La montagna non ha memoria, ma conserva tutto. La scocca del Tecnam P2008 ritrovata qualche ora fa in località Laghicello, tra le creste boscose di Fuscaldo e San Benedetto Ullano, è soltanto l'ultima tessera di un mosaico tragico. L'aereo, partito dalla Sicilia e diretto a Sibari con a bordo due avvocati, si è piantato nella macchia mediterranea fagocitato dalle nubi basse, trasformando un volo estivo nell'ennesima carcassa inghiottita dall'entroterra. In Calabria i disastri aerei non appartengono alla cronaca rosa dei rotocalchi e nemmeno alla semplice statistica aviatoria, ma diventano materia vegetale, scheletri d'alluminio su cui il muschio cresce rapido.

Per capire perché questo territorio sia un cimitero d'alta quota bisogna rinunciare alle rotte rettilinee dei radar e guardare l'orografia spietata di questa penisola stretta tra due mari. Sila, Aspromonte, Pollino, Catena Costiera e Serre non sono mere quinte scenografiche. Sono muraglie rocciose che, in alcuni casi, superano i duemila metri, tagliate da fiumare profonde capaci di generare correnti ascensionali violente come strappate di cavo metallico. Mi raccontava una volta un pilota di ultraleggeri, che quando la nebbia sale dal Tirreno e incontra il vento del versante Ionico, il margine tra la vita e la roccia si annulla in tre secondi.

La sequenza dei disastri attraversa la storia d'Italia incrociando geopolitica, emergenze civili e fatalità del volo privato. Il caso più oscuro resta quello del caccia MiG-23MS dell'Aeronautica militare libica. Il 18 luglio 1980 le autorità rinvengono il velivolo sui crinali di Castelsilano, in località Timpa della Magara.

La versione di Stato attribuisce la caduta a un malore del pilota, e al successivo esaurimento del carburante. Ma le perizie sul cadavere in decomposizione e le magistrali inchieste sulla Strage di Ustica portano dritto alla notte del 27 giugno 1980. Quel caccia caduto nella Sila Piccola si trasforma nell'enigma centrale di uno scontro aereo nei cieli del Mediterraneo, lasciando sui pini calabresi l'impronta indelebile della Guerra Fredda. Noi de LaC ci abbiamo dedicato un podcast.

Tre anni prima, nell'ottobre del 1977, l'orografia calabrese aveva già presentato il conto alle istituzioni. Sul Monte Covello, sopra Girifalco, l'elicottero Agusta-Bell AB 205 dei Carabinieri vola cieco dentro una morsa di pioggia e nebbia fitta durante una ricognizione ad alta quota. Lo schianto contro la roccia uccide sei uomini in un istante. Tra loro c'è il Comandante Generale dell'Arma, il generale Enrico Mino. La montagna non rispetta le stellette né i gradi militari.

E se il cielo tradisce i vertici dello Stato, non risparmia chi per mestiere combatte per salvare la terra dai roghi. Nell'ottobre del 2022, sulle pendici di Monte Calvello a Lamezia Terme, il Canadair CL-415 impegnato nello spegnimento di un devastante incendio boschivo urta il crinale roccioso subito dopo un lancio d'acqua. L'aereo esplode all'impatto, spezzando la vita dei due piloti, Matteo Pozzoli e Roberto Vargas. Due anni dopo, nel luglio del 2024, la pista dell'aeroporto di Reggio Calabria assiste al drammatico ribaltamento del Sikorsky S-64F "Geronimo", la gru volante dei Vigili del Fuoco tradita da un'avaria meccanica al rientro da un ciclo estenuante di lanci nella Locride.

C'è poi la lunga scia dei voli turistici e dell'aviazione generale, una contabilità dolorosa fatta di impatti contro i costoni per perdita di orientamento visivo. Nel marzo del 2012 un Piper PA-28 da turismo si schianta a duemila metri di quota sulle pareti scoscese di Serra del Prete, nel massiccio del Pollino, intrappolato dalle nubi basse mentre viaggia verso la Sicilia, facendo registrare tre vittime. Nel maggio del 2018 un Aermacchi SF-260 precipita sul valico di San Sosti, inghiottito improvvisamente dai banchi di nebbia che chiudono la via verso la Piana di Sibari, uccidendo i due occupanti. Nell'agosto del 2020 un ultraleggero perde potenza appena staccate le ruote dall'aviosuperficie di Cassano Ionio e finisce in fiamme tra i campi.

Dalle pendici del Pollino alle gole dell'Aspromonte, passando per la Sila e il Cosentino, la storia aviatoria della Calabria racconta un'unica verità spietata. Chi pretese di sorvolare questa terra senza capirne i venti e i fantasmi ha scoperto a sue spese che qui la tecnologia cede di schianto di fronte alla forza arcaica del territorio. E il bosco di Laghicello, con la sua carcassa ancora calda di cronaca, sta lì a ricordare, probabilmente, che la lezione non è mai stata imparata del tutto.

*Documentarista