Il deragliamento di Gioia Tauro del 22 luglio 1970 per anni fu archiviato come incidente. Decenni dopo emerse la pista della bomba, tra eversione nera, ’ndrangheta e depistaggi
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Il metallo stride. Poi si accartoccia come carta stagnola sotto il peso di settecento vite stipate nel caldo soffocante di un luglio qualunque. Ore diciassette e dieci del ventidue luglio millenovecentosettanta. Pochi chilometri prima della stazione di Gioia Tauro, il direttissimo ottocentoquarantuno, la Freccia del Sud, deraglia. Vagoni divelti, lamiere piegate a forma di uncino, urla in un dialetto stretto che sa di valigie di cartone e di speranza masticata a fatica. Sei morti lasciati sull'impicciata e decine di corpi sfigurati. Sui binari resta il sangue degli emigranti che tornavano a casa o fuggivano verso il nord, mescolato all’odore acre del ferro rovente e dell'erba bruciata.
Per ventun anni questa carneficina è stata un incidente. Una disgrazia da cantiere. Il cedimento strutturale di un carrello, dissero. La solita incuria delle Ferrovie dello Stato. Si cercarono i capri espiatori perfetti, gente con il berretto d'ordinanza e la chiave inglese in mano. Ferrovieri finiti sotto torchiatissimi interrogatori, incriminati per disastro colposo, perché l'Italia repubblicana non poteva permettersi un'altra bomba. Era più comodo raccontare la storiella della fatalità meccanica, del bullone che cede, della sfortuna che ci vede benissimo quando sferraglia verso sud.
Invece no. Il metallo non era ceduto da solo. Era stato divelto da una carica di plastico. Un boato sordo provato e riprovato nelle campagne, un trancio di rotaia saltato in aria un attimo prima che le ruote della motrice ci passassero sopra. Una strage di Stato, di mafia e di eversione nera. Una di quelle storie nostrane in cui i pezzi non coincidono mai finché non è troppo tardi, finché i testimoni non sono sottoterra e i verbali non si sono ingialliti dentro qualche armadio chiuso a chiave in un ministero romano.
Per capire il sangue di Gioia Tauro bisogna sporcarsi le scarpe nella polvere di Reggio Calabria di quegli stessi giorni. Otto giorni prima del deragliamento la città era esplosa. Non per una rivoluzione ideale, non per il pane o per il lavoro, ma per un timbro. Il capoluogo di regione assegnato a Catanzaro. Una ferita all'orgoglio, un insulto alla piazza che fece saltare i tombini della convivenza civile. Barricate in centro, pietre contro i blindati, fumo di lacrimogeni che impastava la gola. E dentro quella piazza urlante, uno slogan che pareva un marchio a fuoco: “Boia chi molla”.
Lì, tra la rabbia cieca della popolazione e le pietre scagliate contro la polizia, accadde la mutazione genetica. La 'ndrangheta dell'epoca non era quella dei narcos in giacca e cravatta che oggi muovono miliardi tra Francoforte e Bogotà. Era una criminalità di capre, di pascoli, di mercati ortofrutticoli e di sequestri di persona improvvisati nelle fiumare. Gente rozza. Eppure i boss di allora - i De Stefano, i Piromalli, i Nirta - ebbero un'intuizione di una lucidità spaventosa. Capirono che il fumo delle barricate era la copertura perfetta per fare il salto di qualità.
Sposarono i fascisti di Avanguardia Nazionale. Stringevano le mani a Junio Valerio Borghese, offrivano dinamite per abbattere i tralicci dell'alta tensione, garantivano la forza bruta della manovalanza criminale in cambio di un posto al tavolo dei grandi giochi. Per farlo dovettero persino inventarsi una nuova regola d'onore, una dote interna che chiamarono "la Santa". Serviva a spezzare i vecchi tabù arcaici per permettere ai capibastone di affiliare massoni, deviazioni dei servizi secretati e politici locali. La 'ndrangheta dismetteva la coppola ed entrava nei palazzi che contano. E per dimostrare di fare sul serio, serviva una prova di forza che facesse tremare le gambe a Roma. Un treno fatto saltare in aria era il biglietto da visita perfetto.
