla premier Giorgia Meloni proprio per l'attività svolta dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, non è mancato un focus sul tema del Caporalato.

In prefettura la ministra del Lavoro Marina Calderone, a seguito del vertice con le autorità locali in materia di lavoro e di vigilanza sul lavoro ha sottolineato l'importanza della sinergia annunciando che a «a metà giugno partirà una campagna indi ispezioni aggiuntive su tutto il territorio nazionale sul comparto agricolo. Aumentato, infatti, il numero degli ispettori del lavoro e dei carabinieri dell'apposito comando tutela del lavoro». Dobbiamo credere che una inversione di tendenza sia realmente possibile, sebbene questi non siano i primi annunci che la politica dispensa all'indomani di un evento dirompente, in questo caso particolarmente brutale e grave. Certamente quello dei controlli è uno dei nervi scoperti portato in evidenza dalla strage di Amendolara. Ma non è l'unico. Occorrono politiche di integrazione che garantiscano dignità attraverso alloggi e servizi. Oggi il fenomeno riguarda spesso migranti che sono regolari e che in un contesto sano dal punto di vista lavorativo e supportato da un welfare adeguato sarebbero posti nelle condizioni di integrarsi.

La paura, la speranza, il coraggio

Lontano da casa, in una terra dove non si è nati e che non si conosce, la paura c'è ma c’è sempre qualcosa di più forte. Si arriva a scegliere di restare, nonostante tutto, laddove si è rischiato tutto per arrivare, perchè non c’è un luogo sicuro al quale fare ritorno.

E dunque c'è la paura che non annienta, però, il coraggio di resistere e di ribellarsi. Se dunque con la paura si convive, e si accettano compromessi per aggrapparsi alla speranza di un domani che possa essere migliore, quando giorno dopo giorno quel domani non arriva, anzi si allontana sotto il peso della dignità violata, della fatica non ripagata, di condizioni di vita e di lavoro insostenibili, allora viene in soccorso il coraggio di rivendicare, reclamare quei diritti troppo lungo calpestati e negati. Quel coraggio deve essere viatico di libertà. Invece lo è per la morte. 

Una storia che si ripete. In Calabria e non solo. Si ripete certamente laddove i migranti braccianti vengono duramente sfruttati nei campi di raccolta, sottopagati e costretti a sottostare a ricatti, ad un asfissiante e ineludibile racket del trasporto, dell'alloggio, del rinnovo del permesso di soggiorno che ne imprigiona l'esistenza fino a schiacciarla.

Arance e fragole insanguinate

Un'offesa reiterata alla loro dignità che, se pure si perpetrata con l'intermediazione di altri migranti che hanno fatto carriera criminale nell'organizzazione che trae profitto da questa disperazione, non ci esime dalle nostre responsabilità. Quelle arance, quei pomodori, quelle fragole sono commercializzati da chi non può permettersi di non sapere, di non conoscere, di non intervenire per denunciare e spezzare la catena. Arrivano sulle nostre tavole. Dunque questa storia di grave ingiustizia sociale non esime alcuno dal chiedersi come ciò possa essere possibile, accettabile, tollerabile in un Paese civile come il nostro si professa; in una Calabria dove sono state scritte tantissime storie di meravigliosa integrazione e bellissima accoglienza, persino oltre la vita, dando sepoltura a coloro che non sono sopravvissuti al mare.

Un'offesa reiterata alla loro dignità è un atto di accusa alla nostra dignità di persone e di comunità in grado di essere fino a questo contro l'umanità, giudicata evidentemente sacrificabile chissà poi su quale altare, e non in grado di debellare la piaga della discriminazione, dello sfruttamento del lavoro agricolo, del caporalato. E una comunità contro l'umanità è una comunità che va contro sé stessa, che ne sia consapevole oppure no.