Dinanzi alla parabola di Donald Trump, Arendt non si limiterebbe a parlare di menzogna. Vi scorgerebbe, con ogni probabilità, una crisi ben più profonda: la dissoluzione progressiva di un mondo comune
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Hannah Arendt
Il 25 aprile non si lascia avvicinare come una ricorrenza qualunque, porta con sé una densità quasi insopportabile, come se ogni parola rischiasse di tradirne il nucleo più vivo. Se Hannah Arendt fosse viva nel 2026, non comincerebbe dalla memoria, ma da una inquietudine più radicale: quella che nasce quando il passato smette di essere rifugio e torna a farsi domanda, quando ciò che crediamo acquisito si incrina sotto il peso del presente.
Non le sfuggirebbe, in primo luogo, la metamorfosi del linguaggio pubblico, divenuto opaco, scivoloso, talora apertamente refrattario alla realtà dei fatti. Già nelle sue riflessioni sulla menzogna in politica, Arendt aveva intravisto come la verità potesse essere corrosa non tanto dalla propaganda in senso classico, quanto da una più radicale disaffezione nei confronti del reale. Dinanzi alla parabola di Donald Trump – figura che ha segnato la nostra epoca proprio per la sua disinvoltura nel manipolare i fatti, nel piegare il discorso pubblico a una logica performativa, spettacolare e vergognosamente teatrale – Arendt non si limiterebbe a parlare di menzogna. Vi scorgerebbe, con ogni probabilità, una crisi ben più profonda: la dissoluzione progressiva di un mondo comune.
Per Arendt, infatti, la politica nasce unicamente laddove si costituisce uno spazio condiviso, un ambito in cui gli uomini possano incontrarsi, esporsi, riconoscere – pur nella divergenza irriducibile delle opinioni – la consistenza dei fatti. Quando tale spazio si sfalda, ciò che sopravvive non è soltanto il conflitto, ma una forma di solitudine collettiva, una dispersione degli individui in narrazioni reciprocamente impermeabili. È in questo punto che il 25 aprile, nella sua genesi storica, riacquista una forza inattesa: non come mito consolatorio, ma come momento in cui un mondo comune, devastato dalla violenza e dalla menzogna totalitaria, venne faticosamente restituito alla pluralità umana.
Tuttavia, Arendt, aliena da ogni facile analogia, rifuggirebbe da parallelismi sommari. Non viviamo, direbbe, sotto regimi totalitari nel senso rigoroso del termine; e nondimeno assistiamo a una lenta, quasi impercettibile disgregazione delle condizioni che rendono possibile la libertà politica. La polarizzazione esasperata, la riduzione della sfera pubblica a palcoscenico, l’erosione silenziosa delle istituzioni: fenomeni che, pur non coincidenti con il totalitarismo storico, ne prefigurano, per così dire, il clima spirituale, il terreno psicologico.
In tale orizzonte, la figura di Trump apparirebbe ad Arendt meno come un’anomalia e più come un sintomo rivelatore. Non tanto la causa di una degenerazione, quanto la sua epifania più vistosa: il prodotto di una società in cui la distinzione tra vero e falso ha cessato di esercitare un vincolo cogente, e in cui la responsabilità individuale si dissolve nella comoda opacità dell’appartenenza. Qui tornerebbe a vibrare, inevitabile, la sua celebre nozione di “banalità del male” come ammonimento circa quella forma di irresponsabilità diffusa che sorge quando gli individui rinunciano all’esercizio del pensiero, del giudizio, della coscienza critica.
Che cosa direbbe, allora, del 25 aprile? Ne coglierebbe forse il rischio più sottile e, proprio per questo, più insidioso: quello di degradarsi a rituale identitario, a gesto reiterato e privo di autentica interrogazione. La memoria, per Arendt, non è mai un deposito inerte, né un archivio pacificato; è, piuttosto, un’attività vigile, inquieta, incessantemente critica. Celebrare la Liberazione senza sottoporre a scrutinio le condizioni presenti della libertà equivarrebbe, per lei, a tradirne l’intima verità.
E proprio là dove il discorso sembra arrestarsi, si apre una fenditura più profonda, quasi dolorosa. Perché se è vero che ogni inizio reca in sé la promessa del nuovo, è altrettanto vero che ogni promessa può spegnersi nell’indifferenza, nel torpore, nella stanchezza del pensare. E allora il 25 aprile, oggi, non è più soltanto una data: è una ferita che non ha cessato di sanguinare, un nome che trema sulle labbra di chi ancora cerca, ostinatamente, un senso nel disordine del mondo.
Forse Arendt, con quella sua sobria intransigenza, non concederebbe consolazioni. Guarderebbe a noi – alla nostra esitazione, al nostro smarrimento – come si guarda a una possibilità ancora aperta e tuttavia già compromessa. E ci chiederebbe, senza alzare la voce, ma con una durezza quasi insostenibile: se siamo ancora capaci di abitare la libertà senza ridurla a parola vuota, se siamo disposti a sopportarne il peso, la vertigine, la solitudine.
Perché la libertà, allora come oggi, non è mai un possesso: è un esilio. È il luogo in cui nulla ci garantisce, in cui ogni gesto ci espone, in cui ogni parola può salvarci o perderci. E nel silenzio che segue le celebrazioni, quando le piazze si svuotano e resta soltanto un’eco lontana, il 25 aprile ritorna a essere ciò che forse è sempre stato: una domanda senza risposta, una soglia tremante tra ciò che siamo stati e ciò che, forse, non sapremo più essere.

