Una vita dedicata alla scuola, vissuta con passione, responsabilità e profondo senso umano. Dopo oltre quarant’anni trascorsi prima come docente e poi come dirigente scolastica, la dirigente Iannuzzi ripercorre le tappe più significative della sua carriera, riflettendo sui cambiamenti della scuola italiana, sulle sfide educative di oggi e sul valore dell’istruzione come strumento di crescita, inclusione e libertà. Un’intervista che è anche un messaggio di speranza rivolto alle nuove generazioni e a chi ha scelto di educarle.

1. Dirigente Iannuzzi, dopo oltre quarant’anni trascorsi nella scuola, quale immagine o quale momento sente di custodire come il più prezioso della sua carriera?

Dirigere una scuola è un compito complesso, fatto di sfide quotidiane, responsabilità e scelte non sempre facili, ma è soprattutto un’esperienza umana straordinaria, che arricchisce giorno dopo giorno.

Mi è difficile riuscire a isolare un’unica immagine o un unico momento, perché ogni giorno trascorso nella scuola è stato per me unico e irripetibile. Quello che però non dimenticherò mai è l’umanità che rende la scuola un luogo speciale e unico, il posto in cui si impara ad esistere, in cui ragazzi e ragazze scoprono le proprie passioni, le proprie potenzialità e progettano il futuro.

2. Ha vissuto la scuola prima come docente e poi come dirigente scolastica. In che modo questi due ruoli hanno arricchito la sua visione dell’educazione e della formazione dei giovani?

Passare dal ruolo di docente a quello di dirigente scolastica offre una prospettiva privilegiata e completa sul mondo dell’educazione; non a caso si può ricoprire il ruolo di dirigente scolastico solo dopo alcuni anni di insegnamento.

È proprio per questa peculiarità che si riesce a non perdere mai di vista l’impatto che ogni decisione burocratica o organizzativa avrà sui banchi di scuola, mantenendo al centro del proprio lavoro il benessere e la crescita dei giovani. Ciò consente a un dirigente di guidare l’istituto con pragmatismo e sensibilità pedagogica, sapendo che una buona gestione amministrativa è lo scudo che protegge e valorizza la libertà d’insegnamento e il diritto allo studio.

3. Ogni lunga carriera è fatta anche di momenti difficili. Qual è stata la sfida più complessa che ha dovuto affrontare e quale insegnamento le ha lasciato?

Nel corso della mia attività lavorativa, prima come docente e poi come dirigente, ho avuto il privilegio di conoscere alunni straordinari, insegnanti appassionati e personale competente. Ognuno ha contribuito a costruire una scuola viva, accogliente e capace di guardare al futuro senza perdere i valori fondamentali del rispetto, della responsabilità e della solidarietà.

Un percorso di vent’anni come docente e di circa altri venti come dirigente scolastico lascia un patrimonio di insegnamenti profondi, sia a livello professionale sia umano. Le sfide sono state innumerevoli e complesse, ma l’obiettivo è sempre stato il benessere degli studenti, la loro crescita culturale e umana. Ovviamente non sempre si riesce a conseguire l’obiettivo prefissato con tutti e questo, certamente, lascia una grande amarezza. L’insegnamento che ho tratto soprattutto dalle sconfitte è stato quello, però, di non mollare mai.

4. In oltre quattro decenni la scuola è profondamente cambiata: sono cambiate le famiglie, gli studenti, la tecnologia e la società. Quali trasformazioni ritiene siano state le più significative?

In quarant’anni, ovviamente, la scuola ha vissuto una trasformazione profonda, anche per adeguarsi ai mutamenti radicali avvenuti nella società.

Una delle trasformazioni più significative è stata quella di spostare il focus dalle conoscenze alle competenze (imparare a imparare, pensiero critico, problem solving ecc.). Grazie a questa trasformazione, lo studente è diventato parte attiva del proprio apprendimento e, di conseguenza, più partecipe al processo di insegnamento-apprendimento.

Di notevole importanza è stata anche la rivoluzione digitale e tecnologica. Quarant’anni fa gli unici strumenti erano la lavagna d’ardesia, i libri di testo e i quaderni; oggi parliamo di registro elettronico, LIM, tablet e, più recentemente, l’integrazione dell’intelligenza artificiale ha ridefinito il modo di studiare e comunicare.

