Per il Consigliere Nazionale Forense «Chiunque provi a dividere i cittadini tra elettori accettabili e votanti sospetti sta introducendo pericolosamente temi populisti che rischiano di condizionare gravemente la democrazia»
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«Quello che dichiara Gratteri e ciò che poi introduce l'avvocato Li Gotti sono temi pericolosi per la democrazia. C’è infatti chi prova a cavarsela con un trucco da aula scolastica: “attenzione, non ha detto tutti, ha detto alcuni; non ha accusato gli elettori, ha solo descritto categorie”. È una scorciatoia comoda, ma falsa. Perché qui il problema non è la sintassi: è l’uso politico della toga e l’effetto che quelle parole producono nel Paese». Così l'avvocato Antonello Talerico Consigliere Nazionale Forense.
«Il punto è semplice e brutalmente chiaro - sottolinea -: quando un Procuratore della Repubblica afferma che al referendum “per il No voteranno le persone perbene” e che “per il Sì voteranno indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere”, sta attribuendo una patente morale al voto. Sta dividendo gli italiani in puri e impuri, in “perbene” e “sospetti”. Non è un’analisi sociologica: è una scomunica civile. E qui la replica di Luigi Li Gotti, per quanto colta e radicata nella conoscenza della Calabria, finisce per essere un cerotto su una frattura: sostiene che il problema sarebbe l’“incapacità” del Ministro Nordio di “cogliere il soggetto della frase”, e che Gratteri si riferisse a categorie e a una realtà territoriale specifica. Ma anche ammesso che l’intenzione fosse quella, l’effetto resta identico: si insinua che chi vota Sì lo faccia perché appartiene — o è funzionale — a un blocco torbido di potere».
«E questo, in democrazia, è tossico. Le Camere Penali (UCPI) - prosegue Talerico - lo hanno detto senza giri di parole: così si finisce per ridurre milioni di cittadini a “categoria di sospetti” e per dipingerli come moralmente indegni solo per la scelta di voto. È una torsione culturale gravissima, perché calpesta la presunzione di innocenza e avvelena il confronto pubblico: invece di discutere la riforma nel merito, si fa passare l’idea che il “Sì” sia la casacca dei reprobi. Quella di Gratteri e Li Gotti non è “un’opinione”, è una forma di anatema; non è partecipazione al dibattito, è predica morale che scivola nella scomunica. Tradotto: non si argomenta più, si etichetta. E soprattutto: chi entra nel dibattito pubblico deve accettare il confronto anche duro, senza trasformare ogni critica in lesa maestà».
«Se davvero poi si vuole parlare di Calabria, di “massomafia”, di intrecci oscuri, lo si faccia con gli strumenti corretti - conclude - : indagini, processi, sentenze. Più facile invece diventa sporcare il voto e delegittimare l’elettore. Il referendum si discute nel merito. Non distribuendo “patenti di perbene” a seconda della scheda che scegli. Chiunque provi a dividere i cittadini tra elettori accettabili e votanti sospetti sta introducendo pericolosamente temi populisti che rischiano tra l'altro di condizionare gravemente la democrazia attraverso un voto inficiato da false affermazioni».

