VIDEO | Nata per deridere i vanesi e sbruffoni nobili siciliani spagnoleggianti, dalla commedia dell'arte al carnevale, essa ha avuto poi altre vite che ne hanno alterato l’essenza e la rappresentazione. Il docente: «Riconoscere le sue origini reggine non è una rivendicazione campanilistica ma un atto di verità storica e culturale»
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
«La maschera di Giangurgolo, maschera reggina per eccellenza, è stata nel tempo dimenticata dal popolo di Reggio Calabria e impropriamente adottata da quello di Catanzaro. Ma è un falso storico, privo di fondamento culturale e documentale». Il docente di Numismatica e Iconografia presso l’università di Messina, Daniele Castrizio, ospite degli studi del Reggino.it, in occasione della nuova puntata del format A tu per tu racconta le origini della maschera che sono da radicare a Reggio e non a Catanzaro. Non a caso in un'incisione di Jean-Claude Richard de Saint-Non in cui sono rappresentati "i dintorni di Reggio”, è raffigurato anche "Giangurgolo".
«I Catanzaresi, senza fare polemica alcuna, sono stati bravi a creare tutta una narrazione mentre noi reggini non abbiamo tutelato e abbiamo dimenticato. Catanzaro e Cosenza hanno costruire un'identità che non hanno. Noi che l'abbiamo invece la stiamo completamente trascurando in nome di una modernità che senza memoria non ha direzione».
Lo studio delle origini
«Giangurgolo è di Reggio e io l’ho imparato alle scuole elementari. Nel mio sussidiario – racconta il professore Daniele Castrizio - c'era Giangurgolo, la maschera di Reggio. Nel tempo, tuttavia, questa maschera è diventata di Napoli e poi di Catanzaro, tramutandosi in altro personaggio, diverso da quella originaria. Nello stesso sussidiario, c’era anche Peppe Nappa maschera di Trapani di cui né Messina né Palermo o Catania hanno mai affermato che fosse siciliana o di altre città. Insomma senza polemica alcuna forse dovrebbe chiederci perchè il Bergamotto sia della Calabria mentre la cipolla sia di Tropea e la patata della Sila. Troppo spesso, e noi lo consentiamo, Reggio perde per la strada pezzi della sua identità forse dovremmo difenderci noi per prima da questa tendenza», sottolinea il professore Daniele Castrizio.
Per questo un giorno il docente, i cui studi arricchiscono e ampliano la conoscenza della storia antica del nostro territorio, racconta di aver deciso di spogliarsi di quanto sapeva per compiere una ricerca sulle origini della maschera e così vedere dove lo avrebbe condotto.
Le tre vite di Giangurgolo
«Partiamo dall'etimologia. Lo Zanni della commedia dell’arte, chi apprezza Dario Fo lo ricorda bene, conduce al nostro termine dialettale (solo) reggino che è “zanniare”, che significa “fare lo zanni”, scherzare, irridere, è un’espressione viva ed esclusiva del parlato di Reggio Calabria. Un elemento linguistico - riferisce il professore Daniele Castrizio - che rappresenta una prova identitaria forte e inequivocabile. Gurgolo di derivazione latina e indica colui che mangia.
Il secondo aspetto è il costume. L’originario, quello di Reggio era un nobile siciliano con un cappello con la piuma, ben vestito di colori rosso e giallo che non possono che essere diversi da quelli reggini. La maschera che nasce per deridere i pomposi, vanesi e sbruffoni nobili siciliani spagnoleggianti in passerella a Reggio e come tale certamente non assocerebbe i propri colori identitari alle caricature grottesche dei dominatori del tempo, assimilabili ai celebri “capitan fracassa”, dunque figure vanagloriose, prepotenti e ridicole, bersaglio della satira popolare. I colori giallo e rosso sono quelli degli Aragonesi. Non sarebbe possibile – sottolinea ancora il professore Daniele Castrizio - pensare che una maschera derida chi l’abbia fatta nascere, quindi i catanzaresi i cui colori sono il rosso e il giallo.
Altro elemento, questo dei colori che, dunque, va a destrutturare la narrazione del Giangurgolo catanzarese. Invece erano i reggini che in segno di ribellione così reagivano nel Seicento a questi signori che si atteggiavano per le strade di Reggio.
Nelle più antiche rappresentazioni, dunque questo era Giangurgolo. La prima di Reggio risalente al Seicento e per nulla corrispondente alle altre due, alle altre due vite di Giangurgolo.
La vita napoletana in cui, tra la fine del Seicento e la il Settecento, Giangurgolo non rappresenta più la derisione dei nobili spagnoli ma è piuttosto la derisione del calabrese a Napoli.
E dopo quella reggina e quella napoletana, ecco la vita catanzarese: un pulcinella vestito di giallo e rosso per nulla affine all’originale che attestava la vivacità della comunità di Reggio che non ci stava a essere dominata da una classe di vanesi. Una comunità di Reggio, la cui importanza nell’antichità da Salerno in giù era indiscussa quanto oggi è ignorata».
L’aneddoto
«Ancora ricordo – racconta il professore Daniele Castrizio - che rimasi colpito molti anni fa alla Camera del Tesoro imperiale di Vienna nel palazzo Reale, nell’ambito di una bella collezione di statuine di porcellana, tra i vari personaggi della commedia dell'arte tra i quali si riconoscevano Brighella, Balanzone, Arlecchino, Colombina, vi era anche Giangurgolo, l’originale nella sua rappresentazione reggina di parodia di un nobile. Questa era la sua importanza.
Questo posso dire dal punto di vista iconografico che è il mio campo e spero che altri storici e i tanti artisti in questa città vogliano approfondire e contribuire alla riscoperta di questa origine reggina che è parte della nostra identità».
L’attualità di Giangurgolo e lo scatto di orgoglio
«Una maschera di un’attualità per altro disarmante. Reggio, città bella e una della tre repubbliche marinare con Salerno e Bari che avrebbe meritato di essere annoverata con le storiche altre quattro, ne aveva subite e passate tante e aveva ancora l’orgoglio di dire “io non vi sto a essere governato da vanesi e arroganti signori”».
Ma occorre uno scatto di orgoglio. Occorre tornare ad essere curiosi della propria storia per scoprire quanta attualità ci sia nell’antichità.
«Un'operazione decisa, dunque, andrebbe compiuta partendo dalle scuole e poi anche sul palcoscenico. Tempo fa ne avevo parlato con Mimmo Martino dei Mattanza, poco tempo prima che morisse. Concordavamo sul fatto questa azione identitaria andasse compiuta ed eravamo rimasti d'accordo che avremmo confezionato un testo e uno spettacolo proprio per riappropriarci di Giangurgolo. Perché occorre una riappropriazione popolare oltre che accademica, affinché torni a nutrire l’immaginario collettivo.
E in questa direzione opera anche il drammaturgo Oreste Arconte che, a Gallico, periferia di Reggio Calabria, ha denominato la sua compagnia proprio “La Bottega Teatrale di Giangurgolo”.
Restituire Giangurgolo alla sua città non è una rivendicazione campanilistica, ma un atto di verità storica e culturale necessario per tutelare e valorizzare il patrimonio immateriale di Reggio Calabria», conclude Daniele Castrizio, docente di Numismatica e Iconografia presso l’università di Messina.


