Dalla Cittadella di Catanzaro a Rosarno, da Lamezia ai depositi costieri di Vibo Marina: la rabbia del comparto agricolo paralizza la regione. Ma senza il clamore della violenza urbana, i telegiornali nazionali scelgono l’oblio
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C’è un paradosso sottile e corrosivo che attraversa l’informazione italiana: la visibilità non si misura più sull’impatto sociale di una battaglia, ma sul raggio d’azione del danno materiale. Se spacchi una vetrina a Milano, sradichi la segnaletica a Roma o trasformi un corteo nel teatro dello scontro urbano, le telecamere arrivano ancor prima dei soccorsi. Scattano le dirette fiume, si compongono i talk show d'urgenza e una schiera di opinionisti da salotto si assicura tre giorni di gettone per pontificare sul declino delle metropoli.
Se invece a protestare sono gli agricoltori in Calabria, la notizia semplicemente scompare nel buco nero del palinsesto.
La vicenda calabrese è la cartina di tornasole di un sistema mediatico malato di spettacolarizzazione. Parlare dei lavoratori della terra significa fare i conti con la realtà vera: uomini e donne che svegliandosi alle quattro del mattino tengono in piedi il settore primario, oggi stretti nella morsa dei costi insostenibili del carburante, delle bollette energetiche e di una filiera distributiva che schiaccia chi produce a favore dei soliti intermediari.
Quando questi lavoratori scendono in piazza, non usano i cartelli stradali come arieti né coprono il volto con i passamontagna. Occupano i depositi di carburante dei colossi energetici con fermezza, ma offrono caffè e cornetti agli autotrasportatori bloccati e alle forze dell'ordine.
È una lezione di civiltà, un atto di resistenza pacifica e consapevole. Eppure, per i telegiornali nazionali e per i grandi quotidiani, questa protesta è un non-evento.
Un silenzio tombale che fa male due volte: punisce la Calabria, storicamente relegata ai margini della narrazione nazionale se non per fatti di cronaca nera, e punisce chi sceglie di manifestare nel rispetto delle regole.
La regola ingrata del circo informativo è chiara: il lavoro, la fatica e i diritti non "fanno testo" se non portano in dote il sangue sul marciapiede, il fumo dei lacrimogeni o la fiammata di un'auto incendiata. Il giornalismo d'inchiesta e il racconto dei problemi strutturali del Paese sono stati messi da parte per fare spazio al "terrorismo da divano", un modello di intrattenimento basato sull'indignazione a buon mercato e sullo scontro d'opinione prefabbricato.
Un agricoltore che chiede dignità senza devastare la città diventa così l'incubo di ogni caporedattore: non produce immagini ad effetto, non si presta al dibattito urlato e, peggio ancora, rischia di far riflettere il pubblico sulle responsabilità reali di una crisi economica e politica profonda. Meglio girare le telecamere altrove, infilare la testa sotto la sabbia e pretendere che chi lavora in silenzio continui a soffrire in silenzio.
Forse allora la provocazione sta tutta qui: per farsi ascoltare da chi muove i fili della notizia, questi lavoratori dovrebbero davvero iniziare a bruciare le proprie terre e a sfasciare i propri trattori? Ci auguriamo di no. Ma fino a quando la dignità farà meno notizia di un passamontagna, non chiamatela più informazione: chiamatelo, con la dovuta vergogna, puro e semplice sciacallaggio da prima serata.

