C’è un filo invisibile ma indissolubile che lega la pratica del cinema d’osservazione alla trasmissione del suo metodo. Non si tratta di impartire nozioni tecniche da una cattedra, né di esibire una poetica come fosse un campionario di buone intenzioni estetizzanti. Quando Michelangelo Frammartino torna nei luoghi della formazione e della riflessione universitaria, come è accaduto all’Università della Calabria per la masterclass “Le forme dell’accadere”, il senso dell’operazione travalica la semplice didattica. Si trasforma, piuttosto, in un corpo a corpo pubblico con le questioni fondative dell’atto di guardare. Cosa significa posizionare una macchina da presa di fronte al reale? Quale responsabilità comporta registrare la durata delle cose senza la pretesa di dominarle?

Per comprendere appieno la portata del suo cinema, occorre spogliare l'opera di Frammartino da quella patina di estetismo contemplativo o di edulcorata poesia della natura che molta critica di superficie tende ad applicargli addosso. Non c’è nulla di idilliaco nel suo sguardo, né c’è spazio per la retorica della memoria o del rimpianto nostrano. C’è, al contrario, un rigore etico e formale che si traduce in una precisa scelta di campo che è il rifiuto radicale dell’antropocentrismo e la restituita centralità alla materia.

In un’epoca saturata dal rumore di fondo, dalle narrazioni strillate e dal bisogno nevrotico di spiegare tutto attraverso la parola, Frammartino opera per sottrazione. Nei suoi film i dialoghi scompaiono, la voce narrante viene deliberatamente azzerata. Resta il suono. Non un semplice commento acustico o un tappeto sonoro orchestrato per guidare le emozioni dello spettatore, ma il paesaggio sonoro nella sua verità fisica e processuale come il metallo dei campanacci, il sibilo del vento tra i rami, lo scricchiolio del legname che si trasforma in carbone dentro una carbonaia, il rimbalzo sordo di una pietra scagliata nell’oscurità di un abisso. Il suono diventa sostanza drammaturgica primaria, costringendo chi guarda a riattivare un senso intorpidito, a farsi corpo perituro nell'ascolto.

Questa scelta formale si lega a un’ipotesi filosofica precisa, che affonda le sue radici nella tradizione pitagorica, ovvero la permeabilità dei confini tra umano, animale, vegetale e minerale. La cinepresa di Frammartino non mette l'uomo al centro dell'inquadratura. L'essere umano perde il suo statuto di dominatore della scena e torna a essere uno dei tanti elementi che compongono il paesaggio. Un vecchio pastore, una capretta appena nata, un abete plurisecolare destinato alla festa del paese o una parete calcarea hanno esattamente lo stesso peso specifico, la stessa dignità di sguardo. I suoi piani sequenza statici, le sue panoramiche lente e misurate, non inseguono l'azione, ma attendono che il tempo si depositi sulle cose, registrando i processi lavorativi e i cicli della natura nella loro durata reale.

Ed è qui che si innesta il rapporto imprescindibile con la Calabria. Nato a Milano nel 1968 da genitori originari di Caulonia, Frammartino non affronta il territorio calabrese con l'atteggiamento del turista in cerca di esotismo o del reduce in preda alla nostalgia. Per lui la Calabria non è un fondale folcloristico, né la solita cornice geografica piegata alle esigenze della cronaca o dello stereotipo. È, al contrario, un laboratorio cosmico, una topografia dell'anima, uno spazio fisico e arcaico in cui è ancora possibile osservare le forze primordiali della vita e della materia.

Questo approccio si inserisce in una filiazione nobile ma esigente, che ha il suo antecedente diretto nel cinema documentario e osservativo di Vittorio De Seta. Come De Seta, Frammartino non applica sovrastrutture ideologiche al territorio; si mette in ascolto della cultura materiale, del sapere delle mani, della dimensione rituale del lavoro manuale. La Calabria interna, dalla fascia Ionica reggina fino agli altopiani rocciosi del Pollino, cessa di essere periferia dimenticata e diventa un teatro universale, uno specchio in cui la superficie del visibile dialoga costantemente con ciò che resta sotterraneo e invisibile.

Guardando alla sua cinematografia, questa mappa fisica e concettuale si snoda con estrema chiarezza attraverso tre tappe fondamentali. Si parte nel 2003 con “Il Dono”, girato proprio a Caulonia, dove la Calabria emerge come terra di rovine e spopolamento, un luogo in cui gli oggetti e i residui di una civiltà contadina mantengono un'ostinata presenza spirituale di fronte all'abbandono. Nel 2010 arriva “Le Quattro Volte”, ambientato tra Alessandria del Carretto e i monti dell'Alto Ionio cosentino: un sillogismo cosmico diviso tra uomo, animale, vegetale e minerale, dove la morte di un organismo è la premessa biologica e poetica per la vita di quello successivo. L'ultimo capitolo di questo percorso è “Il Buco” (2021), che ricostruisce la spedizione speleologica del 1961 all'Abisso del Bifurto nel Pollino, mettendo in parallelo il tempo immobile dei pastori in superficie con la discesa verticale degli speleologi nell'oscurità della grotta.

Durante l'incontro all'Unical, discutendo delle forme dell'accadere di fronte agli studenti, questo percorso ha trovato la sua sintesi concettuale. Non si tratta di mostrare come si fa un film, ma di spiegare come ci si dispone di fronte al mondo prima ancora di accendere la macchina da presa. Togliere l'inutile, rinunciare alla scorciatoia della spiegazione verbale, restituire al tempo la sua durata e al territorio la sua gravità. È questo il metodo con cui Michelangelo Frammartino ha trasformato la Calabria da margine geografico a centro di una riflessione universale sullo sguardo. Non una celebrazione di maniera, ma una rigorosa lezione di aderenza alla realtà dei fatti e delle cose.