Don Coluccia sfida un boss a Pianura, la sindaca di Termini Imerese nega il patrocinio a un concerto. Due gesti diversi, una stessa battaglia: smontare il prestigio delle mafie e spezzare il meccanismo culturale che trasforma i criminali in modelli da ammirare
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La tonaca, un megafono e una voce che squarcia l’opprimente silenzio che, ormai da tempo, alberga nei vicoli di Pianura.
Così, pochi giorni fa, don Antonio Coluccia ha temporaneamente lasciato i palazzi di Tor Bella Monaca e Quarticciolo per sfidare il boss emergente della periferia est di Napoli, urlandogli: “Sei un vigliacco”. Una frase che ha spiazzato i tanti residenti affacciati sulla piazzetta, illuminata dai lampeggianti blu della scorta del sacerdote.
Nelle stesse ore, a Termini Imerese, in provincia di Palermo, la sindaca Maria Terranova, ha utilizzato la penna per apporre la sua firma e lanciare un messaggio non meno eloquente: negare l’autorizzazione e il patrocinio del Comune siciliano per il concerto in piazza del cantante neomelodico Mauro Nardi, che ha raccontato, in passato, di aver partecipato alle feste organizzate da esponenti di Cosa Nostra e dei Casamonica.
Il consenso, l’altra forza delle mafie
Due gesti apparentemente diversi tra loro, ma accomunati dalla necessità di contrastare quello storico bisogno delle mafie di ottenere consenso, riconoscimento, prestigio. Un’esigenza che può concretizzarsi attraverso le esibizioni di artisti che ne esaltano sfarzo e carisma, tanto quanto nella pretesa che un boss mafioso venga percepito dalla popolazione come persona non solo temuta e rispettata, ma potente e generosa. Un modello positivo da ammirare. Quello che, nel gergo del linguaggio criminale, si definisce “rispetto”, ma che di fatto genera solo dalla paura.
È proprio l’ammirazione per le mafie la questione di fondo che si pone nel momento in cui sacche di cittadinanza abbandonano il timore per ciò che il crimine è in grado di compiere e finiscono per esaltare solo quel che appare.
La vicenda del cantante melodico Mauro Nardi è emblematica. «Li tratto con il cuore perché mi pagano, mi coccolano: c’è un rapporto di grande affetto e stima», aveva dichiarato riguardo ai Casamonica, ricordando di aver cantato anche davanti ad esponenti della cupola di Cosa nostra che «impazzivano» quando arrivava lui. La reazione della sindaca Maria Terranova è stata veemente: «Noi siamo la Sicilia di Falcone e Borsellino e di chi ha sacrificato la propria vita per contrastare la mafia». La replica di Nardi, che ha rimarcato la sua distanza da ambienti criminali spiegando di aver cantato solo l’amore e i sentimenti, non ha fatto cambiare idea alla sindaca.
Su un aspetto Nardi ha certamente ragione: aver cantato a delle feste nelle quali vi erano esponenti del crimine organizzato non fa di lui una persona vicina agli ambienti mafiosi. Ha svolto il suo lavoro e, per questo, è stato pagato. Scelta opinabile per il contesto, ma che non può, di per sé, essere considerata sintomo di appartenenza.
Il problema, tuttavia, è come quegli impegni professionali vengono raccontati e che immagine ne venga fuori. La sua descrizione travalicava la semplice narrazione dei fatti, dando l’idea di un rapporto di familiarità e gratitudine.
È altamente probabile che le intenzioni di Nardi fossero diverse, ma il risultato è stato quello di legittimare socialmente boss mafiosi, mostrandoli quasi come generosi e amichevoli. Nardi, dunque, con le sue parole ha involontariamente “normalizzato” un ambiente criminale.
