Nuove tensioni sul Ponte sullo Stretto: l’Anticorruzione solleva dubbi su gare, costi e finanziamento pubblico dell’opera. La società replica e difende la legittimità dell’iter mentre cresce lo scontro istituzionale
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Il progetto del Ponte sullo Stretto, dal valore di circa 13,5 miliardi di euro, resta al centro di un percorso ancora irto di ostacoli. L’esecutivo punta a far partire i cantieri entro la fine della legislatura, ma senza forzature, cercando una nuova delibera che possa superare i controlli della Corte dei conti.
Nel frattempo, il Ministero delle Infrastrutture, insieme alla società concessionaria e alle altre amministrazioni coinvolte, ha avviato una serie di passaggi tecnici: richiesta di parere al Consiglio superiore dei lavori pubblici, confronto con l’Autorità di regolazione dei trasporti, definizione dell’accordo di programma e interlocuzione con la Commissione europea.
Il nodo dei pareri e le osservazioni dell’Anticorruzione
La ripartenza dell’iter passa anche dal decreto “Commissari”, che ha riordinato le procedure successive, fino al passaggio in Cipess. Dopo l’audizione in Senato, l’Autorità nazionale anticorruzione ha trasmesso al Parlamento un documento di venti pagine con osservazioni dettagliate sul progetto.
Nel testo vengono richiamati dubbi già espressi in precedenza: possibili criticità rispetto alla normativa europea, perplessità sulla struttura finanziaria e osservazioni sul metodo adottato dal governo per riavviare l’opera.
La società Stretto di Messina, concessionaria del progetto, respinge le contestazioni e difende la solidità dell’impianto giuridico.
Il nodo della gara e il confronto sulle norme europee
Uno dei punti più controversi riguarda la mancata nuova gara. Secondo l’Autorità, permangono dubbi sulla compatibilità con le regole europee sugli appalti, in particolare per quanto riguarda le modifiche considerate “sostanziali” rispetto al progetto originario.
Al centro della disputa c’è anche la base di calcolo dei costi: da un lato si considera il valore iniziale dell’opera, dall’altro quello aggiornato nel 2011. Una differenza che incide sul rispetto della soglia prevista dalla direttiva europea.
La società concessionaria ribatte che gli aumenti derivano principalmente da clausole di indicizzazione già previste nei contratti originari e non da nuove lavorazioni sostanziali.
Finanziamento pubblico e struttura dell’opera: il secondo nodo
Un altro punto critico riguarda la struttura finanziaria. L’Autorità segnala che il passaggio a un finanziamento interamente pubblico rappresenta una modifica significativa rispetto all’impostazione iniziale, incidendo sull’equilibrio complessivo del progetto.
La concessionaria, invece, sostiene che la gara riguardava esclusivamente la selezione del general contractor e non un modello di partenariato pubblico-privato.
Il ruolo del Consiglio superiore e i dubbi sul metodo
Nel documento viene inoltre suggerito che il Consiglio superiore dei lavori pubblici debba esaminare l’intero progetto esecutivo e non solo la relazione tecnica, così da garantire una valutazione più completa e aggiornata dell’opera.
Critiche arrivano anche sul metodo normativo scelto: secondo l’Autorità, l’uso di un decreto-legge per recepire i rilievi della Corte dei conti non sarebbe la soluzione più appropriata, perché rischierebbe di irrigidire il quadro e aumentare il contenzioso.

