Il fango sulle scarpe è lo stesso del 1467, ma l’oro che brilla sotto il sole obliquo del Pollino non ha tempo. A Civita, mentre il martedì di Pasqua agonizza in un tramonto che incendia le Gole del Raganello, accade qualcosa di potente. Non è una danza, o almeno non nel senso plastico e rassicurante che il termine ha assunto nei festival folk da esportazione. È un assalto. Una catena umana, un serpente d’uomini e donne legato da fazzoletti di seta, si srotola per le fessure di roccia del paese. Lo chiamano Vallja. Ma è un recinto. È la messa in scena di un’ossessione, quella di non sparire.

Non cercate qui la compostezza delle coreografie ministeriali. C’è il sudore che macchia i corpetti di raso, c’è il respiro corto di chi canta versi incomprensibili ai più, una lingua antica che suona come sassi che rotolano in un torrente. L’Arbëria non è un luogo geografico, è un’allucinazione collettiva che dura da cinque secoli. Un paradosso vivente piantato nel cuore della Calabria, dove l’identità si difende col ricamo e col rapimento. Perché la Vallja fa questo. In un certo senso cattura lo straniero. Lo accerchia, lo imprigiona in un recinto di braccia robuste, lo costringe a riscattarsi col vino. È un’estorsione di ospitalità, un ribaltamento del trauma dell’esule che, dopo generazioni di invisibilità, decide finalmente di diventare il padrone del gioco.

Qualcuno direbbe che è la celebrazione di Skanderbeg. Vero. Ma la verità è più carnale. Quando il capo della danza, il primotera, guida la fila, non sta solo onorando un fantasma del XV secolo. Sta tracciando un confine. In quei passi cadenzati, pesanti, che sembrano voler sprofondare nel terreno per non esserne mai più sradicati, c’è tutto il dramma di chi è fuggito dal mare per rifugiarsi sui monti, tra i lupi e i dirupi. Frascineto, per esempio, risponde a Civita con un’ostentazione che rasenta la ferocia estetica. I costumi non sono semplici abiti, sono complesse corazze d’identità. Sete pesanti, ori che, per alcuni studiosi avrebbero attraversato l’Adriatico nelle stive di barche sgangherate, gonne pieghettate che pesano chili e che, nel movimento, emettono un fruscio che sa di polvere e incenso bizantino.

La musica non esiste. O meglio, non ci sono strumenti che non siano la voce umana. È un canto “ad aria” si dice, che vibra nel petto prima ancora che nell’aria. Un suono gutturale, antico, che sembra provenire da un’epoca precedente all’invenzione del pentagramma. Cantano la morte dell’eroe, certo, ma cantano soprattutto la loro alterità. In quel momento, il Martedì di Pasqua, l’italiano scompare. La legge dello Stato è un rumore di fondo. Esiste solo il “Gjaku i shprishur”, il sangue sparso. È un legame che non passa per la burocrazia, ma per la genetica del rito. È l’orgoglio di un popolo che è rimasto ospite per cinquecento anni e che ora, attraverso una danza (ridda) che sembra un assedio, dichiara la sua definitiva cittadinanza sul suolo che lo ha accolto, senza però concedere un solo millimetro di resa culturale.

C’è una tensione erotica, quasi brutale, in questo accerchiamento. Il turista (lo straniero) catturato sorride inebetito, ma sotto il sorriso avverte la pressione di una storia che non gli appartiene. È un rito di separazione tra il “noi” e il “voi”. Chi sta dentro la catena è salvo, chi sta fuori è preda. E la Chiesa, col suo rito greco, osserva e benedice questo paganesimo mascherato da devozione. Le icone di San Demetrio e le barbe dei papàs bizantini fanno da fondale a una danza che ha più a che fare con la tattica militare che con la liturgia. È una coreografia di guerra trasposta in tempo di pace (si fa per dire), un addestramento alla resistenza che si tramanda di padre in figlio non nei libri, ma nei muscoli delle gambe.

Oggi le “Vallje” rischiano la museificazione. Il pericolo non è l’oblio, ma la cartolina. Quando la politica scopre il “turismo delle radici”, il rischio che il sangue si trasformi in ketchup è altissimo. Ma basta guardare gli occhi di una ragazza di Frascineto mentre stringe il fazzoletto che la lega alla compagna per capire che la recita è ancora troppo sentita per essere finta. C’è una serietà quasi religiosa nel modo in cui calpestano i sampietrini. Non ridono molto, mentre danzano. La “Vallja” è una cosa seria. È il lavoro della memoria, che è faticoso come zappare la terra del Pollino.

Il paradosso è tutto qui. In un’epoca che mastica e sputa ogni differenza in nome di un’omologazione piatta come un monitor, questi piccoli avamposti di lingua albanese in terra calabra continuano a giocare a fare i prigionieri e i carcerieri. Non è folklore. Il folklore è un cadavere imbalsamato. La “Vallja” è un organismo vivo, che puzza di vino cattivo e profuma di gigli, che urla la sua presenza tra i vicoli di un’Italia minore che non ha mai smesso di sentirsi altrove.

Mentre l'ultima catena si scioglie e i costumi vengono riposti in casse di legno che sanno di canfora, resta un senso di sconcerto. Lo straniero è stato liberato, il riscatto è stato pagato, ma la sensazione è che i veri prigionieri siano loro. Prigionieri di un destino che li obbliga a essere custodi di un’arca che nessuno sa più dove stia andando. Ma finché ci sarà un martedì dopo Pasqua e un cerchio che si chiude, quell’arca non affonderà. Resta da capire, tra vent’anni, se avremo ancora il coraggio di lasciarci catturare o se guarderemo tutto da dietro il vetro protettivo di uno smartphone, convinti di aver capito tutto mentre non abbiamo sentito nemmeno l’odore della seta.

*Documentarista Unical

I documentari qui presenti sono dell’autore di questo articolo.