Commemorazione a un anno esatto dalla scomparsa: riascoltare la sua voce oggi è un rito di riappropriazione che ci ricorda che l'intelligenza è un muscolo che va allenato al conflitto costruttivo
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Ascoltare la voce di Franco Piperno che riemerge dalle frequenze di Radio Ciroma, a un anno esatto dalla sua scomparsa, non è solo un esercizio di nostalgia ma è un rito di riappropriazione. In una città come Cosenza, Piperno non è mai stato solo il "professore" o il "leader", ma è stato un elemento del paesaggio umano, una presenza che ha trasformato lo spazio pubblico in un laboratorio di pensiero perenne.
L’omaggio della radio storica bruzia rompe la liturgia del silenzio per restituirci la meccanica del suo ragionamento. Chi lo ha conosciuto, o chi lo ha letto, sa che Piperno non cercava mai la pacificazione. Il suo tono, quella cadenza colta eppure profondamente radicata nel Sud, era lo strumento con cui tentava di scardinare le certezze del potere.
Uno dei concetti che Piperno amava citare, attingendo alla sua riflessione filosofica (spesso raccolta in saggi come “Non potere ma potenza”), era proprio la differenza tra queste due dimensioni. Il "potere" era per lui l'autorità cristallizzata, statica e spesso oppressiva; la "potenza", invece, era la capacità vitale dei corpi e delle comunità di agire e trasformare la realtà.
In una vecchia intervista, riflettendo sul fallimento delle ideologie del Novecento, diceva che «la politica non deve essere l'occupazione delle istituzioni, ma la cura dello spirito pubblico».
Ed è proprio in quell’"Elogio dello spirito pubblico" (titolo di uno dei suoi scritti più densi del 2001) che ritroviamo il senso del suo impegno come assessore e come cittadino. Per lui, la bellezza di una città, o la costruzione di un Planetario, non erano "decoro", ma strumenti di emancipazione. Guardare le stelle significava, letteralmente, situare l'uomo nel cosmo per ricordargli la sua dignità di fronte all'infinito.
L'approccio di Piperno era quello di un fisico che non ha mai smesso di essere un filosofo della prassi. Vedeva nella materia una vibrazione politica. In un intervento radiofonico di qualche anno fa, spiegava che la fisica della materia non era poi così distante dalla sociologia, poichè entrambe studiano come le singole parti si aggregano per formare un insieme nuovo, spesso imprevedibile.
Oggi, la commemorazione di Radio Ciroma ci ricorda che la sua eredità non risiede nelle tesi politiche ormai storicizzate, ma nel suo metodo. Il dubbio come dovere: mai accettare una verità perché "calata dall'alto". La tecnologia come bene comune: l'idea che l'innovazione debba servire alla libertà e non al controllo (un tema che oggi, nell'era degli algoritmi, suona quasi profetico). L'appartenenza al territorio: Piperno ha dimostrato che si può essere cittadini del mondo — insegnando a Parigi, in Canada o all’Unical — restando profondamente "di Cosenza", con quella passione viscerale per la propria polis.
Un anno dopo, il vuoto lasciato non è un vuoto di potere, ma un vuoto di "potenza" critica. Riascoltare la sua voce oggi nell’etere di Radio Ciroma serve a ricordarci che l'intelligenza è un muscolo che va allenato al conflitto costruttivo, e che la memoria di un uomo non si onora con le statue, ma continuando a fare le domande scomode che lui non ha mai smesso di porre.
*Documentarista

