La protesta partita da Tetovo si allarga a Skopje, Tirana e Pristina. Gli studenti chiedono esami e istituzioni realmente bilingui
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In questi giorni, una protesta studentesca partita dalla facoltà di Legge della South East European University di Tetovo (Macedonia del Nord) si sta espandendo a macchia d’olio lungo la penisola balcanica. A manifestare sono decine di migliaia di studenti di origine albanese che, dopo Tetovo, hanno marciato prima nella vicina Skopje, poi anche a Tirana e a Pristina, dando vita ad un movimento spontaneo che ha trovato sostegno in numerose istituzioni albanesi e internazionali. Ma cosa chiedono gli studenti albanesi di Tetovo?
Per capire meglio le loro ragioni bisogna fare una premessa: nella Macedonia del Nord, repubblica della ex Jugoslavia, convivono una maggioranza di popolazione macedone e un 25% di popolazione albanese. Le lingue ufficiali sono il Macedone e l’Albanese, e la lingua albanese, riconosciuta dalla Costituzione, viene utilizzata anche nelle istituzioni pubbliche. Tuttavia tale diritto non viene rispettato in molti casi, come ad esempio quando si deve sostenere l’esame per accedere all’abilitazione alla professione forense.
Questo tipo di esame e molti altri, gli studenti albanesi sono obbligati a sostenerli esclusivamente in lingua macedone. Allo stesso modo nell’intero sistema giuridico del paese, comprese le sentenze, tutto viene redatto interamente in macedone. Gran parte della popolazione, soprattutto quella con livelli più bassi di istruzione, è costretta pertanto a firmare o accettare decisioni senza comprenderne del tutto il significato.
La protesta è partita dal basso lo scorso gennaio, quando alcune centinaia di studenti albanesi hanno firmato una petizione per poter sostenere gli esami per l’abilitazione in lingua albanese, lingua con la quale si sono formati. La richiesta è stata presentata al Ministero della Giustizia, all'Ispettorato linguistico e all'Agenzia per l'applicazione delle lingue, senza riuscire però ad avere risposte concrete. La rivolta perciò è iniziata a crescere, e lo ha fatto in maniera esponenziale.
Nei loro comunicati, gli studenti specificano che non hanno nulla contro la lingua macedone, ma che la loro protesta è indirizzata soltanto contro chi si oppone alla loro lingua madre. Gli studenti hanno anche precisato che le loro richieste non cederanno a strumentalizzazioni politiche, come qualcuno ha insinuato possa accadere, in quanto ciò che rivendicano è una questione elementare di uguaglianza. Non si tratta di rivendicazioni mosse da princìpi nazionalistici, ma piuttosto dallo spirito di appartenenza ad una nazione e ad un popolo, che non vuole perdere la propria identità, ma la rivendica con forza e determinazione.
Partendo dallo slogan "Uniti con gli studenti - tutti con una sola voce", la protesta piano piano ha, infatti, incluso anche una serie di altre rivendicazioni riguardanti le condizioni generali degli studenti e della lingua albanese in Macedonia del Nord. E quello che potrebbe apparire come un problema strettamente amministrativo è, in realtà, sintomo di una problematica più ampia.
Il governo del Kosovo, e non solo quello della stessa Albania, hanno espresso pubblicamente il loro massimo sostegno alle richieste degli studenti albanesi. E anche moltissime associazioni in tutto il mondo, dall’Europa all’America, hanno manifestato la loro piena solidarietà alla lotta.
Con striscioni quali, ad esempio, "La legge sulle lingue è chiara" e "Basta con la discriminazione istituzionale", gli studenti rivendicano il diritto di manifestare in nome della propria identità nazionale e, a quanto pare, non hanno nessuna intenzione di arrendersi.




