Dagli impianti di refrigerazione violati agli sciami di agenti intelligenti, l’intelligenza artificiale aumenta il divario tra chi attacca e chi difende. Fabrizio Marozzo, docente Unical, spiega i rischi per le infrastrutture essenziali e le misure urgenti per proteggersi
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Dagli attacchi ai sistemi di refrigerazione dei supermercati agli sciami di agenti intelligenti: Fabrizio Marozzo, professore associato di Ingegneria informatica all'Università della Calabria, spiega perché l'intelligenza artificiale rischia di allargare il divario tra chi attacca e chi difende, e cosa possono fare subito aziende, enti pubblici e cittadini.
Sistemi di refrigerazione dei supermercati violati, attacchi agli impianti che in Francia conservano i prodotti del sangue, agenti di intelligenza artificiale capaci di coordinarsi come sciami per trovare i punti deboli di un'infrastruttura. La sicurezza informatica non riguarda più soltanto i dati: tocca servizi essenziali da cui dipende la vita quotidiana di tutti.
Ne abbiamo parlato con Fabrizio Marozzo, professore associato di Ingegneria informatica al Dipartimento DIMES dell'Università della Calabria, dove si occupa di analisi dei big data, modelli linguistici di grandi dimensioni, machine learning e calcolo ad alte prestazioni. Con lui abbiamo affrontato il tema di come l'AI stia cambiando gli equilibri tra attacco e difesa, e di cosa sia necessario fare per non farsi trovare impreparati.
Professore, il caso dei supermercati ha colpito molto l'opinione pubblica. Cosa ci dice sul modo in cui, negli anni, abbiamo collegato a Internet impianti e servizi essenziali?
Negli ultimi anni abbiamo collegato a Internet praticamente tutto, spesso privilegiando la comodità, l'automazione e la riduzione dei costi rispetto alla sicurezza. Controllare un impianto da remoto permette di intervenire rapidamente, ma crea anche nuove possibilità di attacco.
La situazione sta diventando sempre più preoccupante. Proprio in questi giorni, in Francia, sono stati segnalati attacchi ai sistemi di refrigerazione utilizzati per conservare prodotti del sangue. Fortunatamente, da quanto riportato, non ci sono state conseguenze sui prodotti. Ma qui non parliamo più soltanto di alimenti da buttare: si tratta di risorse fondamentali per la salute delle persone.
La cosa che mi colpisce maggiormente è che, in alcuni casi, le vulnerabilità sono anche piuttosto banali: password predefinite mai cambiate, servizi accessibili da Internet senza adeguate protezioni, software non aggiornati o bug già conosciuti e mai corretti.
Questi problemi esistevano anche prima. Oggi però, grazie all'intelligenza artificiale, individuarli e sfruttarli può diventare molto più semplice. Un sistema AI può analizzare un'infrastruttura, cercare possibili debolezze e tentare diverse strategie. Più agenti possono anche lavorare insieme, dividendosi i compiti e condividendo i risultati. La potenza di fuoco degli attaccanti può quindi aumentare notevolmente, mentre molte infrastrutture continuano a presentare vulnerabilità elementari.
Lei parla di un'asimmetria tra attacco e difesa che l'AI rischia di amplificare. Nell'esperimento di Corma gli agenti hanno avuto successo nell'85% delle prove di attacco, ma hanno individuato solo il 19% degli attacchi in difesa. Perché è così difficile usare l'intelligenza artificiale per proteggerci?
Che attaccare sia più facile che difendere non è una novità. A un attaccante può bastare trovare una sola vulnerabilità, mentre chi difende deve cercare di proteggere tutto: server, applicazioni, dispositivi e collegamenti esterni.
Oggi l'intelligenza artificiale rischia di rendere questa differenza ancora più grande. Un attaccante può usare agenti AI per cercare vulnerabilità, provare strategie diverse e cambiare approccio quando qualcosa non funziona, anche in modo automatico e su larga scala.
Per chi difende, invece, la situazione è più complicata. Pensiamo a un tecnico che accede da remoto a un impianto. Se un hacker gli ruba le credenziali e compie le stesse operazioni, come facciamo a distinguere i due? E non possiamo neppure bloccare un ospedale o un impianto industriale ogni volta che un sistema AI rileva qualcosa di sospetto.
I risultati di Corma, pur riferendosi a uno specifico esperimento e a compiti differenti, aiutano a capire questa difficoltà. Chi attacca può permettersi molti tentativi falliti. Chi difende deve invece riconoscere le minacce senza interrompere il funzionamento dei servizi.
Lei paragona gli sciami di agenti AI ai droni visti in Ucraina, e ricorda che lì sono tornate utili barriere semplici come le reti metalliche. Qual è l'equivalente di quelle reti nella sicurezza informatica?
Non sempre a una tecnologia sofisticata bisogna rispondere con una tecnologia ancora più sofisticata.
In Ucraina abbiamo visto che droni relativamente economici possono mettere in difficoltà sistemi di difesa molto costosi. E che, in alcune situazioni, anche semplici reti metalliche possono essere utili per ostacolarli.
