L’esistenza, nel panorama culturale italiano, di figure che sfuggono alle classificazioni semplici rappresenta un fenomeno sempre più raro e, proprio per questo, prezioso. Personalità che attraversano linguaggi, arti e luoghi della vita pubblica con la stessa intensità con cui attraversano le stagioni della propria esistenza. Nino Spirlì appartiene certamente a questa categoria: quella degli intellettuali liberi, refrattari a ogni forma di omologazione.

Scrittore, autore televisivo, uomo di teatro, opinionista, protagonista della vita politica e culturale del Paese, Spirlì è una figura che negli anni ha costruito un percorso singolare, sempre sorretto da una forte tensione spirituale e da una visione del mondo che rifugge i compromessi dell’opinione facile. La sua parola - talvolta aspra, talvolta lirica, sempre vibrante - nasce da un intreccio di esperienze che uniscono la pratica del palcoscenico, l’esercizio della scrittura e una lunga consuetudine con lo studio dei testi religiosi e filosofici. È proprio in questa stratificazione di saperi e di vissuto che si radica la qualità più evidente della sua voce: una libertà intellettuale che non teme di esporsi, di provocare, di interrogare.

Oggi, Spirlì rappresenta uno dei rari esempi di intellettuale che continua a rivendicare il valore del pensiero complesso, della parola non addomesticata, della riflessione che affonda le proprie radici tanto nella tradizione culturale occidentale quanto in una dimensione interiore nutrita di fede e studio.

Con lui abbiamo parlato della sua carriera; della sua malattia, di come ha deciso di affrontarla; del ruolo del “politically correct” nella nostra società, sempre con un'intensità conoscitiva e culturale.

Prima di parlare di teatro, politica, cultura, attualità e quant'altro, vorrei chiederle: come sta?
«Bene, grazie. Nel corpo e nell’anima.»

Lei ha affrontato, dal primo giorno, il cancro sui social, con il suo pubblico di sempre. Molte persone che l'hanno seguita, hanno trovato in questo atteggiamento un esempio di coraggio e dignità. Da dove nasce questa forza con cui ha affrontato la prova della malattia, sempre con grande ironia? È carattere, fede, o una forma di ribellione al baratro?
«La mia forza è la fede in Gesù Cristo e nella Santa Vergine. Una fede, dapprima ereditata dalla mia famiglia, ma, successivamente, in età matura, processata e rafforzata con decenni di studio dei sacri testi del Cristianesimo, del Cattolicesimo in particolare, ma anche di altre religioni e scienze teologiche, quali il Lamaismo tibetano, l’induismo, l’islamismo, la teosofia, la filosofia. E non avrei ancora finito, se Dio vorrà concedermi ancora un po’ di tempo terreno. Altrimenti, imparerò attraversando il velo… Certo, anche il mio carattere ironico e autoironico mi aiutano tanto a convivere con questo strano ospite, dal quale, comunque, ho imparato tanto, e mi dispiacerebbe, le assicuro, dovergli dire addio. Preferirei accompagnarlo per un po’ di tempo ancora per le vie della vita…».

La sua carriera attraversa mondi molto diversi: scrittura, teatro, televisione e politica. Quanto di queste identità convive oggi in Nino Spirlì? E quale di queste sente più vera quando guarda a sé stesso?
«Guardi, nasco in teatro giovanissimo. Il palcoscenico mi ha dato tante soddisfazioni: prima da attore, ma soprattutto da regista. Gli anni della collaborazione con il Theatre di Campagnol a Parigi, le messe in scena di testi complessi e difficili sia della drammaturgia nazionale che internazionale, la direzione di decine di stage di perfezionamento e corsi di recitazione, la varietà di generi teatrali trattata, sono dati di fatto e motivo di orgoglio. Poi, i quasi venti anni di televisione, come autore di programmi, di format televisivi, di soggetti per fiction, mi hanno permesso di ampliare il mio pubblico e spaziare in altri generi di scrittura letteraria. La collaborazione coi giornali nazionali, ancora oggi, mi consente di partecipare in prima persona al dibattito sociale e politico, grazie alla benevolenza degli editori e dei direttori, oltre a quella dei lettori che mi stanno vicino con affetto e stima. Devo inoltre ringraziare il mio editore, Roberto Mugavero di Minerva Edizioni, se ho avuto ed ho il piacere e l’onore di trovare nelle maggiori librerie nazionali le mie opere letterarie, in un mondo e un tempo in cui gli scrittori della domenica nascono come funghetti, soprattutto perché tanti editori (e tipografi) non negano a nessuno la stampa a pagamento anche della lista della spesa. La politica la pratico da sessant’anni; da quando, cioè, mio padre mi portava con sé agli incontri politici sempre di alto spessore. Ho dato dimostrazione, nel tempo del mio impegno in Regione, che anche la gestione istituzionale non mi era del tutto estranea…».

