Il digitale da solo non crea opportunità né talenti: senza responsabilità definite e contesti credibili, restare o tornare diventa difficile. Una cultura digitale diffusa amplia la scelta e trasforma il ritorno in possibilità concreta
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In Calabria, e più in generale nel Sud Italia, il problema non è il digitale. Non lo è mai stato davvero. Il problema è una stanchezza profonda, stratificata nel tempo, che finisce per condensarsi in una frase tanto semplice quanto definitiva: “Abbiamo sempre fatto così”.
Non si tratta di ignoranza né di una resistenza ideologica al cambiamento. È piuttosto una forma di autodifesa. Dopo decenni di promesse mancate, riforme annunciate e mai realmente assorbite, narrazioni salvifiche calate dall’alto e spesso rimaste tali, il sistema Calabria ha imparato a ridurre il rischio al minimo. Fare come si è sempre fatto diventa così una strategia di sopravvivenza.
Ma quando questa strategia si consolida e diventa sistema, finisce per trasformarsi anche in rinuncia. È in questo contesto che il digitale viene spesso frainteso. A volte come responsabile di trasformazioni percepite come destabilizzanti, altre come soluzione miracolosa capace di rimediare a problemi strutturali. Entrambe le letture sono insufficienti. Il digitale, da solo, non risolve nulla. Ma senza una cultura digitale diffusa diventa difficile affrontare uno dei nodi centrali del presente meridionale: la tornanza.
La tornanza non è il contrario dell’emigrazione. Non ha nulla a che vedere con la nostalgia o con il romanticismo del ritorno. È una scelta, e come tutte le scelte richiede condizioni. Nessuno torna per sacrificio. Si torna quando esistono contesti in cui competenze, metodo e visione possono essere esercitati senza attriti inutili, in ambienti dove il lavoro è organizzato, i processi sono chiari, i tempi definiti e le responsabilità riconoscibili.
Per anni il dibattito pubblico si è concentrato sulla fuga dei cervelli, come se il problema fosse impedire la partenza. Ma partire, in molti casi, è stato un atto di lucidità. Il vero fallimento non è chi va via, bensì l’incapacità di costruire luoghi in cui tornare abbia senso. La tornanza è un tema più scomodo proprio perché sposta l’attenzione dalla responsabilità individuale a quella sistemica. Non si tratta di individuare colpevoli, ma di riconoscere l’esistenza di un blocco culturale che riguarda tutti. Ed è una consapevolezza che chiama in causa, oggi, le scelte di chi governa e di chi fa impresa.
In questo quadro il digitale non crea talenti. Riduce l’attrito interno. Consente a chi ha accumulato competenze altrove di metterle a frutto senza dover attraversare strutture rigide, gerarchie informali o modelli organizzativi obsoleti. Permette di lavorare per obiettivi invece che per presenza, di collaborare a distanza senza perdere efficacia, di rendere misurabile il valore prodotto e di prendere decisioni basate su processi, non su consuetudini.
Da qui emerge un punto spesso rimosso dal dibattito pubblico: il vero limite del Sud non è tecnologico, ma organizzativo e mentale. Non mancano strumenti o connessioni. Mancano processi condivisi, ruoli definiti, responsabilità distribuite. In assenza di una cultura organizzativa minima, il digitale non aiuta. Al contrario, amplifica il caos. Digitalizzare un sistema confuso significa renderlo confuso più rapidamente.
Questo vale per le istituzioni, ma vale anche per il mondo imprenditoriale. Da anni si parla di innovazione, ma spesso la si intende come un’aggiunta superficiale, non come una trasformazione reale del modo di lavorare. La cultura digitale richiede invece un cambio profondo: fiducia al posto del controllo costante, autonomia invece di microgestione, valutazione basata sui risultati piuttosto che sul tempo trascorso.
Molti imprenditori dichiarano di cercare competenze nuove, ma continuano a offrire contesti vecchi. È una contraddizione che i talenti intercettano immediatamente. Non si attraggono persone formate con modelli organizzativi del Novecento, e senza affrontare questo nodo ogni discorso sulla tornanza rischia di restare retorica.
Esiste poi una dimensione politica raramente esplicitata. La tornanza è un problema pubblico non dichiarato. Lo spopolamento viene spesso raccontato come destino geografico o come fenomeno inevitabile, raramente come il risultato di scelte culturali e amministrative stratificate nel tempo. Non esistono bandi in grado di sostituire ambienti di lavoro sani, né incentivi capaci di compensare l’assenza di contesti credibili.
Promuovere una cultura digitale non significa distribuire strumenti o finanziare piattaforme. Significa rendere il territorio abitabile per chi ha visto altro e non è disposto a rinunciare alla propria autonomia (e dignità) professionale.
In questo senso, restare non serve e tornare non basta. Il vero discrimine è poter scegliere. Il problema più grave non è chi parte, ma chi non ha alternative. La cultura digitale amplia il perimetro della scelta e trasforma restare, tornare o andare via da condanne implicite in possibilità concrete.
Il digitale non salva la Calabria. Ma senza una cultura digitale diffusa la Calabria rischia di non avere più strumenti per provarci. Non per trattenere tutti, ma per offrire una possibilità concreta a chi potrebbe tornare.
Fondatore dritara.tech