La neutralità non è “innocente”
Ciò significa che l’artista condivide valori ed interessi delle persone per cui ha cantato? Certamente no, ma rende legittimamente criticabili le sue dichiarazioni così come è condivisibile la scelta della sindaca di ritirare il patrocinio del Comune. Una presa di posizione non meramente formale, ma una vera assunzione di responsabilità pubblica.
L’amministrazione comunale, del resto, non si limita ad organizzare eventi: rappresenta la comunità e i valori nei quali essa si riconosce. E se un evento può essere interpretato come occasione per “normalizzare” ambienti legati alla criminalità, soprattutto in contesti difficili come quelli nei quali Maria Terranova opera, allora la scelta non è solo questione di opportunità, ma diviene anche simbolica di un certo modo d’intendere la vita pubblica.
Un concetto va espresso con chiarezza: quando di mezzo ci sono le mafie, la neutralità non è ammessa. In tal senso, finanche la concessione di uno spazio pubblico o di un patrocinio può diventare un segnale ambiguo.
Così, mentre a Termini Imerese la politica locale decide di non rimanere neutrale, a Pianura accade che un prete rovesci completamente la narrazione dominante del boss che incute timore e pretende rispetto. Don Coluccia, armato solo di megafono, arriva in piazza e dà del “vigliacco” al nuovo capo. È un gesto simbolico, ma quasi blasfemo nella grammatica della Camorra.
Il sacerdote decide di sovvertire la gerarchia morale e demitizza la figura del vertice emergente del clan. Lo sfida sullo stesso terreno grazie al quale il giovane boss ha scalato le posizioni arrivando a quella apicale. L’uomo che vorrebbe essere ammirato da tutti come invincibile e potente si ritrova improvvisamente contestato all’interno del suo stesso territorio. La sua immagine si offusca davanti a coloro che dovrebbero obbedirgli.
E forse proprio a loro si rivolge don Coluccia: non siete obbligati a portare “rispetto” e sottostare al potere camorristico. Tutto questo non è inevitabile.
Da una parte, dunque, Maria Terranova e la sua presa di posizione che rivendica la volontà delle amministrazioni locali di riprendersi spazi di legittimazione pubblica. Dall’altra c’è la sfida di don Coluccia che rompe il silenzio e tenta di restituire spazio a coloro che vivono sotto la pressione intimidatoria della Camorra.
Una decisione amministrativa e una presenza fisica. Due modi diversi per affermare che le comunità non sono più disposte a tollerare senza reagire.
Il rischio, tuttavia, è quello di un’indignazione “a tempo determinato”. Denunciare a parole, ma subire il fascino attraverso i fatti e le immagini. Anche solo mediante il “consumo silenzioso”.
Ecco perché le vicende di questi giorni devono interrogarci profondamente su quel doppio standard che spesso finisce per essere la soluzione più comoda: indignarsi per le dichiarazioni di un cantante ma non per l’immaginario che lo circonda.
Dalla denuncia alla responsabilità culturale
È qui che vengono in gioco le istituzioni nazionali. Dalla protesta occorre passare alla proposta politica e culturale. Occorre costruire percorsi attraverso cui i giovani possano prendere coscienza che, nonostante le rappresentazioni artistiche e cinematografiche, il boss non è colui che ha tutto e ottiene obbedienza. Non è colui che, dominando con la violenza, ottiene successo.
Idee simili attecchiscono se si va oltre le commemorazioni delle vittime e i discorsi solenni. Serve coerenza nelle scelte quotidiane, occorrono investimenti ingenti in istruzione, lavoro, sicurezza. Occorre fornire opportunità ai giovani che nascono e crescono nei territori di frontiera più esposti alla criminalità organizzata.
Smettiamola di misurare il successo dell’antimafia solo da presenze e nomi che si pronunciano nelle occasioni pubbliche. Iniziamo a lavorare affinché il denaro dei corrotti e quello sporco di sangue non sia più sinonimo di successo.
La sconfitta delle mafie inizia anche, e soprattutto, da qui.