Ha nostalgia del palcoscenico teatrale?
«Mai nostalgie. Mai rimpianti. Il tempo è sempre nuovo e porta con sé e in sé nuove sfide, nuovi impegni».

Molti grandi autori teatrali, come Eduardo De Filippo o Luigi Pirandello, hanno raccontato il mondo attraverso il paradosso e la maschera. Crede che, oggi, autori di questo calibro, verrebbero celebrati come grandi maestri o accusati di essere troppo scomodi?
«Erano scomodi ai loro tempi e lo sono ancora. Sono specchi spietati dei vizi degli umani. Sono insopportabili ai farisei e anche agli ignoranti. Oggi è il tempo dell’importanza del passato e, purtroppo, anche del presente. La gente non ha il tempo di portare a termine anche il benché minimo impegno che già si chiede “e, poi?”… Poi, che?, mi chiedo: goditi quanto stai facendo nel presente, e non pensare a come riempire il futuro… In questo tempo, Eduardo e Pirandello avrebbero di che scrivere…».

Oggi si parla molto di “politicamente scorretto” come se fosse una provocazione moderna. Eppure, già nella commedia latina di Plauto, o nella satira feroce di Aristofane, il linguaggio era spesso irriverente, crudele, dissacrante. Non le sembra che la nostra epoca, che si crede tanto libera, sia in realtà molto più timorosa delle parole rispetto all’antichità?

«La nostra era, come dicevo, è ignorante, ottusa, cafona e arrogante. E il linguaggio diretto e senza ipocriti filtri edulcoranti fa paura. Molta paura. Io, come è noto, ormai, sono politicamente scorrettissimo e non purgo il mio linguaggio per tranquillizzare i cretini. Chi non ama ascoltare quello che ho da dire, può allontanarsi da me o “cambiare canale”…».

Negli ultimi tempi nel dibattito pubblico stanno emergendo posizioni sempre più radicali, e anche nuove iniziative politiche come quella legata a Roberto Vannacci. Secondo lei questi fenomeni sono il segno di un estremismo crescente oppure la reazione di un paese in fuga verso il buio più totale?
«Ho già espresso il mio parere in merito. Ritengo che al mondo non manchino gli estremismi. Stiamo facendo di tutto per allontanarli dal panorama politico. Personalmente, non amo né l’estrema destra, né l’estrema sinistra… e, se possibile, nemmeno l’estremo centro».

L’Occidente si definisce civile e democratico, ma continua a produrre guerre e conflitti. Davanti a tragedie come l'Invasione russa dell'Ucraina, crede che la politica internazionale sia ancora guidata da ideali oppure soltanto da interessi?
«Sull’Ucraina, proprio per la mia scelta di essere politicamente scorretto, dovrei tacere. Mi fa orrore l’invasione russa, mi fa orrore la costante provocazione del leader ucraino. Ho pena e compassione per i poveri morti, sia ucraini che russi. Innocenti e messi in trappola da due cocciuti.»

La figura di Donald Trump ha spaccato l’opinione pubblica mondiale: per alcuni un pericolo per la democrazia, per altri un uomo che ha avuto il coraggio di dire ciò che molti pensano ma non osano dire. Lei in quale lettura si riconosce di più?
«Dio benedica Trump! Sta portando avanti tutto il lavoro “sporco” che nessuno ha voluto assumersi come compito. La lotta ai regimi totalitari, dall’America Latina all’Iran, la guerra senza pietà al terrorismo islamico e ai suoi foraggiatori, le sberle ad un’Europa di nani e ballerine della politica, ne fanno un eroe di questo nuovo millennio.»

