C’è un’immagine che, più di ogni altra, descrive il cambio di paradigma che stiamo vivendo. Un matematico che cita i classici, un esperto di algoritmi che si batte per la "rarità del linguaggio". Gianluigi Greco, da poco Rettore dell’Università della Calabria, è l’uomo che coordina la strategia nazionale sull’IA. È, prima di tutto, il portavoce di una visione che oggi suona come una chiamata alle armi per il mondo della cultura. Qualche giorno fa ho letto una sua considerazione in cui sottolinea che “Per orientare le tecnologie è necessaria la formazione interdisciplinare". E' su queste poche ma potenti parole ho voluto provare a riflettere.

Per troppo tempo abbiamo guardato all'Intelligenza Artificiale come a un monolite freddo, un recinto chiuso per soli "addetti ai lavori". Se vogliamo, Greco ha scelto di abbattere questo muro. La sua ascesa al rettorato di Arcavacata — un campus che lui stesso ha vissuto prima come studente e poi come scienziato — segna il tramonto del tecnicismo fine a se stesso.

La tecnologia, suggerisce, non è un destino ineluttabile da subire con rassegnazione, ma è un territorio selvaggio da cartografare. E per farlo non bastano le stringhe di codice, ma servono la sensibilità del filosofo, il rigore del giurista, l'empatia dell'umanista. La sua è una scommessa sull'uomo: la convinzione che solo una mente nutrita di saperi diversi possa "tenere il guinzaglio" a un'innovazione che corre più veloce della nostra capacità di comprenderla.

In un’epoca in cui i sistemi generativi come ChatGPT producono risposte basate sulla media statistica, Greco ci lancia una sfida quasi poetica, cioè recuperare il gusto per ciò che è raro. Mentre l'IA tende a omologare il pensiero verso un "centro" prevedibile, il giovane neo Rettore esorta i suoi studenti a cercare l'eccezione, il dubbio, la sfumatura.

Orientare la tecnologia significa decidere dove il silicio deve fermarsi per lasciare spazio all'irripetibilità dell'intelletto umano. È una visione profondamente democratica, perché la consapevolezza non si compra con un aggiornamento software, ma si costruisce con lo studio critico e trasversale.

C’è qualcosa di profondamente umano nel vedere un’eccellenza restare nel proprio territorio per guidarlo verso il futuro. L'Unical di Greco vuole essere una torre d'avorio, un laboratorio a cielo aperto. Un luogo dove lo studente di informatica siede accanto a quello di lettere, di storia, di sociologia per discutere di come un algoritmo possa influenzare la giustizia sociale o la diagnosi di una malattia.

Greco ci sta dicendo che il Mezzogiorno non deve rincorrere il progresso, ma può insegnare agli altri altri come governarlo. La sua è una ricetta semplice quanto rivoluzionaria. Non basta saper costruire una macchina, bisogna saper prevedere quale mondo quella macchina andrà a creare.

Se il nostro paese vuole davvero sedersi al tavolo dei grandi nella partita globale dell'IA, deve seguire questa rotta. La tecnologia senza cultura è cieca, rischia di travolgerci. La cultura senza tecnologia è impotente e rischia di restare ai margini della storia. Gianluigi Greco è il ponte tra questi due mondi. E oggi, quel ponte attraversa il campus dell'Unical per ricordarci che, anche nell'era degli algoritmi, a fare la differenza sarà sempre la profondità del nostro sguardo.

*Documentarista