Diretto dai reggini Vincenzo Caricari e Barbara Di Fabio il documentario sarà proiettato il prossimo 5 dicembre. L’attivista curdo-iraniana, rifugiata politica in Italia adesso si trova in Olanda. Presto il processo di appello a Crotone, dove è approdata nel 2023, avverso la sentenza di assoluzione dall’accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
In fuga dal proprio paese di origine, l’Iran. In carcere per oltre dieci mesi, poi il rilascio, l'assoluzione dall'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e il riconoscimento dello status di rifugiata politica, in Italia, paese che ha raggiunto nel dicembre 2023 sbarcando a Crotone.
Maysoon Majidi è un’attivista curdo-iraniana, il cui attivismo politico in difesa dei diritti del popolo curdo e delle donne l’aveva esposta a pericoli e ritorsioni nel suo paese e poi anche nel Kurdistan iracheno. Arrestata subito dopo lo sbarco a Crotone, era stata accusata di aver collaborato alla traversata illegale dei migranti giunti con lei. La sua epopea umana e giudiziaria è al centro del nuovo documentario diretto dal reggino Vincenzo Caricari dal titolo emblematico "Domani. Il viaggio di Maysoon Majidi". Il regista, originario di Siderno, è affiancato da un’altra reggina, originaria di Locri, Barbara Di Fabio.
La prima internazionale a Firenze
Dopo il prestigioso debutto alla 66° edizione del Festival dei Popoli, nella sezione Habitat, "Domani. Il viaggio di Maysoon Majidi" (Streets film, Italia, 67 min, 2025), autoprodotto con la regia e la sceneggiatura di Vincenzo Caricari e Barbara Di Fabio, la fotografia di Emiliano Barbucci, il montaggio di Martino Scordenne, le musiche di Francesco Loccisano e con Simone Casile al suono, sarà proiettato venerdì 5 dicembre alle ore 20 presso la sala 1 nell'ambito del Rome International Documentary Festival, in programma dal 3 al 7 dicembre.
Detenuta ingiustamente per oltre trecento giorni nel carcere di Castrovillari e poi in quello di Reggio Calabria, rilasciata nell'ottobre del 2024 quando il tribunale di Crotone aveva revocato la misura cautelare in carcere, accolta a Riace dal sindaco Mimmo Lucano che le ha conferito anche la cittadinanza onoraria, per l'assenza di progetti strutturati di accoglienza si era poi dovuta trasferire con il fratello Razhan, che nel frattempo l'aveva raggiunta, a Sant'Alessio in Aspromonte sempre nel reggino.
Ecco il cammino tortuoso e faticoso di Maysoon, regista, scrittrice e attivista curda-iraniana di 29 anni, arrivata in Europa, passando dalla porta della Calabria che ha poi lasciato.
L’asilo politico e l'appello
Il fratello Razhan è ancora In Italia, in attesa che si pronunci la commissione Asilo. Maysoon è stata già riconosciuta una rifugiata politica nello stesso Paese in cui adesso dovrà tornare a difendersi in un tribunale. La procura di Crotone ha impugnato la sentenza di assoluzione dello scorso febbraio. Difesa dall'avvocato Giancarlo Liberati, impegnato da tempo in questo ambito, tornerà in aula appena la prima udienza sarà fissata.
L'epopea non è dunque finita. In questo periodo Maysoon si trova in Olanda dove si è recata con il marito Simone, un attivista che ha conosciuto in Calabria durante la sua battaglia per la giustizia e per la libertà e che ha sposato lo scorso settembre.
Attivismo politico per la libertà del popolo curdo e resistenza alle ingiustizie
Quella di Maysoon Majidi è una storia di resistenza irriducibile. Prima in Iran e nel Kurdistan iracheno dove la sua permanenza era diventata rischiosa. Poi in Italia, in carcere, sotto accusa da innocente, e fuori dal carcere con l'associazione Tre dita (simbolo di resistenza contro l’oppressione e di solidarietà nei confronti dei gruppi marginalizzati e discriminati) costituita per sensibilizzare l'opinione pubblica e contrastare la criminalizzazione dell'immigrazione e per promuovere, anche se a distanza, l'attivismo per l'indipendenza del suo popolo.
La sua è una storia che mette l'Italia di fronte alla giustizia che in grado di garantire o di non garantire. La interroga su una giustizia che incarcera ingiustamente, che troppo spesso è sommaria quando si tratta di criminalizzare l'immigrazione, anche laddove la clandestinità sia dettata dalle circostanze di estremo pericolo e non da deliberata volontà di trafficare essere umani e trarne lucro.
Indignazione e consapevolezza
«Un'immersione di indignazione. La storia di Maysoon, giovane donna così mingherlina eppure così forte, tenace e volitiva, andava raccontata per conoscerla e approfondirla. Questo lavoro nasce per questo», racconta Vincenzo Caricari, con Barbara Di Fabio, regista del documentario “Domani. Il Viaggio di Maysoon Majidi”.
