C’è una narrazione patinata che racconta di una sanità in costante evoluzione, fatta di nastri tagliati di fresco, inaugurazioni e proclami trionfalistici sui social media.

E poi c’è la realtà drammatica e quotidiana di chi la sanità in Calabria la vive sulla propria pelle, da paziente o da operatore.

Un sistema complesso e sfilacciato che riesce a mantenersi in un precario equilibrio solo grazie a un fattore umano straordinario.

Medici, infermieri e personale sanitario che, con spirito di abnegazione, senso del dovere e profonda umanità, suppliscono ogni giorno alle colpevoli mancanze della macchina burocratica e politica.

Se la narrazione pubblica si concentra sulle grandiosi premesse di riforma, la vita reale negli ospedali e nei presidi della regione racconta tutt’altro.

Ci si imbatte così in incongruenze sconcertanti, dove l’apparenza batte regolarmente la sostanza.

Se la carenza dei grandi macchinari fa notizia, esiste una galassia di disservizi invisibili che non finiscono quasi mai nelle prime pagine dei giornali né nei post celebrativi delle istituzioni, ma che erodono lentamente la dignità dei pazienti e il morale del personale.

Uno degli aspetti più emblematici riguarda la qualità e la gestione della degenza quotidiana, a partire dalla nutrizione.

Un sistema sanitario che distribuisce ai pazienti pasti preconfezionati prodotti persino due o tre giorni prima della somministrazione dimostra un disinteresse profondo per l'aspetto umano ed emodinamico della cura. Il cibo, in un contesto ospedaliero, non è un semplice adempimento amministrativo, ma parte integrante del processo terapeutico e di riabilitazione. Affidarsi a logiche di risparmio o a filiere distributive prive di verifica sul campo significa declassare il malato a mero numero di matricola da sostentare al minimo costo possibile.

Ancora più gravi e insidiosi sono i disservizi invisibili che minacciano la sicurezza clinica a porte chiuse. Nei punti nascita di diverse strutture regionali si continua a convivere con l'assenza o l'inadeguatezza delle emoteche, un fattore di rischio enorme in caso di emergenze emorragiche post-partum.

È una roulette russa silenziosa, dove la vita di madri e neonati dipende esclusivamente dalla prontezza del personale nell'improvvisare soluzioni d'emergenza.

Allo stesso modo, la cronica carenza di radiologi rende l'accesso a una TAC un terno al lotto, l'impossibilità di diagnosticare tempestivamente un'ischemia, un trauma o una patologia acuta trasforma il fattore tempo — decisivo in medicina d'urgenza — in un'attesa estenuante, svelando come intere reti di diagnostica siano di fatto scatole vuote prive del personale necessario per farle funzionare.

I medici e gli infermieri calabresi vengono lasciati sistematicamente a combattere a mani nude.

Devono fare i conti con turni stremanti, macchinari obsoleti o inutilizzati per mancanza di tecnici, e un isolamento istituzionale che ferisce più della stanchezza fisica. Di fronte a questo quadro, la politica continua a preferire le passerelle ufficiali e la comunicazione patinata. Ma la sanità non si governa con i comunicati stampa. C'è un bisogno urgente e indifferibile che chi gestisce la cosa pubblica esca dai palazzi e dalle carovane elettorali per fare veri sopralluoghi, di notte, senza preavviso, senza telecamere, senza fotografi al seguito e senza dirette streaming.

Solo immergendosi nel buio e nel silenzio delle corsie notturne, tocchi con mano la fatica di un medico rimasto solo a coprire un intero reparto o ascoltando i timori di chi attende da ore un esame salvavita, la politica potrà comprendere la reale portata del disastro.

Continuare a ignorare questi disservizi invisibili e a far leva esclusivamente sul sacrificio personale del personale sanitario significa condannare definitivamente la regione al baratro.

La politica ha il dovere di svegliarsi, e lo faccia in fretta, prima che non ci sia più nulla da salvare.