Viaggio tra le graduatorie ridotte all'osso per la promozione editoriale: le ristrettezze economiche imposte alle piccole presenze fieristiche contrapposte alla generosità della Cittadella quando accetta di foraggiare le proposte fai da te. Chi ci guadagna?
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C’è una geografia parallela e geometricamente perfetta che regola i flussi del denaro pubblico in Calabria. Da un lato c’è il mondo del dettaglio, del microscopio, della miseria calcolata al centesimo; dall'altro c’è il mondo dell'iperuranio, dove i decreti viaggiano a velocità supersonica e i quattrini piovono con la precisione e l'abbondanza di un monsone tropicale.
Prendiamo le graduatorie pubbliche. Quelle vere, quelle a cui partecipano gli operatori culturali, le piccole testate e i presidi editoriali del territorio per assicurarsi uno spazio nelle fiere di settore — si pensi alle trasferte tradizionali, come quella di Rimini o simili kermesse. Lì la liturgia è nota: si compila la domanda, si attende il bando, si superano i filtri e, alla fine, il miracolo economico si concretizza in un contributo che si ferma il più delle volte a poche migliaia di euro, spesso ridotto a cifre simboliche attorno ai cinquemila euro o poco più. Una somma che, nelle ambizioni della pubblica amministrazione, dovrebbe coprire non una spesa qualsiasi, ma l'intero sforzo bellico di una spedizione editoriale.
E qui comincia il divertimento. Perché con quella manciata di euro scarsi, l'editore o il direttore di turno deve compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Deve mandare il personale sul posto, pagare le trasferte, vitto, alloggio, i biglietti del treno o dell'aereo, occuparsi dell'allestimento dello stand, pubblicare i pezzi in tempo reale, garantire il servizio quotidiano — compresa l'applicazione scrupolosa di ogni singola norma burocratica che la legge impone — e, dulcis in fundo, coprire ogni costo vivo della fiera.
Tutto questo a carico del malcapitato, rigorosamente con i fondi contati al millimetro. Un esercizio di funambolismo finanziario in cui il bilancio, immancabilmente, rischia di chiudere in rosso. È la democrazia del sub-minimo sindacale: chi lavora dal basso paga il lusso di esistere.
Poi, però, uno fa un piccolo passo di lato, alza lo sguardo verso le alte sfere della Cittadella regionale e scopre che esiste un altro pianeta. Quello dove le graduatorie a bando cedono il passo alla grazia sovrana degli affidamenti diretti e delle proposte "spontanee".
Lì le cifre cambiano scala. Non si parla più di poche migliaia di euro da sudare in dodici ore di fiera, ma di 100 mila, 150 mila, 200 mila o addirittura 250 mila euro concessi sull’unghia, senza passare dal via di una gara pubblica, senza concorrenza, senza l'affanno di un confronto tra offerte. Denaro pubblico elargito per cose di cui, a un esame appena rigoroso dei fatti, non si riesce a comprendere né la convenienza per la Regione, né l'opportunità strategica, né la benché minima utilità collettiva. Cose che si muovono nel cono d'ombra di una convenienza amministrativa che sfugge alla logica comune ma che risponde a una regolarità quasi geologica.
Il problema non è scandalizzarsi – ché lo stupore, in certe latitudini, è una perdita di tempo – ma scattare la fotografia nitida della realtà. Si concede il microscopio per chi produce informazione e cultura sul campo, costretto a fare i salti mortali con budget al lumicino e si riserva il telescopio per chi cala proposte dall'alto e si vede spalancare le porte di una generosità pubblica senza limiti né contrappesi.
La sintesi è tutta in un bilancio di proporzioni. Dove l'ordinario viene soffocato dalla miseria dei contributi e lo straordinario viene foraggiato dall'abbondanza dei misteri. E la domanda, formulata con la calma serafica di chi registra l'ovvio, resta sempre la stessa: a chi serve esattamente tutto questo?

