Il ciclone Harry ha lasciato ferite profonde sulla costa jonica calabrese e nell’Area Grecanica. Strade divelte, lungomari cancellati, arenili stravolti. Scene che sembrano eccezionali, che vengono raccontate come eventi imprevedibili. Per Giuseppe Bombino, professore di Idraulica, Idrologia e Sistemazioni idraulico-forestali alla facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, nonché presidente del Gal Area Grecanica e già presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, il punto di partenza è un altro: la responsabilità di una classe dirigente che continua a guardare solo agli effetti, ignorando le cause strutturali del disastro.

«Una volta ancora, dinnanzi a un evento ampiamente prevedibile, registriamo l'inadeguatezza di una classe dirigente che confonde gli effetti con le cause». Una fotografia che va oltre Harry e che tocca il modo stesso con cui si affronta il rischio ambientale in Calabria. Il professore Bombino mette nel mirino anche la narrazione “scientifica” improvvisata che invade il dibattito pubblico. «Si aggiungono le “previsioni” di improbabili ed improvvisati scienziati che promettono di indovinare il futuro con l’intelligenza artificiale e con lo spensierato uso di modelli meteorologici, idrologici e climatici, senza alcuna competenza». Il risultato è sotto gli occhi di tutti: «Un tardivo ed insufficiente ristoro per gli ingenti danni, l’assenza di misure razionali di prevenzione e mitigazione del rischio, la persistente esposizione del patrimonio pubblico e privato al prossimo pericolo».

Harry, per Bombino, rappresenta l’ennesimo capitolo di una storia che si ripete. Eventi estremi che arrivano, colpiscono, si ritirano lasciando dietro di sé macerie fisiche e politiche. Eppure, basterebbe osservare il territorio per capire dove si è sbagliato. «Basterebbe guardarsi intorno per comprendere cosa non abbia funzionato o per osservare la variabilità spaziale del fenomeno». Un esempio concreto arriva dalle opere di difesa costiera. «Le barriere soffolte, laddove presenti, sia sulla fascia jonica reggina sia sulla sponda siciliana, hanno significativamente sottratto energia alle onde, riducendo l’impatto della mareggiata sulla costa». Una dimostrazione tecnica che contrasta con soluzioni improvvisate viste in queste settimane.

Il riferimento è diretto alla movimentazione della sabbia sugli arenili, trasformata in presunta protezione di emergenza. «Chi ha suggerito l’attuazione della movimentazione della sabbia per la realizzazione di “barriere di protezione”? Cosa si voleva proteggere con quei cumuli di sabbia? Con quali risultati attesi? E sulla base di quali evidenze scientifiche?». Domande che restano sospese, come resta sospesa la sensazione di una gestione affidata più all’improvvisazione che alla pianificazione.

Nel ragionamento di Bombino entra anche la memoria lunga del territorio. Harry non è un episodio isolato, appartiene a una genealogia di eventi estremi che affondano le radici nella storia. Il riferimento è alla grande mareggiata del 1933, un cataclisma che cambiò la fisionomia dei luoghi. «La domanda vera è cosa è cambiato in novant’anni nel nostro approccio al territorio. Quegli eventi impressi nella memoria collettiva avrebbero dovuto orientare la pianificazione, il consumo di suolo, la gestione del rischio». La risposta è amara. «Se avessimo fatto tesoro di quella lezione, molte cose sarebbero state evitate. Non ci saremmo avvicinati così tanto alla linea di costa, avremmo lasciato spazio alle dinamiche naturali di dissipazione dell’energia del moto ondoso».

Il ciclone Harry, allora, smette di essere soltanto una calamità e diventa uno specchio. Riflette le scelte urbanistiche, le fragilità infrastrutturali, l’assenza di una visione di lungo periodo. In una terra attraversata da sismicità, rischio idrogeologico, possibilità di tsunami legati ai fenomeni tellurici, alluvioni e inondazioni, continuare a ragionare in termini emergenziali equivale a preparare il terreno al prossimo disastro.