Affrontiamo un tema sempre più importante: il microbiota come possibile “spia” precoce di alcune malattie croniche, il ruolo della metainfiammazione e il rapporto sempre più problematico con gli alimenti ultraprocessati. Ne parliamo con il professor Ludovico Abenavoli, esperto del rapporto tra microbiota, alimentazione e malattie metaboliche.

Ludovico Abenavoli è incluso dal 2017 nella Top Italian Scientist. Dal 2022 è coordinatore Erasmus del Corso di laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro. Dal 2024 è professore ordinario di Gastroenterologia presso la stessa Università.

Professore Abenavoli, una recente ricerca pubblicata su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology suggerisce che alcune alterazioni del microbiota intestinale possano essere associate, anche molto tempo prima, alla comparsa di alcune malattie croniche. È davvero possibile che nell’intestino si possano trovare segnali precoci del nostro futuro stato di salute?

È una prospettiva estremamente affascinante, ma dobbiamo interpretarla con prudenza. Il microbiota intestinale è un ecosistema che vive dentro di noi e insieme a noi e cambia nel corso della vita in funzione dell’alimentazione, dell’età, dei farmaci, dell’attività fisica, dell’ambiente e, naturalmente, della nostra predisposizione genetica.

Oggi sappiamo che alcune modificazioni del microbiota possono essere presenti molto prima della manifestazione clinica di determinate malattie. Questo significa che l’intestino potrebbe conservare segnali precoci di ciò che sta accadendo nel nostro organismo.

Oggi, però, non possiamo “leggere il futuro” di una persona analizzandone semplicemente il microbiota. Possiamo immaginare il microbiota come una sorta di sentinella biologica: uno dei tanti indicatori che, insieme alla genetica, agli esami di laboratorio e allo stile di vita, potrebbe aiutarci a identificare precocemente le persone maggiormente a rischio.

Si parla sempre più di “metainfiammazione”, un’infiammazione cronica e di basso grado che può accompagnare condizioni come obesità, insulino-resistenza e diabete e contribuire al rischio cardiovascolare. Che cosa accade concretamente nel nostro organismo e quale ruolo può avere il microbiota?

Quando pensiamo all’infiammazione immaginiamo generalmente qualcosa di evidente: dolore, febbre, gonfiore. La metainfiammazione è molto diversa. È uno stato infiammatorio di basso grado e persistente, spesso completamente silenzioso, che può accompagnare per anni alcune condizioni metaboliche.

Il microbiota può avere un ruolo importante in questo processo. Quando il suo equilibrio si altera, in quella che definiamo disbiosi, può modificarsi anche la funzione della barriera intestinale.

L’intestino non è infatti soltanto un organo digestivo, ma una vera frontiera tra l’ambiente esterno e il nostro organismo. Quando la permeabilità intestinale aumenta, alcune molecole di origine microbica possono raggiungere più facilmente la circolazione e contribuire all’attivazione del sistema immunitario.

Nel tempo, questo stato infiammatorio può intrecciarsi con obesità, insulino-resistenza, diabete, steatosi epatica e rischio cardiovascolare. Il concetto fondamentale è quindi che intestino, metabolismo e sistema immunitario non sono mondi separati: dialogano continuamente.

Nel mirino della ricerca ci sono soprattutto gli alimenti ultraprocessati, sempre più presenti nella nostra alimentazione. Quanto possono influire sulla salute del microbiota e quali sono gli alimenti che dovremmo imparare a riconoscere e limitare maggiormente?

Il problema non è demonizzare il singolo alimento. Il problema nasce quando gli alimenti ultraprocessati diventano una componente predominante e abituale della nostra alimentazione.

Parliamo di prodotti industriali sottoposti a numerose trasformazioni, spesso caratterizzati da elevata densità energetica, quantità importanti di zuccheri, grassi e sale e, in molti casi, da un basso contenuto di fibre. Possono inoltre contenere diversi additivi.

