Immaginiamo, per un istante, una classe fra trent'anni. Sul banco di un ragazzo, un manuale consunto. Alla cattedra, un insegnante. Il libro aperto al capitolo: decennio degli anni 20 del 2000

Il professore dirà forse che quel primo quarto di secolo aveva ormai dismesso le illusioni della storia come progresso lineare. Dirà che l'Europa attraversava una fase di inquietudine politica, economica e sociale; che le democrazie liberali conoscevano una progressiva erosione della fiducia; che la questione climatica aveva cessato di essere una previsione per trasformarsi nella cronaca quotidiana; che il costo della vita era diventato, per milioni di persone, una categoria politica prima ancora che economica.

Poi arriverà a un paragrafo preciso: Estate 2026. Sarà curioso immaginare quale espressione utilizzeranno gli studenti quando leggeranno quelle righe.

Forse parleranno di noi come noi oggi parliamo di chi non seppe comprendere il proprio tempo mentre lo stava vivendo. È una delle ironie più severe della storia: gli uomini raramente percepiscono la dimensione storica del presente. La storia, mentre accade, assomiglia alla confusione, soltanto dopo acquista una forma, una direzione, talvolta persino un significato.

E allora proviamo a guardare questa estate con gli occhi di chi la studierà.

Al paragrafo "Estate 2026" troveranno un'Europa sottoposta a una successione di ondate di calore eccezionali, con record infranti e temperature che hanno trasformato l'estate 2026 in uno degli episodi climaticamente più estremi dell'epoca delle rilevazioni. In diversi Paesi europei il caldo ha assunto dimensioni eccezionali, mentre gli scienziati continuano a ricondurre la crescente frequenza e intensità degli episodi estremi al riscaldamento globale di origine antropica.

E proprio qui, nel libro di storia, potrebbe comparire una delle coincidenze più amare del nostro tempo.

L'estate più calda arriva insieme alla vittoria della destra più radicale.

Il 6 settembre, in Sassonia-Anhalt, l'AfD ha conquistato il 43,8 per cento dei voti, ottenendo 39 dei 83 seggi del Landtag: non abbastanza per governare da sola, ma sufficiente a consegnarle il più clamoroso risultato della propria storia e una posizione di forza inedita nella Germania del dopoguerra.

È difficile non avvertire, in questa simultaneità, una sorta di allegoria del presente. Da una parte il termometro sale. Dall'altra sale la destra radicale. E mentre la temperatura reale dell'Europa raggiunge livelli sempre più difficili da ignorare, una parte significativa dell'estrema destra europea continua a mettere in discussione la portata del cambiamento climatico, a minimizzarne l'origine antropica oppure a considerare le politiche di transizione energetica come un'imposizione ideologica piuttosto che come una risposta a una trasformazione fisica del pianeta.

In Germania, durante questa stessa estate, esponenti dell'AfD sono arrivati a descrivere come sostanzialmente normale una stagione che i dati meteorologici raccontano invece come tutt'altro che ordinaria.

Ecco il paradosso che gli studenti del futuro potrebbero trovare più difficile da spiegare.

Il cambiamento climatico non era più una previsione. Era già accaduto intorno a loro.

Era nell'aria irrespirabile delle città, nei boschi devastati dagli incendi, nella siccità, nelle temperature notturne, nelle campagne in sofferenza, nei mari sempre più caldi. Era diventato esperienza quotidiana.

Eppure, proprio mentre la realtà fisica del fenomeno diventava sempre più tangibile, una parte della politica sceglieva di combattere non le conseguenze del cambiamento climatico, bensì la sua stessa narrazione. Come se negare il termometro potesse abbassare la temperatura. Come se contestare la scienza potesse modificare la meteorologia. Come se il mondo reale fosse negoziabile attraverso un comizio. Gli studenti, forse, troveranno questa contraddizione persino più sorprendente del risultato elettorale. Perché la storia conosce molte epoche nelle quali gli uomini hanno scelto di credere a ciò che desideravano fosse vero anziché a ciò che la realtà imponeva loro di vedere.

Poi gireranno pagina. E troveranno l'Italia.

Qui troveranno Roberto Vannacci, la sua nuova formazione politica, un linguaggio nazionalista e identitario sempre più aggressivo, il richiamo alla disciplina, al dovere, alla tradizione, alla militarizzazione della società. Troveranno persino un dibattito pubblico nel quale Mario Monti ha ravvisato nella sua retorica inquietanti consonanze con lo spirito del fascismo.

Troveranno anche il dibattito giudiziario e politico sorto intorno alla nuova formazione e le accuse, respinte da Vannacci, secondo cui alcune sue posizioni potrebbero evocare la ricostituzione del disciolto partito fascista.

Non sarà necessario, allora, spiegare ai ragazzi che cosa fosse il 1926. Basterà raccontare loro la propaganda del 2026.

