C’è una nuova frontiera della strategia militare che, a quanto pare, è stata scoperta direttamente nei dossier del governo italiano: costruire infrastrutture gigantesche che, in caso di guerra, possano essere distrutte con relativa facilità. Il caso più interessante è naturalmente quello del Ponte sullo Stretto di Messina, presentato negli ultimi mesi anche come infrastruttura strategica per la difesa nazionale. L’argomento è stato rilanciato più volte dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, secondo cui il ponte sarebbe utile anche in scenari militari. L’idea, semplificando, è che il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria faciliterebbe lo spostamento di uomini e mezzi in caso di conflitto. Un’infrastruttura logistica, insomma, utile anche alla NATO. Il tutto citando il principio europeo dell’“interesse pubblico prevalente” (IROPI), normalmente utilizzato per giustificare opere considerate essenziali.

Fin qui la teoria. Poi arriva la realtà, che ha una cattiva abitudine: fare domande scomode.

La prima è molto semplice: il ponte resisterebbe davvero a uno scenario bellico moderno? Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina prevede una struttura imponente, a dire società della Stretto di Messina, progettata per resistere a forti venti, correnti marine e, persino, a terremoti significativi in una delle zone sismiche più attive d’Europa. Ma le infrastrutture civili, anche le più sofisticate, non sono progettate per resistere a un attacco mirato. Basta guardare cosa succede oggi nei conflitti contemporanei: droni relativamente economici riescono a danneggiare raffinerie, aeroporti e ponti militari. Non servono missili balistici o bombardamenti su larga scala. A volte bastano pochi chili di esplosivo piazzati nel punto giusto.

E qui nasce il paradosso strategico.

Se davvero il ponte diventasse una infrastruttura chiave per la mobilità militare, diventerebbe automaticamente uno degli obiettivi prioritari di qualsiasi avversario. In termini militari, si chiamerebbe “target di alto valore”. In termini più semplici: il primo posto dove colpire. A quel punto il ponte non sarebbe tanto una risorsa difensiva, quanto un gigantesco bersaglio sospeso sul mare.

E se dovesse crollare? Qui la discussione diventa quasi surreale. Stiamo parlando di una struttura lunga chilometri e pesante milioni di tonnellate. La caduta in mare di una massa del genere genererebbe inevitabilmente effetti fisici importanti: onde anomale, detriti, blocco della navigazione e danni alle coste circostanti. Non esattamente un dettaglio secondario, considerando che lo Stretto è uno dei corridoi marittimi più trafficati del Mediterraneo. In altre parole, nella peggiore delle ipotesi il ponte potrebbe trasformarsi in una gigantesca arma improvvisata contro i territori che dovrebbe collegare e proteggere.

A questo punto l’ironia diventa quasi inevitabile. Nel tentativo di presentare il ponte come infrastruttura strategica per la sicurezza nazionale, si finisce per descrivere l’oggetto perfetto per una dimostrazione di vulnerabilità: un bersaglio monumentale, visibile dallo spazio, difficilmente difendibile e con effetti collaterali potenzialmente devastanti in caso di distruzione.

Altro che infrastruttura che aiuta la difesa!

Nel lessico calcistico — molto più familiare alla politica italiana, in modo da rendere più chiari concetti che altrimenti rivelarsi astrusi — si direbbe che il Ponte sullo Stretto rischia di diventare un perfetto assist al nemico.

E probabilmente anche uno dei più costosi della storia.

*Professore di Politica Economica - Università Mediterranea di Reggio Calabria