Nell’antica Roma la povertà non era un problema da eliminare, ma una condizione da gestire. Il potere politico non cercava di ridurre le disuguaglianze: puntava piuttosto a controllarle. Il sistema di assistenza alla plebe urbana era infatti costruito come un delicato equilibrio tra aiuto materiale e mantenimento dell’ordine sociale. Una logica che, a distanza di duemila anni, non appare poi così lontana da alcune dinamiche della politica contemporanea. Uno degli strumenti più noti era la cura annonae, cioè la distribuzione pubblica di grano alla popolazione. Introdotta alla fine della Repubblica da Gaio Gracco, la misura prevedeva inizialmente la vendita di grano a prezzo calmierato, poi trasformata in distribuzione gratuita durante l’Impero. Milioni di cittadini romani dipendevano da questo sistema. Non era un welfare nel senso moderno, era piuttosto un modo per evitare rivolte e garantire stabilità politica.

Il potere sapeva bene che una plebe affamata poteva diventare pericolosa. Accanto al grano arrivavano gli spettacoli pubblici, il famoso “panem et circenses”, una formula resa celebre dal poeta Giovenale. Giochi gladiatori, corse dei carri, feste popolari: intrattenimento che serviva a mantenere il consenso e a distrarre dalle profonde disuguaglianze della società romana. Se osserviamo il presente, la logica non appare del tutto superata. Anche oggi la politica spesso interviene con misure emergenziali – bonus, sussidi temporanei, provvedimenti tampone – che alleviano il disagio senza affrontarne le cause strutturali; salari stagnanti, precarietà lavorativa, concentrazione della ricchezza.

Nella Roma di 2000 anni fa accanto agli aiuti pubblici esisteva il sistema del clientelismo, una rete di rapporti personali tra ricchi patroni e cittadini poveri. Ogni mattina, davanti alle domus dei patrizi, si formavano lunghe file di clienti che ricevevano la sportula, un piccolo aiuto in denaro o cibo. In cambio offrivano fedeltà politica, sostegno elettorale e servizi; una apparente forma di solidarietà che era, in realtà, dipendenza. In forme diverse, questa dinamica sopravvive ancora oggi in molti sistemi politici. Il voto di scambio, il controllo del consenso attraverso favori, l’accesso a servizi pubblici mediato da reti di potere locale sono manifestazioni moderne dello stesso meccanismo; dove lo Stato sociale è debole, il cittadino torna a dipendere dal potente di turno.

Un altro pilastro del sistema romano era l’evergetismo, cioè la generosità pubblica dei ricchi; magistrati e aristocratici finanziavano templi, terme, strade, giochi e banchetti pubblici per guadagnare prestigio e consenso. Gli imperatori ne fecero uno strumento politico fondamentale tanto che Traiano promosse il programma degli Alimenta, destinato al sostegno dei bambini poveri in Italia ma la beneficenza non sostituiva la disuguaglianza bensì la rendeva socialmente accettabile. La dinamica non è scomparsa; oggi molte grandi lobby finanziano fondazioni, eventi culturali, iniziative filantropiche. Azioni spesso meritorie, ma che non modificano i meccanismi di produzione delle disuguaglianze ma fa si che che la solidarietà diventi una forma di marketing sociale.

Così come la maggior parte dei poveri viveva nelle insulae, edifici a più piani spesso fatiscenti, concentrati nei quartieri popolari di Roma come la Suburra anche oggi la situazione appare analoga; periferie urbane degradate, emergenza abitativa, affitti inaccessibili nelle grandi città europee. In realtà la differenza fondamentale tra il mondo romano e l’Europa contemporanea dovrebbe essere una sola ovvero che il welfare moderno nasce dall’idea che l’assistenza non sia una concessione del potere, ma un diritto sociale. Questa conquista è frutto delle lotte operaie, dei movimenti socialisti e delle costituzioni democratiche del Novecento. Eppure negli ultimi decenni questo principio è tornato a vacillare. Tagli ai servizi pubblici, precarizzazione del lavoro e aumento delle disuguaglianze stanno riportando il dibattito sociale verso modelli che ricordano più la logica della sportula che quella della cittadinanza sociale. La storia dell’antica Roma ci ricorda una lezione semplice, quando l’assistenza ai poveri serve solo a mantenere l’ordine la disuguaglianza resta intatta; quando invece diventa un diritto universale, allora la società cambia davvero.