Il maestro Francesco Perri e l’attrice Annalisa Insardà raccontano l’esperienza teatrale che va oltre la scena: «Raccontare questa storia è un atto dovuto»
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
C’è una Calabria che decide di raccontarsi attraverso le sue figure più profonde, quelle capaci di oltrepassare il tempo e trasformarsi in memoria collettiva. È da questo bisogno di racconto che nasce Fortunata di Dio, l’opera teatrale dedicata a Natuzza Evolo, presentata al Teatro Rendano e pronta a debuttare il 23 e 24 maggio.
Uno spettacolo che intreccia musica, parola, spiritualità e identità calabrese, restituendo al pubblico non soltanto il mito della mistica di Paravati, ma soprattutto la sua dimensione umana: quella di donna, madre e presenza viva dentro la storia di una terra spesso raccontata solo attraverso le sue contraddizioni.
Guidata dalla regia di Andrea Ortis, con le musiche originali del maestro Francesco Perri e l’interpretazione intensa di Annalisa Insardà, Fortunata di Dio si propone come un’esperienza teatrale che va oltre la scena: un viaggio emotivo e spirituale dentro il mistero, la fede e il silenzio dell’ascolto.
In questa intervista, Francesco Perri e Annalisa Insardà raccontano il lungo lavoro creativo dietro lo spettacolo, il rapporto tra musica e spiritualità, il peso umano di interpretare Natuzza Evolo e il desiderio di riportare il teatro a una dimensione più autentica e profonda.
A dare corpo e anima a Fortunata di Dio, tra gli altri, sono l’intensa interpretazione di Annalisa Insardà, chiamata a portare in scena la complessità umana e spirituale di Natuzza Evolo, e le musiche originali del maestro Francesco Perri, autore di una colonna sonora composta da quaranta brani pensati per accompagnare emotivamente ogni passaggio dell’opera.
Attraverso la parola, il silenzio e la musica, entrambi hanno lavorato per restituire non soltanto il mito di Natuzza, ma soprattutto la sua dimensione più autentica e profondamente umana.
Li abbiamo intervistati per entrare nel cuore creativo e spirituale di uno degli spettacoli più attesi della stagione teatrale calabrese.
L’intervista al maestro Francesco Perri
Le musiche di Fortunata di Dio accompagnano una figura sospesa tra terra e spiritualità. Da compositore, come si traduce musicalmente qualcosa di così intimo e invisibile come la fede?
Questa è una domanda molto importante. Nella musica vi è tanta spiritualità, cioè nella scrittura di questa opera musicale e quando parlo di musica, logicamente parlo di un lavoro iniziato ormai otto anni fa. Il tema musicale di Natuzza è di fatto l'anima alla spiritualità di Natuzza così come Don Marco e tutti gli altri personaggi che ruotano attorno a questa fantastica vicenda. Una storia vera. Tutti i personaggi sono realmente esistiti e lì la difficoltà nasceva proprio nel cercare di calare la musica, nel potenziare la parola attraverso la musica. È stata un'esperienza di un viaggio compositivo, molto, molto bello.
Nelle sue composizioni si avverte spesso un legame profondo con la Calabria. Per questo spettacolo ha lavorato più sulla tradizione musicale popolare o su una scrittura emotiva e cinematografica capace di parlare anche a chi non conosce Natuzza Evolo?
Il legame con la Calabria mi appartiene talmente tanto che, come tutti sanno, io ho deciso di vivere in Calabria proprio per tentare di dare un forte segnale a questa terra, di costruire qualcosa di importante. Più che musica popolare o musica emotiva è un tutt'uno, nel senso che per quanto riguarda l'aspetto popolare rientra in alcune caratteristiche tipiche di alcune scene, più che altro per Circoscrivere il personaggio all'interno anche di un territorio che è quello del Vibonese come tutti sanno, quindi ci sono delle cose che verranno attenzionate proprio da un punto di vista popolare, anche in riferimento, magari a tutto il territorio calabrese. Ma l'aspetto più importante è quello emotivo, quello spirituale per cui tutta la colonna sonora è stata centrata. Si tratta di 40 brani circa.
L’intervista ad Annalisa Insardà
Interpretare Natuzza Evolo significa confrontarsi con una figura amatissima, per molti calabresi. C’è stato un momento, durante la preparazione di Fortunata di Dio, in cui ha sentito il peso emotivo e umano di questa responsabilità?
