C’è un rumore che non si sente, eppure cresce: quello del silenzio che accompagna la lenta trasformazione degli Stati Uniti. Non un colpo di Stato, non i carri armati nelle strade: troppo evidente, troppo facile da riconoscere e fermare. No, l’America di Trump rischia di diventare qualcosa di più sottile, più insidioso. Una democrazia che non viene abbattuta, ma svuotata dall’interno, come un palazzo che all’apparenza resta intatto, ma che giorno dopo giorno perde le fondamenta.

Non è la dittatura classica: le elezioni si fanno, le istituzioni restano. Ma il disegno dei distretti elettorali per favorire un partito, gli attacchi quotidiani alla stampa bollata come “nemica del popolo”, la politicizzazione estrema delle agenzie federali, la tentazione di concentrare tutto il potere nell’esecutivo: questi sono colpi di scalpello che erodono lentamente la pietra democratica.

E allora la domanda brucia: che cosa significa per il mondo se la più grande democrazia occidentale abdica ai suoi valori fondativi?

Negli anni Novanta ci raccontavamo che l’America era il baluardo della libertà. È stata la nazione che si contrapponeva ai totalitarismi e difendeva i diritti civili. Oggi, invece, rischia di trasformarsi nel XXI secolo in un laboratorio di regressione democratica. Basta guardare: il Congresso assaltato il 6 gennaio, funzionari cacciati perché avevano detto la verità, studenti intimiditi per le loro opinioni, migranti trattati come pedine. Non sono incidenti: sono tasselli.

Non accade in una notte. Accade così: goccia dopo goccia. Una liturgia vuota, con il Campidoglio ancora illuminato e la Corte Suprema ancora in toga, ma senza più fede nel rito che li sostiene.

E qui il problema non è solo americano. Se l’America arretra, il mondo intero arretra con lei. Perché se Washington accetta che la libertà diventi un ostacolo, allora Putin, Erdogan, Orbán e Netanyahu avranno un alibi perfetto: “se lo fanno gli Stati Uniti, perché non noi?”.

E noi, allora? Quanto siamo pronti a convivere con l’erosione lenta, quasi indolore, delle regole fondamentali? O pensiamo davvero che la libertà sia un bene naturale, garantito per sempre?

La verità è che il rischio più grande non è l’assalto al Campidoglio: è l’assuefazione che ne è seguita. È la normalizzazione della paura. È un Paese che si abitua all’idea che la libertà possa essere ridotta a privilegio di pochi.

Si dice spesso che l’America ha sempre saputo rialzarsi. È vero, la storia lo dimostra. Ma la storia non garantisce il futuro. Ed è qui che sta l’ironia più amara: una nazione nata per ribellarsi a un re rischia di diventare, tre secoli dopo, suddita di un capo che sogna il potere assoluto.

E quel giorno, se arriverà, sarà il più triste. Non ci sarà un’esplosione, nessuna sirena, nessun proclama. Sarà un lento sussurro.

E forse non ce ne accorgeremo nemmeno.