Un pollice blu rivolto verso l’alto. L’emoji della faccina che ride fino alle lacrime, piazzata proprio sotto la fotografia sgranata di un venticinquenne morto.

A scorrere la scia di bava digitale lasciata sotto le notizie che arrivano da Cosenza, la prima reazione non è lo sdegno, ma è un senso di nausea fisica. «Uno in meno da mantenere», scrive un utente con la foto profilo del gatto di casa. «Invece di piangere in TV, la madre doveva accudirlo a casa sua», gli fa eco un altro, convinto che la disperazione di una donna analfabeto-funzionale sia solo una sceneggiata per spillare sussidi. Poi arriva immancabile il riflesso condizionato della guerra tra disperati: «E per gli italiani poveri chi ci pensa?». È la gogna ordinaria delle nostre bacheche, una discarica a cielo aperto dove l'umanità viene scuoiata un commento alla volta.

Non siamo di fronte a un'improvvisa mutazione genetica degli italiani. Chi ha passato la vita a registrare le voci della strada, a piantare il cavalletto nei quartieri dove l'asfalto finisce e cominciano le erbacce, sa bene che la cattiveria da bar è sempre esistita. Solo che prima si fermava al bancone, sfogata tra un bianchetto e una giocata di scehdina, arginata dal pudore della presenza fisica. Oggi no. Oggi quel veleno viene distillato, normalizzato, persino premiazzato dagli algoritmi.

C’è un legame diretto, quasi scientifico, tra questa disumanità da tastiera e la retorica pubblica che ha saturato il Paese negli ultimi anni. Quando la politica di palazzo trasforma la marginalità sociale in una colpa e la povertà in una minaccia all'ordine pubblico, il linguaggio della gente comune si adegua con precisione chirurgica. Se per mesi ascolti dai banchi del governo o dai salotti televisivi che chi sbarca è un "invasore che rompe il cazzo", che l'accoglienza è un "business", che lo Stato spende troppo per gli ultimi e troppo poco per i "nostri", il risultato è servito. Il cittadino medio si sente autorizzato, persino investito di un dovere patriottico, a calpestare il cadavere di un ragazzo tunisino.

La dinamica è spietata. Si parte dall'alto con la depenalizzazione morale dell'odio. Si fa passare l'idea che la compassione sia una debolezza da intellettuali con il portafoglio pieno, una fisima da radical chic che non conoscono il degrado delle periferie. Il linguaggio delle istituzioni si fa duro, legnoso, muscolare. Si parla di numeri, di espulsioni, di decoro urbano, mai di corpi, mai di sofferenza, mai di malattie mentali che divorano la carne dei ragazzi soli. A quel punto la pancia del Paese recepisce il messaggio e lo traduce nel proprio dialetto: il disprezzo puro.

È una catena di montaggio perfetto. La politica crea il nemico di scorta, i giornali d'ordinanza soffiano sul fuoco per racimolare due click in più, e la sezione commenti diventa l'esecuzione pubblica. Il paradosso è che chi scrive "se ne tornasse al paese suo" sotto la notizia di un suicidio è spesso la stessa persona che la domenica mattina va in chiesa o si commuove per il cane abbandonato in autostrada. La deumanizzazione serve a questo. Serve esattamente a disattivare l'empatia. Se riesco a convincermi che quel ragazzo di venticinque anni non era un essere umano completo, ma un "clandestino", un "peso sociale", un "soggetto problematico", allora la sua morte non mi riguarda. La sua tragedia non mi toglie il sonno.

In questo clima, la richiesta d'aiuto di una madre inascoltata dalle ASL non è più una falla del sistema sanitario che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi amministratore locale. Diventa, invece, una pretesa intollerabile. Un'ingerenza.

Alla fine il cerchio si chiude dove era iniziato, davanti a uno schermo luminoso che proietta l'immagine di quell'ennesima vita spezzata a margine di una strada di Cosenza. Possiamo continuare a raccontarci che i social network sono uno specchio deformante, un brutto sogno da cui ci si sveglia spegnendo il telefono. Sarebbe l'ennesima bugia consolatoria. Quelli che sghignazzano sotto la foto di un ragazzo morto non sono alieni sbarcati da un altro pianeta: sono i nostri vicini di pianerottolo, i colleghi d'ufficio, le persone che incrociamo la mattina al panificio. Il vero disastro non è la burocrazia che ha lasciato morire questo ragazzo. È la facilità con cui ci siamo abituati a guardare il suo cadavere e a fare scroll verso il basso per passare alla notizia successiva.

*Documentarista