«Non possiamo farci carico di asili nido, di assistenza sanitaria, la gente deve capirlo. Siamo una grande potenza, facciamo le guerre». Questo è un estratto del discorso tenuto da Trump, qualche giorno fa, alla Nazione. Cosa ne pensa?
«Una provocazione verso i provocatori. In verità, Trump sta facendo molto per la sua gente e anche per il resto del mondo».

Guardando la società contemporanea pensa che stiamo vivendo un’epoca più libera o più ipocrita?
«Ipocritamente libera e liberamente ipocrita. Quando ci sembra di essere liberi, c’è sempre qualcuno che tenta di tapparci la bocca e tarparci le ali».

Lei ha spesso raccontato il legame profondo e idilliaco con sua madre e con il suo compianto papà. Quanto hanno inciso queste figure nella costruzione dell’uomo che è oggi? E quanto, nei momenti più difficili della sua vita, quel rapporto continua a essere una presenza interiore che la sostiene?
«Ho avuto in dono, fin dal concepimento, una coppia di genitori meravigliosi. Insieme, mi hanno educato a non avere preconcetti, pregiudizi, inibizioni. Mi hanno insegnato a non mentire, a godere della libertà e del rispetto verso me stesso e verso gli altri. Anche verso la natura. Verso le leggi. Mi hanno intriso di amore verso Dio e la Santa Madre Maria. E, quotidianamente, minuto dopo minuto, mi sono stati e mi sono sempre vicini, anzi nelle carni, infondendo forza, coraggio, pazienza e sapienza».

Se dovesse guardarsi indietro oggi, che cosa le ha insegnato davvero il dolore? È stato soltanto una prova da attraversare, o in qualche modo anche una chiave per capire meglio sé stesso e il mondo?
«Il dolore lo conosco da sempre. Dai tempi in cui, giovanissimo, ho dovuto costruire un’altra vita dopo lo stupro che mi aveva lasciato per tre giorni in coma sul pavimento della mia casa, fino a questi giorni di convivenza con il più spietato dei cancri. Non mi infastidisce il dolore, anzi. Mi incita a vivere meglio. Con maggiore consapevolezza. Con disponibilità…».

Dopo tante battaglie - personali, artistiche e pubbliche - c’è ancora qualcosa che le fa guardare al futuro con fiducia? Se dovesse indicare oggi un piccolo segno di speranza nel mondo, dove lo cercherebbe?
«In Calabria! In questo vero Eldorado, che, quando sarà scoperto dai calabresi stessi, regalerà ricchezza e felicità alla nostra gente, che smetterà di andare a servizio fuori regione e resterà a fare da padrone in casa propria!».

Io nel futuro la immagino in due luoghi: su un palcoscenico, con un nuovo progetto teatrale, e allo stesso tempo dentro la vita politica. Del resto lei è stato presidente della Regione in un anno difficilissimo, segnato dalla pandemia di Covid-19, e quella responsabilità l’ha attraversata con decisione. Ma lei, invece, dove si vede davvero nel futuro: più vicino al teatro, alla politica, oppure in uno spazio nuovo che ancora non ha esplorato?
«Mi vedo esattamente dove sono: in cammino, da semplice uomo, sul sentiero della vita e della morte. Sereno, come sono, dei miei passi. Anche di quelli più accidentati.»

Le riflessioni di Nino Spirlì delineano la fisionomia di un intellettuale che rivendica con fermezza la libertà della parola e il diritto a un pensiero non addomesticato. Nelle sue risposte la politica appare come spazio di responsabilità civile, nel quale la voce dell’intellettuale è chiamata a intervenire con franchezza, sottraendosi alle convenienze del consenso.

In questa prospettiva, il cosiddetto “politicamente scorretto” si configura non come semplice provocazione, ma come gesto polemico contro le ipocrisie del discorso pubblico. Ne emerge così una voce critica e vigile, che riafferma il compito dell’intellettuale: interrogare il presente, turbare le certezze e restituire profondità al dibattito del nostro tempo.