Così la Freccia del Sud divenne carne da macello sull'altare della strategia della tensione. Si doveva far credere che la Calabria fosse sull'orlo della guerra civile, che le istituzioni stessero crollando, che servisse l'uomo forte, la svolta autoritaria. Se per farlo bisognava sventrare sei poveri cristi che tornavano a casa per le ferie d'estate, poco importava. Il cinismo dei burattinai non ha mai avuto pietà per le tute blu e per le valigie legate con lo spago.
E poi vennero i depistaggi. Un’arte raffinatissima, quasi artigianale, in cui le burocrazie nostrane hanno sempre eccelso. Togliere di mezzo le prove, smussare le perizie, chiudere gli occhi davanti a quel boato udito dai contadini nei campi attorno alla linea ferroviaria. Se qualcuno provava a ficcare il naso dove non doveva, la sorte si incaricava di fermarlo con inquietante puntualità.
Prendete i cinque ragazzi anarchici della Baracca. Gianni, Franco e gli altri. Avevano poco più di vent'anni, i capelli lunghi e la convinzione che la verità valesse più della pelle. Avevano spulciato documenti, raccolto testimonianze tra le sfasciature della rivolta reggina, avevano capito il filo rosso che legava la bomba al treno, i neofascisti e le cosche locali. Avevano messo tutto dentro una cartella di cuoio. Il ventisei settembre di quello stesso anno salirono su una Giulietta per andare a consegnare quel materiale a un giornalista a Roma. Non ci arrivarono mai. Sulla Roma-Napoli un autotreno gli piombò addosso all'altezza di Cassino. Macchina accartocciata, dossier sparito nel nulla, ragazzi morti sul colpo. Un altro tragico incidente. Ovviamente. La sorte, in Italia, quando si tratta di stragi, ha sempre il passo pesante di un mezzo pesante che sbanda al momento giusto.
Ci sono voluti trent'anni, i pentiti di mafia con la coscienza sporca e le inchieste della magistratura antimafia per dire ufficialmente quello che sui marciapiedi di Gioia Tauro sapevano tutti fin dal primo minuto: quella Freccia non era deragliata per un guasto. Era stata abbattuta da una bomba fascista armata dalle manovalanze della 'ndrangheta.
Nel duemilauno una sentenza ha scritto la parola fine sul piano giudiziario, indicando i nomi dei tre esecutori materiali della destra eversiva. Peccato che fossero tutti già morti da un pezzo. Una giustizia da cimitero, che arriva quando le tombe sono già scrostate e i mandanti con la cravatta si sono goduti le loro pensioni d'oro senza mai passare un solo giorno in una cella.
Ci raccontiamo spesso che la storia sia maestra di vita, ma la vicenda di Gioia Tauro dimostra l'esatto contrario. È stata una lezione di amnesia collettiva. La dimostrazione pratica di come si possa anestetizzare la memoria di un paese cancellando le tracce di un delitto perfetto. Abbiamo derubricato la carneficina di sei proletari a un contrattempo della viabilità ferroviaria perché guardare dentro quel buco nero avrebbe preteso di fare i conti con quello che eravamo e, forse, con quello che siamo ancora.
Resta la ruggine. Resta quella linea tirrenica dove i treni continuano a passare veloci, tagliando in due una terra che ha inghiottito i suoi veleni senza mai riuscire a sputarli via. Verrebbe da chiedersi quanti altri incidenti, nella memoria di questo Paese, aspettino ancora un pentito per diventare finalmente quello che sono sempre stati: dei delitti rimasti senza castigo.
*Documentarista Unical

