La protesta di Occhiuto contro Arera si scontra con le scelte politiche che hanno lasciato la gestione elettrica allo Stato: così chi genera ricchezza da sole e vento continua a pagare senza ottenere vantaggi
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Le pale eoliche che modificano il profilo di molte aree della nostra regione non fanno rumore. O meglio, fanno il rumore di un respiro artificiale, un sibilo costante, metallico, che gli abitanti di queste zone hanno imparato a calcolare come una tassa sul paesaggio. Sotto quelle eliche giganti che affettano il cielo calabrese, la terra produce una ricchezza invisibile, immateriale e vorace: il chilowattora. Energia pura, pulita, bellissima. Eppure, se scendi a valle, nei bar di paese dove si incrociano le mani nodose di chi è rimasto, le bollette della luce hanno lo stesso sapore amaro di quelle di una periferia milanese o di un distretto industriale veneto. Anzi, pesano di più. Pesano il doppio.
È qui, in questo scarto tra la carne della terra e la freddezza della burocrazia, che si consuma l’ultimo paradosso meridionale. L’ultimo palcoscenico della distrazione di massa.
Il governatore Occhiuto ha alzato la voce. Ha firmato una diffida ad Arera, l’autorità che decide le tariffe di luce e gas, protestando perché i prezzi zonali dell’energia - quella riforma che avrebbe dovuto alleggerire le tasche dei calabresi in virtù della loro iper-produzione rinnovabile - sono rimasti incastrati nei cassetti romani. Un tempismo perfetto. Una mossa da manuale del perfetto difensore del territorio, lo sceriffo locale che si scaglia contro il mostro centrale. Ma la regia è fallata. Il copione mostra le cuciture, e sono cuciture grossolane.
Perché mentre il governatore indossa l'armatura d'ordinanza contro l'Authority, lo specchio della realtà gli restituisce un'immagine radicalmente diversa. Quella di un firmatario.
Non si può recitare la parte del leone ferito se, pochi mesi prima, si è accettata una linea di compromesso nel salotto di Roberto Calderoli. L’Autonomia differenziata, quella riforma votata, digerita e sostenuta fedelmente dal governatore e da suo fratello Mario nei banchi del Senato, è il peccato originale che svuota di senso ogni odierna sceneggiata tariffaria. La geometria del potere si è mossa secondo una logica antica, quasi asimmetrica. Nel grande mercato delle competenze da trasferire alle Regioni, la sanità si frammenta, la scuola si regionalizza, i diritti fondamentali si parcellizzano a seconda del codice postale. Ma l'energia no. L'energia resta blindata. Resta materia nazionale.
Il trasferimento di valore, se vogliamo guardare i fatti nella loro cruda realtà, è stato istituzionalizzato con un timbro di Stato. La Calabria produce, Terna trasporta, il Nord consuma e ringrazia. Le grandi dorsali elettriche che risalgono la penisola funzionano come canali di drenaggio: assorbono il valore generato dal sole e dal vento del Sud per alimentare i motori produttivi del Paese, lasciando sul territorio le briciole delle compensazioni ambientali e lo skyline modificato per sempre. Se l'energia fosse stata regionalizzata davvero, se le risorse locali fossero rimaste agganciate al sangue della regione produttrice, la Calabria oggi non avrebbe bisogno di mendicare un rinvio o una modulazione tariffaria ad Arera. Avrebbe la leva in mano. Ma quella leva è stata ceduta, sacrificata sull'altare di una fedeltà di coalizione che ha il sapore del disarmo.
Fa sorridere, di un sorriso amaro e cinematografico, questa tendenza tutta meridionale a diffidare l'universo mondo tranne se stessi. Il governatore punta il dito contro i tecnici ministeriali, contro le lungaggini burocratiche, contro le complessità della rete. Cerca il colpevole fuori dal perimetro del suo ufficio. Ma la verità è un fatto testardo, geometrico, che non si cancella con un comunicato stampa efficace o con un'apparizione televisiva ben illuminata. Chi organizza il banchetto difficilmente lascia le portate migliori agli ospiti ritardatari. E il Mezzogiorno, a questo banchetto dell'autonomia, è seduto sulla sedia dei camerieri.
Il cortocircuito è totale. Da un lato si avalla un impianto ideologico che dice “ciascuno padrone a casa propria” per quanto riguarda i servizi, la ricchezza fiscale, le infrastrutture. Dall'altro, quando la risorsa è tua, quando il vento e il sole sono roba tua, allora si torna improvvisamente patrioti della rete unica, solidali nella gestione centrale, collettivi nel sacrificio. È una bizzarra forma di comunismo energetico applicata all'unico territorio che dal capitalismo di mercato avrebbe qualcosa da guadagnare.
Le pale eoliche continuano a girare, lassù. Tagliano l'aria delle nostre colline con una regolarità spietata. Chi passa sotto quelle ombre lunghe, oggi, avverte un senso di straniamento profondo, quasi antropologico. La percezione di un territorio che viene usato come una gigantesca centrale elettrica a cielo aperto, una servitù di passaggio per la modernità altrui, mentre la politica locale si riduce a fare baccano nei corridoi dei ministeri per emendamenti che non cambieranno la sostanza delle cose. Prima di firmare le diffide dirette ai regolatori romani, ci sarebbe un esercizio di onestà intellettuale molto più urgente da compiere. Basterebbe guardarsi allo specchio, la mattina, e chiedere conto a quel riflesso di un accordo sottoscritto senza adeguate contromisure per il proprio territorio, accettando l'idea che il tuo vento valga meno del loro fatturato.
*Documentarista