Un’alimentazione di questo tipo può modificare il substrato disponibile per il microbiota e, nel complesso, influenzarne la composizione e la funzione.

Dobbiamo quindi imparare a guardare il cibo anche sulla base della sua formulazione. Una mela, un piatto di lenticchie, una verdura, del pesce o del pane integrale hanno una struttura alimentare relativamente semplice. Quando invece ci troviamo davanti a prodotti con formulazioni molto complesse e numerosi ingredienti, possiamo trovarci di fronte a un alimento altamente processato.

Questo non significa che non dovremo mai consumarlo. Significa che dovrebbe rappresentare l’eccezione e non la normalità.

Dall’altra parte abbiamo la dieta mediterranea, che sembra rappresentare quasi l’antitesi dell’alimentazione industriale. Fibre, legumi, frutta, verdura, cereali integrali, olio extravergine: possiamo dire che ciò che mangiamo non alimenta soltanto noi, ma anche i miliardi di microrganismi che vivono nel nostro intestino?

Assolutamente sì. È forse uno dei concetti più semplici e, nello stesso tempo, più importanti della ricerca sul microbiota: quando mangiamo non nutriamo soltanto il nostro organismo, ma forniamo anche il substrato ai microrganismi che vivono nell’intestino.

Le fibre presenti in alimenti quali verdura, frutta, legumi e cereali integrali raggiungono in parte il colon, dove vengono utilizzate dai batteri intestinali. Da questa fermentazione derivano metaboliti, come gli acidi grassi a corta catena, che possono avere effetti importanti sulla barriera intestinale, sul metabolismo e sulla regolazione della risposta immunitaria.

La dieta mediterranea favorisce inoltre la varietà alimentare. E una maggiore varietà di alimenti vegetali è generalmente associata a una maggiore diversità microbica e a un profilo metabolico più favorevole.

Per questo continuo a dire che la dieta mediterranea non deve essere considerata semplicemente una lista di alimenti. È un modello culturale: stagionalità, prodotti vegetali, olio extravergine di oliva, legumi, cereali, pesce, convivialità e moderazione.

In un’epoca dominata dagli alimenti industriali è sorprendente scoprire quanto un modello alimentare antico possa essere moderno dal punto di vista scientifico.

Lei ha studiato anche il rapporto tra microbiota e malattie metaboliche, come la steatosi epatica. Quanto è stretto il legame tra intestino, fegato e metabolismo? E può un microbiota alterato contribuire allo sviluppo di una malattia che riguarda tutto l’organismo?

Il rapporto è strettissimo. Intestino e fegato sono collegati anatomicamente e metabolicamente attraverso quella che definiamo asse intestino-fegato.

Gran parte delle molecole assorbite dall’intestino raggiunge infatti direttamente il fegato attraverso la circolazione portale. Il fegato è quindi continuamente esposto non soltanto ai nutrienti, ma anche ai metaboliti prodotti dal microbiota.

Quando l’equilibrio intestinale si modifica, possono cambiare la permeabilità della barriera intestinale, la produzione di metaboliti e i segnali infiammatori che raggiungono il fegato.

Tutto questo può contribuire, insieme naturalmente all’alimentazione, al peso corporeo, all’insulino-resistenza, alla genetica e agli altri fattori metabolici, allo sviluppo e alla progressione della steatosi epatica associata a disfunzione metabolica.

Questo ci fa capire una cosa importante: molte malattie che consideriamo localizzate in un singolo organo sono in realtà il risultato di processi sistemici. Il cosiddetto “fegato grasso” ne è un esempio emblematico.

Parliamo del fegato, ma in realtà parliamo contemporaneamente di intestino, tessuto adiposo, muscolo, metabolismo glucidico e rischio cardiovascolare.