In realtà questi pesi dei quali parla li ho sentiti sin da subito, dalla telefonata con la quale mi fu chiesto di rappresentare questo ruolo. È evidente che da un punto di vista artistico si tratti di un personaggio enorme, galvanizzante, pieno, ma anche di una difficoltà estrema, perché Natuzza era l'impersonificazione della semplicità, e la semplicità - alla quale non siamo per niente abituati essendo noi schiavi di sovrastrutture egoiche soffocanti -, è il disegno più complesso da rendere in scena. E poi lei dice bene: Natuzza è una persona estremamente amata in tutto il mondo, è chiaro che la responsabilità di restituire la sua immagine nella modalità umana più aderente possibile all'originale è un percorso impervio. Però raccontare questa storia a teatro è forse un atto dovuto nei confronti sia della sua grandezza umana che della sua potenza spirituale. Perché di questo si parla, molto al di là della religione e della fede.
Natuzza Evolo è stata raccontata tante volte attraverso la fede e il miracolo. Lei, invece, entrando in scena, quale aspetto più umano e fragile intende restituire al pubblico di Fortunata di Dio?
Natuzza era una donna totalmente calata nella sua fede, nella certezza granitica della presenza di Dio. Dio stesso era per lei una relazione quotidiana. Ciò che per noi è un mistero per lei era concretezza, ciò che per noi è un dogma per lei era convinzione. Da un punto di vista spirituale, data l'incrollabile fede, non credo avesse, diciamo, fragilità. Ma era comunque una persona umile e generosa, senza grandi strumenti, cresciuta senza padre in un tempo estremamente complesso per una donna; ed era madre, e le insidie dalle quali una mamma di famiglia doveva e deve proteggere i figli sono innumerevoli e imprevedibili. Non anticipo oltre.
Oggi il teatro spesso rincorre la velocità e l’intrattenimento. Fortunata di Dio, invece, sembra voler riportare il pubblico all’ascolto, al silenzio, persino alla spiritualità. Secondo lei, cosa può lasciare questo spettacolo anche a chi non conosce Natuzza Evolo?
Tornare alla spiritualità, a mio avviso, significherebbe tornare alla condizione originaria di ognuno di noi, esseri - appunto - spirituali che fanno esperienza terrena. Ma al di là delle mie convinzioni personali, questo è uno spettacolo che non celebra un credo, una fede, una religione, è uno spettacolo che in qualche modo indaga il mistero, e se molti possono mettere legittimamente in discussione la presenza di Dio, perché atei o agnostici, certamente nessuno può mettere in discussione il mistero nel quale siamo immersi e che muove inevitabilmente le nostre vite. Come sempre dico: questo non è uno spettacolo da vedere ma un'esperienza a cui partecipare, sia per conoscere o approfondire la straordinaria vita di Natuzza, sia per finalmente consentirsi una discesa fino in fondo a se stessi, lì dove c'è il silenzio dell'origine e dove si crea l'accogliente spazio dell'ascolto.
Dalle parole di Francesco Perri e Annalisa Insardà emerge chiaramente come Fortunata di Dio non sia soltanto uno spettacolo teatrale, ma un atto di restituzione emotiva e culturale verso una figura che continua a vivere nell’immaginario collettivo della Calabria e non solo.
La musica diventa linguaggio dell’invisibile, capace di accompagnare il mistero senza tradirlo, mentre l’interpretazione scenica prova a restituire la semplicità disarmante di una donna che ha trasformato la fede in esperienza quotidiana. In entrambi i racconti si avverte il desiderio di andare oltre la retorica del miracolo, per entrare invece nella dimensione più umana, fragile e universale di Natuzza Evolo.
In un tempo dominato dalla velocità e dal rumore, Fortunata di Dio sembra scegliere una direzione opposta: quella dell’ascolto, della contemplazione e della ricerca interiore. Ed è forse proprio qui che risiede la forza più autentica dell’opera: nella capacità di parlare non soltanto a chi conosce Natuzza o condivide una fede, ma a chiunque senta ancora il bisogno di interrogarsi sul mistero dell’esistenza, sul dolore, sull’amore e sulla possibilità di una speranza.