Nella sicurezza informatica il principio è simile. Non possiamo pensare di scollegare tutto da Internet: molti servizi hanno bisogno di essere connessi. Ma c'è una grande differenza tra esporre un sistema senza adeguate protezioni e permettere l'accesso soltanto a chi ne ha bisogno, attraverso connessioni controllate e sicure.
Si tratta di separare le reti, limitare gli accessi e fare in modo che un eventuale attacco a un dispositivo non comprometta l'intera infrastruttura.
Servono anche strumenti avanzati, compresi quelli basati sull'intelligenza artificiale. Ma prima di cercare di fermare un attaccante, dobbiamo rendere difficile il suo ingresso: gestire meglio gli accessi e scollegare da Internet ciò che non ha davvero bisogno di essere connesso.
Il vecchio motto «Se funziona, non toccarlo» oggi, secondo lei, rischia di diventare pericoloso. Cosa dovrebbero cambiare subito aziende ed enti pubblici nella gestione dei loro sistemi?
Spesso confondiamo un sistema che funziona con un sistema che è sicuro. Non sono necessariamente la stessa cosa.
Pensiamo a un impianto industriale installato decine di anni fa. Magari funziona ancora benissimo, ma utilizza un software che nessuno aggiorna più. Finché rimane isolato, alcuni rischi possono essere contenuti. Ma se lo colleghiamo a Internet, magari per controllarlo da remoto, la situazione cambia completamente.
In realtà, sappiamo da tempo cosa bisognerebbe fare. Non stiamo parlando di soluzioni nuove o particolarmente sofisticate. Aziende ed enti pubblici dovrebbero conoscere i dispositivi che utilizzano, sapere quali sono accessibili dall'esterno, quali software hanno installato e quali vulnerabilità sono già note. Poi intervenire, aggiornando dove possibile e proteggendo o isolando i sistemi più vulnerabili.
Il problema è che, tra il sapere cosa fare e il farlo davvero, spesso c'è una bella differenza. E quando parliamo di infrastrutture complesse, intervenire può essere costoso e comportare anche interruzioni temporanee dei servizi. Ma continuare a rimandare può esporci a conseguenze ben peggiori.
L'Unione europea indica come obiettivo che i cittadini siano autosufficienti per almeno 72 ore in caso di emergenza, e alcuni Paesi consigliano di tenere contanti e radio a batterie. Una società sempre più digitale è davvero meno sicura? E come si costruisce un'alternativa senza rinunciare all'innovazione?
Non direi che una società più digitale sia necessariamente meno sicura. Il problema, secondo me, è che stiamo diventando sempre più dipendenti da tecnologie che diamo per scontate, senza chiederci cosa succederebbe se improvvisamente smettessero di funzionare.
Pensiamo ai pagamenti elettronici, ai trasporti, alle comunicazioni e alla distribuzione alimentare. Sono servizi che dipendono dai sistemi informatici e sono sempre più collegati tra loro. Un problema in un settore può avere conseguenze anche sugli altri.
Per questo trovo interessanti le raccomandazioni europee sulle 72 ore di autonomia. Avere un po' di contanti o una radio a batterie può sembrare quasi anacronistico, ma in certe situazioni può fare la differenza.
E lo stesso ragionamento vale per le infrastrutture essenziali. Esistono già procedure e controlli per affrontare queste situazioni, ma il punto è capire quanto siano realmente applicati e quanto funzionino nella pratica. Per esempio, se domani un ospedale perdesse la connessione a Internet, quali servizi continuerebbero a funzionare? Quali attività potrebbero essere svolte comunque? E per quanto tempo?
Sono verifiche che dovrebbero essere fatte periodicamente, con test organizzati senza mettere a rischio i servizi. Perché un conto è avere un piano di emergenza sulla carta, un altro è sapere se funzionerà davvero quando ce ne sarà bisogno.
E forse dovremmo farci qualche domanda anche nelle nostre case. Oggi sembra quasi che un elettrodomestico, per essere moderno, debba necessariamente essere collegato a Internet. Ma ne abbiamo davvero bisogno? Che vantaggio ci dà? Ogni dispositivo connesso può diventare anche un possibile punto d'ingresso per un attacco. Non tutto deve stare su Internet: dovremmo chiederci quando la connessione ci serve davvero.
Dalle parole di Marozzo emerge un messaggio chiaro: per difendersi dalle minacce più sofisticate non bastano tecnologie sempre più avanzate. Servono soprattutto scelte consapevoli: sapere cosa è connesso e perché, aggiornare i sistemi, separare le reti e verificare che i piani di emergenza funzionino davvero. In un mondo in cui l'intelligenza artificiale moltiplica la forza degli attaccanti, la prima linea di difesa resta la più semplice: non lasciare porte aperte. E chiedersi, anche tra le mura di casa, se tutto ciò che colleghiamo a Internet abbia davvero bisogno di esserlo.

