Quando la premier ha deciso di piantare la propria bandiera sul terreno scivoloso del referendum, ha commesso l’errore più vecchio della Seconda Repubblica. Il No è un rifiuto netto alla politica che non sa più dialogare né parlare della vita vera
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C’è un silenzio innaturale che sale dai corridoi del potere mentre le proiezioni si cristallizzano sullo schermo. Non è il silenzio della riflessione, ma quello dello sconcerto. Al cinquantottesimo piano di un’affluenza che nessuno aveva osato pronosticare, la riforma della giustizia smette di essere un fascicolo di tecnicismi procedurali e diventa un’arma impropria. Giorgia Meloni cercava il plebiscito, ha trovato uno specchio. E quello che vi vede riflesso non è il volto di un Paese che brama la separazione delle carriere, ma quello di un corpo elettorale che ha risposto a una chiamata alle armi con la stessa moneta. La politica ha mangiato il diritto. Lo ha masticato lentamente, tra un comizio e un post sui social, fino a sputarne fuori un risultato che parla di tutto, tranne che di magistratura.
Il peccato originale, a mio avviso, risiede in quella vertigine da palcoscenico che spinge ogni leader a personalizzare il destino della nazione. Quando la premier ha deciso di piantare la propria bandiera sul terreno scivoloso del referendum, ha commesso l’errore più vecchio della Seconda Repubblica. Ha trasformato un quesito sulla struttura dello Stato in un “dentro o fuori” sulla propria persona. È la trappola del consenso istantaneo. Funziona finché il vento soffia alle spalle, ma diventa una cella senza via d’uscita quando l’elettore capisce che quel voto è l’unico modo per dare uno schiaffo al manovratore. Il No che ora avanza, quel 54% che suona come una campana a morto per i sogni di gloria di via Arenula, non è un voto di conservazione giuridica. È una reazione allergica. Il cittadino medio non sa distinguere una sezione disciplinare del CSM da una commissione d’esame, ma sa distinguere benissimo quando gli viene chiesto di scegliere una fazione. E allora risponde politicamente a una provocazione politica. Il referendum è diventato il termometro di una febbre di governo, un test di tenuta che ha trasformato le urne in un ufficio di reclutamento per opposizioni fino a ieri ectoplasmatiche.
Si è voluto costruire il nuovo tempio della giustizia usando come fondamenta lo scontro frontale. Un’idea bizzarra, quasi perversa, di ingegneria costituzionale. Non si riforma un potere dello Stato dichiarandogli guerra ogni lunedì mattina. Eppure, abbiamo assistito a mesi di una narrazione brutale, dove la magistratura è stata dipinta come una casta di burocrati ideologizzati, una “famiglia nel bosco” da sfoltire con l'accetta del voto popolare. Questa retorica della vendetta ha prodotto un corto circuito letale. Perché il cittadino, anche il più scettico verso le toghe, nutre un timore ancestrale verso il potere assoluto. Se mi dici che vuoi “limitare lo strapotere dei giudici”, io sento l'odore del disequilibrio. Vedo i pesi e i contrappesi della democrazia che scricchiolano sotto il peso di una maggioranza che vuole comandare, non governare.
La mediazione è stata sacrificata sull'altare della coerenza muscolare. Invece di cercare una sintesi alta, un compromesso che rendesse la separazione delle carriere un’evoluzione logica del processo accusatorio, si è scelto di farne una clava. Lo scontro tra due poteri costituzionalmente costituiti - lo sottolinea Franco Laratta durante la diretta del nostro Network - non produce mai riforme durature, ma produce macerie. La magistratura si è arroccata, il governo ha caricato a testa bassa e il Paese è rimasto a guardare questo scontro tra titani con una diffidenza che alla fine si è tradotta in un rifiuto netto. Non si riscrive la Carta contro qualcuno. La Costituzione è un abito che deve vestire tutti, non una divisa da imporre agli sconfitti.
Adesso, forse, resta il fumo delle macerie e una conta dei danni che rischia di paralizzare l'azione dell'esecutivo per i mesi a venire. La scommessa di Giorgia Meloni si è trasformata in un boomerang dal peso specifico enorme. Aveva chiesto agli italiani se volevano cambiare l'Italia, le hanno risposto che, forse, volevano solo cambiare il copione di questo scontro infinito. Il No che vince è un No al metodo, prima ancora che al merito. È il rifiuto di una politica che non sa più dialogare se non attraverso il conflitto, che non sa più costruire se non individuando un nemico da abbattere. Resta da capire se, tra i corridoi di Palazzo Chigi, qualcuno avrà l'umiltà di leggere questi dati per quello che sono: non un sabotaggio dei soliti noti, ma un segnale di saturazione da parte di un elettorato che ha capito il trucco. E che, alla fine, ha deciso di non farsi fregare. La giustizia può aspettare, la democrazia invece ha fretta di ritrovare il suo equilibrio. O forse, più semplicemente, la gente ha solo voglia di tornare a parlare di vita vera, stanca di assistere a una partita a scacchi dove i pedoni siamo noi e i re giocano a fare i condottieri.
*Documentarista