Un lavoro dentro il quale palpita il grande cuore di un gruppo di lavoro che ha abbracciato Maysoon e la sua storia affinchè quel "Domani", per lei tanto sospirato, possa essere in futuro una conquista più serena per i migranti che approdano in Italia.
È la voce della stessa Maysoon il filo che mette insieme le sue vicissitudini di giovane donna in esilio che dell'Italia ha conosciuto per primo il volto dell'ingiustizia e del carcere prima di giungere a un'assoluzione che adesso sarà messa in discussione in uno nuovo processo.
Un filo comune
«Ho conosciuto Maysoon nel periodo in cui è stata a Riace. C'è un legame profondo ma involontario tra i miei lavori. Ho iniziato – racconta il regista Vincenzo Caricari – nel 2005 con I ragazzi di Locri, all'indomani del delitto del vicepresidente della Regione Calabria, Francesco Fortugno. In quell'occasione conobbi Mario Congiusta che conduceva la sua battaglia di legalità e giustizia per suo figlio Gianluca, barbaramente ucciso nel maggio di quello stesso anno. raccontai la sua storia ne "La guerra di Mario". Solo il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, rispose al suo accorato appello ai Comuni di costituirsi parti civili nel processo. A Riace poi girai "Il paese dei Bronzi" nel 2012, ispirato all'accoglienza dei migranti, e "Mimmolumano" nel 2023 ispirato alle vicissitudini giudiziarie dello stesso Lucano. E proprio a Riace ho conosciuto Maysoon». Il regista Vincenzo Caricari si sofferma anche su uno stile di lavoro che richiama la militanza dei suoi documentari.
Un documentario militante
«Come sempre mi succede, la storia di Maysoon mi ha subito preso e io ho preso parte alla storia. Siamo diventati amici e oggi sono un convinto sostenitore della sua innocenza. Anche questo, pertanto, è un documentario dichiaratamente militante che mira a trasmettere la voce autentica di Maysoon e le ragioni del suo impegno e della sua storia. Inizialmente io e Barbara ci siamo messi in ascolto. Siamo entrati in confidenza con Maysoon in modo che la camera, una volta utilizzata, non condizionasse quel tono colloquiale e spontaneo. La camera – spiega ancora il regista Vincenzo Caricari – non avrebbe dovuto essere percepita e così è stato. Le riprese sono, infatti, iniziate dopo circa due mesi di frequentazione.
Ho lavorato con la troupe composta, oltre che da Barbara Di Fabio, anche dal regista Emiliano Barbucci e dal mio fonico di fiducia Simone Casile. Un gruppo di professionisti e di persone che condividono con me la filosofia che muove tutto il lavoro.
Il cuore del documentario, senza voler spoilerare troppo, è la testimonianza di Maysoon, dalla sua viva voce in persiano ma non solo. Lei racconta della sua vita in Iran, dell'approdo in Calabria, di quei trecento giorni in carcere dove è diventata custode anche di altre storie, del processo di cui abbiamo seguito l'ultima udienza, al termine della quale Maysoon è stata assolta, e di cui nel documentario sarà dato ampio conto.
Una vicenda giudiziaria - spiega ancora il regista Vincenzo Caricari – purtroppo, non ancora conclusasi e che, soprattutto per questo, oggi merita di essere conosciuta a fondo».
Da Firenze a Roma
«Nelle scorse settimane – racconta ancora il regista sidernese – la prima internazionale a Firenze, dove la nostra è stata l'unica autoproduzione, realizzata senza alcun contributo pubblico, è stata una emozione davvero molto intensa e una grandissima soddisfazione. Il festival dei Popoli di Firenze, che seleziona solo produzioni inedite, per noi documentaristi rappresenta il traguardo più ambito. Saremo nei prossimi giorni anche nella Capitale. La seconda tappa festivaliera per il film “Domani” sarà proprio il Ridf, Rome International Documentary Festival di Roma, che, su oltre 600 film visionati, presenta 36 film da tutto il mondo. "Domani" é tra i selezionati del concorso "Ita Doc" che propone 10 tra i documentari italiani più interessanti della stagione. Il concorso vede tra i giurati che valuteranno i film l'attrice e regista Sabina Guzzanti, già autrice di documentari d'impegno.
Siamo concentrati anche sul complesso aspetto distributivo ma intanto speriamo che il documento viaggi, come recita il titolo, muovendo indignazione e consapevolezza», conclude Vincenzo Caricari.
Rifugiata politica e innocente
Maysoon segue da lontano "il viaggio" della sua storia. Adesso si trova a con il marito Simone a Eindhoven, in Olanda.
«Purtroppo mi trovavo già qui in Olanda e non ho potuto presenziare alla prima a Firenze. Sono profondamente grata a Vincenzo, Barbara e a tutto il gruppo per il "viaggio" che abbiamo fatto insieme. Ringrazio tutti per il loro tempo e per la passione con cui hanno condiviso la mia storia. Il documentario è per me molto importante, perché mostra parti del processo, un’esperienza che è anche la storia di centinaia di altri richiedenti asilo innocenti. Questo documentario ricorda che dietro numeri e politiche ci sono vite umane. Quelli che per il sistema sono solo “fascicoli”, nella realtà sono i destini delle persone», sottolinea Maysoon Majidi da alcuni mesi in Olanda.
