Non fu solo un magistrato, fu un vero servitore dello Stato che assieme a Giovanni Falcone cambiò per sempre il modo di combattere Cosa Nostra. Il suo esempio è oggi monito per una rivoluzione culturale
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Il 19 luglio 1992 è una data che appartiene alla storia d’Italia. Una di quelle date che continuano a interrogare le coscienze.
Il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba carica di tritolo uccise il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Erano trascorsi appena 57 giorni dalla strage di Capaci, nella quale erano stati assassinati Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Era ormai guerra allo Stato, dichiarata apertamente dalla mafia. Una sfida assurda e clamorosa che non aveva precedenti.
Borsellino non fu soltanto un grande magistrato. Fu un vero servitore dello Stato, Borsellino con l’amico fraterno Giovanni Falcone, cambiò per sempre il modo di combattere Cosa Nostra. Con il pool antimafia della Procura di Palermo contribuì a costruire il maxiprocesso, dimostrando che la mafia era un’organizzazione unitaria e strutturata, capace di infiltrare economia, politica e istituzioni.
Sapeva di essere un uomo condannato a morte. Dopo la morte di Falcone non si fermò, anzi intensificò il proprio lavoro, consapevole che il tempo a disposizione fosse poco. Continuò a cercare la verità e a difendere la legalità fino all’ultimo giorno della sua vita. E a difendere lo Stato.
A distanza di oltre trent’anni, Paolo Borsellino resta uno dei simboli più alti della Repubblica. Il suo esempio continua a parlare ai giovani, alle istituzioni e a tutti coloro che credono che la giustizia, la libertà e la dignità non siano valori negoziabili.
La Rai dedica un’ampia programmazione alla memoria del magistrato, con film, documentari, testimonianze, approfondimenti e materiali d’archivio, affinché il sacrificio suo e della sua scorta continui a vivere nella memoria collettiva e nelle nuove generazioni.
Ma ricordare Paolo Borsellino significa ricordare anche tutti quei magistrati che hanno pagato con la vita la fedeltà allo Stato. Da Cesare Terranova a Gaetano Costa, da Rocco Chinnici a Giovanni Falcone, fino a Rosario Livatino, il “giudice ragazzino”, il primo magistrato beato dalla Chiesa cattolica.
Accanto ai magistrati assassinati vanno ricordati gli uomini e le donne delle scorte, i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia, esponenti politici e tutti coloro che hanno condiviso quel destino. Tutti servitori dello Stato che hanno sacrificato la propria vita per difendere quella degli altri. Per difendere il paese e le sue istituzioni.
La memoria, però, non può ridursi a una celebrazione. È un impegno quotidiano. Borsellino ripeteva che la lotta alla mafia non è soltanto opera di magistrati e forze dell’ordine, ma richiede una rivoluzione culturale fondata sul rispetto delle regole, sull’onestà e sulla responsabilità civile.
Ricordarlo significa assumersi questo impegno. Perché finché il suo esempio continuerà a vivere nelle coscienze degli italiani, la mafia non avrà mai l’ultima parola.