In conclusione, credo si possa tranquillamente affermare che la scuola è passata dall’essere un luogo di alfabetizzazione a diventare un’istituzione complessa che deve educare alla complessità, all’empatia e alla cittadinanza globale, in un mondo che cambia a velocità mai viste prima.

5. Lei ha diretto scuole molto diverse tra loro, fino all’esperienza del CPIA di Cosenza, dove l’istruzione incontra gli adulti e spesso le persone più fragili. Cosa le ha insegnato questa realtà e quale ricordo porterà con sé?

Dirigere un CPIA significa entrare in contatto con un’umanità complessa, fatta di storie di riscatto, migranti, adulti che tornano sui banchi di scuola e persone in condizioni di vulnerabilità. Questa realtà insegna, tra le altre cose, che esiste una seconda possibilità e che non è mai troppo tardi per imparare. Per molti dei nostri corsisti l’istruzione non è solo un titolo di studio, ma uno strumento fondamentale di emancipazione e dignità sociale.

L’insegnamento, per chiunque e con qualunque ruolo entri in un CPIA, è che in esso l’inclusione è una realtà e non soltanto una bella parola.

Il CPIA è un vero e proprio laboratorio di convivenza democratica e interculturale, dove storie e culture diverse si incontrano per raggiungere un obiettivo comune.

Il ricordo più prezioso che custodisco gelosamente dei circa dieci anni di dirigenza del CPIA “Valeria Solesin” di Cosenza è sicuramente lo sguardo di fiera gratitudine degli studenti il giorno della consegna dei diplomi. Vedere una persona adulta, magari con una storia alle spalle di grandi sacrifici, stringere in mano quel pezzo di carta consapevole di aver cambiato il proprio futuro è il ricordo più potente che si possa portare con sé.

6. Oggi si parla spesso di crisi educativa, dispersione scolastica, disagio giovanile e intelligenza artificiale. Quale dovrebbe essere, secondo lei, la scuola del futuro per rispondere alle nuove sfide della società?

La scuola, per mantenersi al passo con i tempi e raccogliere le complesse sfide di una società in costante cambiamento, non deve semplicemente “aggiornarsi”, ma confrontarsi con le sfide che la società civile pone ogni giorno, senza paure o reticenze: deve semplicemente aprirsi con fiducia all’innovazione e al cambiamento.

Non credo ci siano ricette certe per prevenire e/o ridurre dispersione e abbandono, ma, a mio modesto avviso, basterebbe rendere sempre più la scuola un luogo di incontro dove i ragazzi vogliano stare e non un posto in cui siano obbligati ad andare. Una scuola accogliente, stimolante e sicura è la prima e più potente arma contro la dispersione scolastica.

7. Si conclude la sua esperienza professionale, ma non certamente il suo impegno umano. Che messaggio desidera lasciare ai giovani insegnanti che oggi entrano nella scuola e agli studenti che rappresentano il futuro del nostro Paese?

Ai giovani insegnanti che oggi entrano nel mondo della scuola desidero dire: non smarrite mai la passione che vi ha spinto verso questa professione. Insegnare non è semplicemente trasmettere nozioni o completare un programma ministeriale, ma è un atto di profonda cura e responsabilità umana. Siate per loro guide pazienti, punti di riferimento autorevoli ma empatici, e non stancatevi mai di imparare, a vostra volta, dai ragazzi che vi siederanno davanti.

Agli studenti, che sono il cuore pulsante e il futuro del nostro Paese, voglio lasciare un messaggio di fiducia e coraggio: siate curiosi, siate critici e non abbiate paura di sbagliare. La scuola non è una gara, ma uno spazio di crescita e di libertà.

Usate questi anni per scoprire chi siete, per costruire il vostro pensiero autonomo e per coltivare la solidarietà verso i vostri compagni. Voi non rappresentate solo il domani: siete il presente che già oggi ha la forza di cambiare le cose. Difendete il vostro diritto allo studio e alla felicità.

La mia esperienza professionale si conclude qui, ma il mio sostegno alla scuola e alle nuove generazioni continuerà sempre, sotto altre forme, perché investire sui giovani significa investire sull’umanità stessa.