La corsa, promossa dal Progetto Filippide, attraverserà il centro storico della Capitale e unirà prova competitiva, stracittadina e partecipazione di persone nello spettro autistico, famiglie, tecnici e volontari in una giornata che gli organizzatori presentano come un momento di inclusione e visibilità sociale.

Per il presidente di “Io autentico” Enrico Mignolo, papà di Giovanni Paolo, 14 anni, ma anche di Emma (13 anni) e Francesco, il punto di partenza è sempre lo stesso: riconoscere nel figlio «un ragazzo, un cittadino italiano», prima ancora che una definizione clinica. Poi viene tutto il resto: la diagnosi arrivata quando Giovanni Paolo «aveva un anno e mezzo», il confronto quotidiano con una disabilità «complessa», la necessità di accompagnarlo in un cammino che, spiega il padre, deve avere al centro la libertà di scelta. «Sta facendo la sua strada che cerchiamo giornalmente di fargli scegliere in autonomia», racconta. Ed è probabilmente questa la chiave con cui la famiglia guarda anche all’appuntamento romano: non una semplice trasferta, ma un’altra tappa di un percorso costruito per allargare spazi di esperienza, relazione e autodeterminazione.

Nel racconto di Enrico c’è una frase che restituisce bene il tono con cui la famiglia ha scelto di affrontare gli anni più difficili: «Ci diciamo spesso con Gabriella, o ci danniamo o balliamo. Noi abbiamo deciso di ballare». Dentro quelle parole c’è la risposta a una diagnosi che inizialmente ha spaventato, ma che col tempo è diventata anche occasione per ridefinire priorità, prospettive e linguaggi. Giovanni Paolo, dice ancora il padre, non è stato solo accompagnato: è stato anche capace di insegnare. «Abbiamo scelto di farci anche insegnare da Giovanni cose che noi prima non conoscevamo: l’autismo».

Da questa esperienza familiare, condivisa con altre persone, è nata Io Autentico, realtà che negli anni ha provato a trasformare un bisogno privato in un’azione collettiva. Enrico la descrive come una scelta maturata insieme ad altre famiglie «che hanno scelto di fare gruppo», partendo da un principio semplice solo in apparenza: le persone con autismo devono poter scegliere davvero. «Sembra scontato dire che le persone con autismo possono scegliere, però poi le dobbiamo far scegliere veramente», osserva. E aggiunge che il compito degli adulti non è giudicare quelle scelte, ma mettersi nelle condizioni di riconoscerle e sostenerle.

La partecipazione alla Run for Autism si inserisce proprio in questa prospettiva. La manifestazione romana, in programma oggi 12 aprile, viene presentata dagli organizzatori come un evento che accende i riflettori sull’inclusione attraverso lo sport e che richiama ogni anno gruppi provenienti da tutta Italia. Il tratto distintivo, spiegano ancora dal sito ufficiale, è proprio la presenza di centinaia di persone nello spettro autistico affiancate da tecnici e volontari qualificati. Per famiglie come i Mignolo non si tratta allora soltanto di «partecipare a una corsa», ma di entrare in uno spazio pubblico in cui la presenza non è marginale né simbolica, bensì pienamente riconosciuta.

Quando parla del futuro del figlio, Enrico evita formule di circostanza e prova a immaginarlo «il più autonomo possibile». Lo immagina sereno, sicuro nelle sue scelte, magari impegnato in un lavoro concreto, «il cameriere in una trattoria» o «l’aiuto cuoco in una piccola cucina», capace di costruire anche una propria vita affettiva. Ma soprattutto lo immagina distante nel senso più sano del termine: «La cosa che vorrei si realizzasse? Che la mia presenza non fosse indispensabile per lui». È forse la frase che più di tutte chiarisce l’orizzonte verso cui tende il loro impegno: non sostituirsi, non proteggere all’infinito, ma rendere possibile l’autonomia.

Se Enrico restituisce il quadro di una scelta educativa e civile, Gabriella Antonaci, madre di Giovanni Paolo, ne racconta l’impatto emotivo. «All’inizio eravamo molto spaventati, perché non sapevamo del disturbo, di come approcciarci», spiega. All’inizio, ammette, «non è stato un bel periodo». Poi però sono arrivati «terapisti in gamba», obiettivi concreti, una strada condivisa da tutta la rete familiare e relazionale: «noi come famiglia, la scuola, gli amici, gli zii, i nonni». È da lì che, racconta, tutto ha iniziato a cambiare. «Abbiamo visto lui più sereno, noi più tranquilli, più orgogliosi dei suoi progressi».

Alle famiglie che oggi si trovano davanti a una diagnosi il consiglio «di non scoraggiarsi, di farsi una chiacchierata con chi ci è già passato prima». Poi insiste: «Confrontatevi, non chiudetevi».

Francesco, il fratello gemello, definisce l’autismo «un modo di essere, un modo di vivere» e dice di essere cresciuto senza sentire il bisogno di fare differenze. «È stata una crescita tranquilla, normale», afferma. Poi allarga lo sguardo a ciò che non funziona fuori dalle mura di casa: «La battaglia che combattono i miei genitori con tutta l’associazione è per ottenere i diritti e le cose che dovrebbero già esserci di norma». Quello che lo fa arrabbiare è «questo continuo malfunzionamento» delle istituzioni, incapaci, a suo dire, di garantire ciò che dovrebbe essere ordinario.

Anche Emma, la sorella più piccola, alla domanda su cosa la faccia arrabbiare risponde: «L’ignoranza». E spiega cosa intende: quell’atteggiamento per cui il fratello viene definito un «poverino» e si finisce per negare opportunità di crescita e autonomia. Del fratello Giovanni Paolo dice: «È un ragazzo dolce, certe volte anche un po’ rompiscatole, però condivide tutto, riesce a farti capire quello che vuole».

La parola che torna più spesso nella testimonianza di questa famiglia non è inclusione, termine che Enrico dice esplicitamente di non amare fino in fondo. La parola è un’altra: partecipazione. Vale per la vita quotidiana, per il futuro che Giovanni Paolo dovrà poter scegliere, per il ruolo delle famiglie, per il lavoro delle associazioni. E vale anche per una domenica di aprile a Roma, dove una corsa nel cuore della città può diventare qualcosa di più di un evento: il segno visibile di un diritto ad esserci.