Il dirigente del Mef e la sua famiglia sono originari di Maida. Il figlio Antonio sta meglio ma il ricordo di quella notte rimarrà per sempre: «Ho tirato fuori ragazzi con le mie mani. Risarcimenti ridicoli, l’Italia stia al nostro fianco»
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È l’1.31 della notte di Capodanno quando sul telefono di Tommaso Lucia compare un messaggio che gli cambia la vita: «Vieni papà che sto bruciando». A scriverlo è Antonio, 16 anni, intrappolato nell’incendio del locale Le Constellation di Crans-Montana. Un rogo devastante che uccide 40 ragazzi e lascia 116 feriti. Antonio si salva per miracolo. Dopo le prime cure a Losanna, ha lasciato nei giorni scorsi il reparto Grandi Ustionati dell’ospedale Niguarda di Milano: buona notizia, anche se il percorso di recupero sarà ancora lungo.
Il padre, dirigente della Ragioneria generale dello Stato, calabrese originario di Maida, nel Catanzarese, ripercorre quella notte drammatica e spiega al Corriere della Sera perché, oltre alla battaglia per la guarigione del figlio, oggi chiede verità e giustizia.
Quando legge il messaggio, Lucia non esita. «Lo leggo e corro al locale. Antonio stava scappando investito dalle fiamme ed era caduto, ma per fortuna un buttafuori lo ha lanciato al piano di sopra. Qualcuno lo aveva già tirato fuori. Aveva il viso annerito, le mani bruciate ed era senza una scarpa a un piede. La pelle del volto e delle mani già gli si staccava». Nonostante il caos e il fumo, l’uomo rientra nel locale: manca all’appello Filippo, un amico del figlio, “per noi come un nipote”. «Per cercare Filippo. Scendo nel locale pieno di fumo, non lo vedo e allora nel caos tiro fuori tre o quattro ragazzi. Poi arrivano i vigili del fuoco che mi costringono a uscire. In quel pandemonio Filippo era già stato tirato fuori».
Le prime cure avvengono a Losanna, dove Antonio e Filippo vengono portati grazie all’aiuto di alcuni vicini. «Sono stati assistiti magnificamente, intubati e attaccati alle macchine di supporto vitale ma mantenuti vigili». Successivamente arriva il trasferimento a Milano, in elicottero. «Avevano ancora una maschera di bende con vitamine che trasudava sangue. Al Niguarda le bende sono state tolte, sono stati curati con trapianti di pelle e protocolli specifici. Vogliamo ringraziare di cuore i medici».
In queste settimane la famiglia ha sentito la vicinanza delle istituzioni. «Sì. La premier Meloni è venuta in visita privata, così il presidente della Regione Fontana, il sindaco Sala e il ministro della Salute Schillaci. Ci ha fatto molto piacere, ne siamo grati». Crans-Montana, spiega Lucia, era stata una scelta di vita: una casa in un luogo diverso, internazionale, dove far crescere i figli. «Tramite amici abbiamo conosciuto Crans e abbiamo preso un’unità. Subito i nostri figli si sono creati una compagnia con ragazzi di Milano, di Roma e di altri Paesi». Alla festa di Capodanno, però, il padre non era favorevole. «Non ero favorevole, ma tutto il gruppo di mio figlio, che era con l’amico Filippo Grassi, era orientato su quella festa. Avevo visto il locale, ma non pensavo che sarebbe stato riempito come un uovo».
Ora, mentre Antonio lotta per tornare alla normalità, inizia un’altra battaglia. «Proprio così. Troppo pochi i controlli e la legislazione non è come la nostra, dove esistono i Nas, l’Ispettorato del lavoro e altre figure addette a verifiche specifiche, così come il fatto che l’ingegnere che dirige i lavori ha una responsabilità penale. Tante cose vanno chiarite». I punti oscuri, secondo Lucia, sono molti: «È vero o no, come si sussurra, che le mura del locale siano della vicesindaca? Va chiarito il tema dell’uscita di sicurezza chiusa, la mancanza degli sprinkler, i camerieri mascherati, l’uso della spugna incendiabile sui soffitti», spiega al Corriere della Sera.
Dubbi anche sul ruolo di Jacques Moretti. «L’impressione è che fosse una testa di legno, uno che amministrava soldi per conto di qualcuno. Per questo, oltre che da un legale italiano, saremo seguiti da un avvocato svizzero». C’è poi il nodo dei risarcimenti, che il padre definisce inaccettabile: «Assolutamente. Per la legge svizzera la vita di un adolescente vale 150mila franchi perché non produce reddito. Per noi parenti delle vittime è uno scandalo. Il presidente Mattarella e il governo Meloni devono intervenire con forza. Governo e opposizione devono attivarsi affinché sia messo in moto anche il Fondo risarcimento vittime italiane all’estero, oltre ai Fondi speciali e ai Fondi globali del Mef».
In Antonio, oggi, resta qualcosa che va oltre le ferite. «La consapevolezza che la vita gli ha offerto una seconda chance, importantissima. Starà a lui saperla valorizzare al meglio, per sé e per gli altri».
La solidarietà dell’amministrazione di Maida
Per la famiglia Lucia, nelle scorse ore, è arrivato il pensiero dell’amministrazione comunale di Maida che «esprime solidarietà e vicinanza al giovanissimo Antonio e alla sua famiglia, al papà Tommaso e alla mamma Ilaria. L’augurio è di vedere presto la loro famiglia di nuovo unita nella loro casa, Antonio sereno e felice con i suoi cari. Un saluto affettuoso da parte di tutta la comunità maidese alla famiglia Lucia, nostri concittadini, in particolare a nonno Antonio e nonna Lucrezia. Uniamo la nostra voce all’appello che Tommaso fa attraverso l’intervista al Corriere della Sera, affinché lo Stato Italiano continui a stare in tutti i modi accanto alle famiglie dei ragazzi feriti e dei ragazzi che non ci sono più. Non bisogna lasciarli soli fino a quando non verrà fatta giustizia e verranno individuati in maniera inequivocabile i colpevoli che dovranno ricevere la giusta e dura punizione. Un grande augurio di una completa guarigione e un grande incoraggiamento al giovane Antonio che speriamo di vedere presto anche a Maida, nel paese delle sue origini, dove suo papà e la sua famiglia sappiamo essere in questo momento nel cuore e nelle preghiere di molti nostri concittadini».