Perché certe parole, certe nostalgie, certe ossessioni identitarie hanno una singolare capacità di attraversare i decenni. Cambiano le uniformi, cambiano i mezzi di comunicazione, cambia persino la grammatica con cui vengono pronunciate. Ma talvolta resta intatta la tentazione di sostituire la complessità con l'ordine, il pluralismo con l'uniformità, il dissenso con la disobbedienza, la cittadinanza con l'appartenenza.

E mentre la politica discute di identità, sicurezza, confini, nazione e tradizione, il distributore di benzina diventerà un altro documento storico. Il carburante ha raggiunto livelli di prezzo come mai prima

E quanto salirà?

Questa è una domanda alla quale nessuno può rispondere seriamente con una cifra certa. Il prezzo del carburante dipende dal petrolio, dalla raffinazione, dal cambio, dalla fiscalità, dalla situazione geopolitica.

Ma forse il dato più inquietante è proprio questo: non sappiamo dove arriverà.

Potrebbe arrestarsi poco sopra i livelli attuali; potrebbe tornare indietro; potrebbe invece superare nuove soglie se la tensione geopolitica dovesse aggravarsi.

E allora immaginiamo ancora quella classe del futuro.

Il ragazzo alza la mano.

«Professore, ma nel 2026 la benzina costava davvero più di due euro?»

«Sì.»

«E il governo cosa faceva?»

Il professore potrebbe rispondere che il governo cercava di intervenire sul caro carburanti, prorogando temporaneamente il taglio delle accise sul diesel e studiando misure mirate per famiglie e categorie più esposte.

Poi il ragazzo potrebbe fare una seconda domanda.

«E il governo era popolare?»

Ed è qui che il capitolo diventerebbe interessante.

Perché nel 2026, mentre il Paese affrontava il costo della vita, la crescita stagnante, la perdita di potere d'acquisto, il prezzo dell'energia e una destra radicale che cresceva alla sua destra, qualcuno continuava ad applaudire Giorgia Meloni. E non è questo, in sé, lo scandalo.

In una democrazia si applaude chi si vuole. Si vota chi si ritiene più capace. Si difende persino un governo quando altri lo considerano fallimentare. La libertà politica comprende anche il diritto di sbagliare giudizio, se così qualcuno giudicherà domani il giudizio espresso oggi.

Il punto è un altro.

È la straordinaria capacità della politica contemporanea di trasformare la permanenza in merito, la stabilità in risultato, la durata in prova di efficacia.

Meloni ha raggiunto nel 2026 un primato politico: il suo esecutivo è diventato il più longevo della Repubblica. Ma la longevità di un governo non coincide automaticamente con la qualità del suo governo. È questa, forse, la fotografia più interessante del 2026.

Un governo può durare. Un leader può essere popolare. Un'estrema destra può conquistare quasi la metà dei voti in una regione tedesca. Il clima può infrangere record. La benzina può superare i due euro. E, contemporaneamente, una parte del Paese può continuare ad applaudire. È proprio questo che gli studenti dovranno studiare. Non soltanto gli eventi. La contraddizione. Perché la storia non è mai soltanto l'elenco delle cose accadute. È il tentativo di comprendere come sia stato possibile che accadessero tutte insieme. Forse un giorno, rileggendo l'estate del 2026, quei ragazzi proveranno persino una forma di incredulità. Si domanderanno come fosse possibile assistere contemporaneamente all'accelerazione della crisi climatica e al ritorno di una politica che prometteva soprattutto il recupero del passato; come fosse possibile parlare di futuro mentre il dibattito pubblico si nutriva così frequentemente di nostalgia; come fosse possibile invocare libertà e, nello stesso tempo, tollerare linguaggi sempre più insofferenti verso la libertà altrui.

E forse il professore chiuderà il libro. Dirà loro che il 2026 non fu l'anno in cui tutto cambiò. Sarebbe troppo facile. Fu, piuttosto, l'anno nel quale molte cose che sembravano impossibili cominciarono a sembrare normali. Il caldo eccezionale. Il linguaggio della forza. La nostalgia identitaria. La politica ridotta a tifoseria. L'applauso scambiato per consenso. Il consenso scambiato per verità. E persino la contraddizione suprema di un'epoca: un pianeta che si surriscaldava davanti agli occhi di tutti e una parte della politica che continuava a comportarsi come se il problema fosse soltanto convincere gli altri che quel calore non esistesse. Ed è questa la ragione per cui il 2026 meriterà di essere studiato. Non perché sia stato necessariamente l'inizio della fine. Bensì perché potrebbe essere ricordato come uno di quegli anni nei quali una società, senza accorgersene fino in fondo, cominciò a considerare ordinario ciò che soltanto pochi anni prima avrebbe ritenuto intollerabile. La storia, del resto, non avverte mai quando sta diventando storia. Accade. E noi, quasi sempre, applaudiamo, protestiamo, votiamo, ci indigniamo, facciamo il pieno alla macchina, accendiamo l'aria condizionata e torniamo a casa. Senza sapere che, qualche decennio dopo, qualcuno leggerà proprio queste nostre giornate su una pagina di manuale. E forse si domanderà una cosa soltanto: «Ma loro, nel 2026, se ne erano accorti?»