Oggi molti prodotti vengono pubblicizzati come “probiotici”, “con fermenti” o capaci di migliorare la flora intestinale. Quanto c’è di scientificamente fondato e quanto, invece, è marketing? Ha senso assumere probiotici senza una precisa indicazione?

Bisogna fare molta attenzione, perché il termine “probiotico” viene spesso utilizzato come se identificasse un’unica categoria terapeutica. In realtà non è così.

Gli effetti dei probiotici dipendono dal ceppo utilizzato, dalla quantità, dalla durata della somministrazione e, soprattutto, dalla condizione clinica che vogliamo trattare.

Non possiamo quindi dire genericamente che “i probiotici fanno bene”. Per alcune situazioni esistono evidenze scientifiche interessanti; per altre, le prove sono ancora insufficienti o contraddittorie.

Il rischio è banalizzare una disciplina scientificamente molto complessa nella ricerca del prodotto miracoloso per “riequilibrare la flora intestinale”.

Il microbiota non funziona così. Non è un acquario nel quale basta aggiungere qualche batterio per ristabilire automaticamente l’equilibrio.

La prima strategia per sostenere un microbiota sano è uno stile di vita equilibrato. Il probiotico può avere un ruolo in determinate condizioni, ma dovrebbe essere scelto sulla base di una precisa indicazione e di evidenze riferite a quello specifico ceppo.

 Se il microbiota può rappresentare un campanello d’allarme molto prima della comparsa dei sintomi, siamo davanti a una possibile rivoluzione della medicina: passare dalla cura della malattia alla sua previsione e prevenzione. Quanto siamo vicini a una medicina personalizzata costruita anche sulla nostra “firma” microbica?

Questa probabilmente è una delle frontiere più interessanti della medicina dei prossimi anni.

La medicina tradizionale interviene soprattutto quando la malattia è già presente. La medicina del futuro cercherà sempre più di identificare il rischio prima della comparsa dei sintomi.

In questa prospettiva, il microbiota potrebbe diventare uno dei biomarcatori utilizzati per costruire profili individuali insieme alla genetica, alla metabolomica, agli esami di laboratorio, all’alimentazione e allo stile di vita.

Ma dobbiamo evitare di correre più velocemente delle evidenze scientifiche. Oggi non abbiamo ancora un “microbiota ideale” valido per tutti e non possiamo prendere un singolo campione fecale e prevedere con certezza quali malattie svilupperà una persona nei prossimi vent’anni.

La direzione, però, è chiarissima. Stiamo passando progressivamente da una medicina uguale per tutti a una medicina sempre più personalizzata.

Probabilmente, in futuro, non parleremo soltanto della nostra carta d’identità genetica, ma anche della nostra carta d’identità metabolica e microbica.

E veniamo alla domanda più semplice, quella che interessa tutti: se domani mattina dovessimo cambiare soltanto tre abitudini alimentari per proteggere il nostro microbiota e, di conseguenza, la nostra salute futura, quali ci consiglierebbe di cambiare subito?

Direi tre cose molto semplici.

La prima: aumentare la varietà degli alimenti vegetali. Non soltanto insalata, quindi, ma verdure diverse, frutta, legumi, cereali integrali e frutta secca. Una maggiore varietà di alimenti vegetali significa offrire al microbiota una maggiore varietà di substrati.

La seconda: ridurre progressivamente gli alimenti ultraprocessati. Non serve diventare integralisti. Basta riportare al centro della tavola gli alimenti riconoscibili, quelli che appartengono alla nostra tradizione alimentare.

La terza: recuperare la dieta mediterranea autentica. E sottolineo autentica, perché dieta mediterranea non significa semplicemente mangiare pasta e aggiungere olio di oliva. Significa equilibrio, prodotti vegetali, legumi, cereali, pesce, olio extravergine, stagionalità e moderazione.

Se dovessi quindi lasciare un unico messaggio, direi questo: la salute del nostro microbiota si costruisce soprattutto nella quotidianità.