Dall’Italia all’Olanda
«Appena completate le procedure burocratiche successive al riconoscimento dello status di rifugiata, ho lasciato l'Italia con il marito Simone, mio compagno di lotta e di vita. Non viviamo semplicemente insieme – racconta Maysoon Majidi – abbiamo costruito un percorso comune. Nei momenti più difficili, quando eravamo soli, abbiamo creduto l’uno nell’altra. Con lui sono venuta in Olanda.
Il Regolamento di Dublino non mi consente di richiedere nuovamente asilo nei Paesi Bassi. Sulla base delle ricerche che ho fatto e delle conversazioni con molte persone che sono all’interno del sistema di accoglienza olandese, posso dire comunque che il sistema di accoglienza qui è molto diverso da quello italiano. In Italia ho affrontato soprattutto disorganizzazione, mancanza di risorse e pressione psicologica. Nei Paesi Bassi le strutture sono più chiare ed efficienti».
In esilio per la libertà di un popolo
«Se potessi davvero scegliere liberamente, il primo posto in cui vorrei vivere sarebbe la mia terra d’origine. L’amore che provo per il mio Paese è ciò che mi ha portato all’esilio. Il mio sogno eterno è la libertà del mio popolo e della mia terra. Purtroppo non posso ed è per questo che sono dovuta andare via», racconta Maysoon Majidi che dell'Italia ha conosciuto prima le ombre delle luci.
Un’Italia piena di contrasti
Prima il carcere da innocente e poi un popolo, nella cui storia c'è la Resistenza opposta a chi negava libertà e autodeterminazione. Una Resistenza che nel suo paese di origine ancora non ha portato ad alcuna Liberazione.
«Per me l’Italia è la musica di Bella Ciao e il caffè amaro della mattina. È un insieme di contrasti. La distanza tra i sabati pomeriggio in Montenapoleone e i quartieri poveri del sud, tra il volo sopra Milano e l’attesa di un’ora dell’autobus per raggiungere il primo supermercato vicino a Sant’Alessio, tra la musica di Giorgio Gaber nelle manifestazioni pro o contro i migranti, la bellezza della costa di Crotone e le difficoltà del tribunale di Crotone.
Sono Italia per me – sottolinea ancora Maysoon Majidi – le migliaia di messaggi di solidarietà e sostegno da parte di attivisti e persone colte che cercano con curiosità di conoscere culture diverse ma anche parole offensive di persone che sembrano non essere mai uscite dall'Italia e circoscrivere tutto il mondo a essa. Italia sono i racconti eroici delle bellezze di Torino, Bologna e Livorno, la distanza tra l’antichità, la storia e la bellezza del Colosseo di Roma e i senzatetto della stazione centrale della città.
Io amo l'Italia e il popolo italiano anche se ho conosciuto il male che l'ingiustizia può fare. Non nutro rancore ma devo anche ammettere che non mi è piaciuto il razzismo, velato o palese, l’instabilità del sistema, e quella sensazione frustrante di dover dimostrare continuamente che i richiedenti asilo non stanno facendo nulla di illegale e che questo paese è tra i firmatari della Convenzione di Ginevra. Dover spiegare continuamente che l’ingresso o il transito dei rifugiati non è un crimine era logorante.
Qui nei Paesi Bassi – racconta ancora Maysoon - mi trovo davvero bene. Vorrei restare e tornare a studiare all'università. Mi piacciono la calma, l’ordine. Qui le persone giudicano di meno e i servizi pubblici, soprattutto nel settore sanitario, nonostante le tasse elevate, sono di qualità migliore. Il carattere multiculturale della società è una delle bellezze di questo paese. Considero anche la rigidità del sistema di accoglienza un aspetto positivo, perché evita l’instabilità».
Sogni antichi e sogni nuovi
Maysoon è una giovane donna che non si è mai arresa e che ancora oggi non si arrende. Nel suo "Domani" ci sono sogni nuovi che non spazzano via quelli antichi, come l'indipendenza del suo popolo. La lotta per questa irrinunciabile libertà resta la bussola del suo essere, del suo sentire, del suo agire.
«Soltanto lo scorso anno, ero appena uscita dal carcere dopo messi durissimi e difficili. Sono stati tanti i cambiamenti nella mia vita. Adesso sto ricostruendo, insieme a Simone, la mia esistenza. Per il futuro spero di poter tornare alla mia professione, sia nel giornalismo, sia nella produzione di contenuti o nel lavoro mediatico. Voglio rimanere -à conclude Maysoon Majidi - una donna indipendente che resta in piedi sulle proprie gambe e alza la voce per la giustizia e la libertà del suo popolo».








