Tra i più importanti penalisti calabresi, il legale ritiene necessaria la riforma per garantire un giudice realmente terzo, rafforzare il giusto processo e tutelare i cittadini: «Nessun rischio per l’indipendenza della magistratura»
Tutti gli articoli di Attualità
PHOTO
Verso il referendum fra mille polemiche. Quando si toccano i temi della giustizia in Italia, il confronto diventa sempre più aspro, mai come questa volta. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati si svolgerà il 22 e 23 marzo. Oggi sentiamo le argomentazioni di uno dei più importanti e apprezzati penalisti calabresi: l’avvocato Vincenzo Belvedere.
In termini concreti, cosa cambierebbe nel processo penale con la separazione delle carriere?
Cambia l’approccio del giudice al tema della prova, che è il fulcro del processo penale. Ai molti cittadini che si occupano di altro nella vita può non apparire immediato il cambiamento, che noi avvocati avvertiamo come necessario da oltre 30 anni ormai.
La separazione rafforzerebbe davvero il principio del “giusto processo” previsto dall’articolo 111 della Costituzione?
Indubbiamente lo rafforza. Si pensi che possa definirsi “giusto”, quindi costituzionalmente orientato e ispirato, solo un processo celebrato davanti a un giudice terzo e imparziale, come recita il secondo comma dell’articolo 111 della Costituzione. Con un pubblico ministero collega dello stesso giudice, che ha superato lo stesso concorso, partecipa del medesimo CSM e si iscrive alla stessa Associazione Nazionale Magistrati, suddivisa in correnti ideologiche o politiche, è difficile immaginare quanto quel giudice possa apparire terzo prima ancora di esserlo.
Basterebbe questa considerazione per far desistere da un voto contrario coloro che, purtroppo, sono orientati da una propaganda distorta di taluni magistrati e di forze politiche contrarie al governo in carica. Piuttosto che valutare i contenuti di una riforma attesa da molti anni, la politica tenta di far muro contro muro, dimenticando che si parla di giustizia e non di tasse, welfare o altri temi propri della politica.
Oggi il pubblico ministero è parte o è organo imparziale? La riforma modificherebbe questa natura?
È parte, non imparziale. Anche dopo la riforma continuerà a rimanerlo. Non bisogna illudersi che diventi parte “illuminata” o addirittura giudice con la sensibilità propria della formazione della prova, che deve avvenire in dibattimento con la presenza della difesa.
La riforma non è contro i pm, come sostengono alcuni oppositori: è una riforma che libera il giudice, quanto più possibile, dal condizionamento del pm. È una riforma a favore dei giudici e, quindi, di tutti i cittadini sottoposti al loro giudizio.
Quali sarebbero le conseguenze sull’indipendenza della magistratura? Esiste il rischio di un pm più esposto al potere politico?
Non esiste alcun rischio. Lo può sostenere solo chi è in mala fede o chi non ha letto il nuovo articolo 104 della Costituzione, che sancisce in modo chiaro: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”. Più chiaro di così non si può.
In diversi Paesi le carriere sono già separate: il modello italiano è un’eccezione?
Sì. Nei Paesi civili e nelle democrazie liberali, come in tutta l’Europa democratica, le carriere e le funzioni dei magistrati sono ben separate. Arriviamo ultimi, ma meglio tardi che mai. Nei regimi dittatoriali o oscurantisti, invece, i due organi restano uniti, per essere più facilmente controllati dai poteri politici. La resistenza ideologica e politica in Italia, in questo caso, è davvero triste e mistificatoria.
La riforma inciderebbe sui tempi della giustizia o è un tema del tutto distinto?
Sono temi distinti. La velocizzazione o il rallentamento dei processi dipendono soprattutto dai tempi delle indagini preliminari, più che da quelli del dibattimento. Ci sono fisiologie temporali che non possono essere compresse. Il processo penale non è una corsa: si deve arrivare in tempi ragionevoli, ma senza comprimere il diritto alla prova, che spetta sia al pm sia alla difesa.
Dal punto di vista delle garanzie per l’imputato, quali sarebbero i vantaggi e quali le criticità?
Criticità non ve ne saranno per le garanzie dell’imputato. I vantaggi consistono nell’avere davanti un giudice che sia terzo e appaia tale. Il sentimento peggiore per chi è sottoposto a processo è la percezione di una possibile vicinanza tra pm e giudice. Anche i migliori pm e giudici non sempre riescono a superare questa percezione. La riforma introduce norme di rango costituzionale che riportano il nostro ordinamento a un panorama più civile e allineato agli standard europei.
Separare le carriere significa cambiare anche il CSM, con l’introduzione del sorteggio. Può funzionare un sistema così?
Funzionerà benissimo, allontanando le nomine dalle correnti che finora hanno condizionato i vertici dei pm e dei giudici. Chi ha vissuto queste nomine sa che non sempre i meriti contano, ma prevalgono pressioni e condizionamenti. Prima di una battaglia ideologica, i sostenitori del no farebbero bene a rileggere le testimonianze dirette di protagonisti di queste vicende, che spesso sono state dimenticate o relegati nell’oblio.
È una riforma che rafforza la fiducia dei cittadini nella giustizia oppure rischia di polarizzare ulteriormente il sistema?
Rafforzerà la fiducia nella giustizia e nella tripartizione tra pm, giudici e avvocati.
Se dovesse spiegare a un cittadino indeciso perché votare sì, quali sarebbero le due argomentazioni principali?
Il cittadino indeciso dovrebbe pensare che potrebbe essere indagato, per qualsiasi motivo, anche minimo, e vorrebbe trovarsi davanti a un giudice terzo e imparziale. Dopo la riforma lo troverà, perché la Costituzione lo sancisce chiaramente. Prima della riforma, invece, bisognava sperare che il giudice non fosse condizionato da avanzamenti di carriera, assegnazioni di nuove sedi o funzioni apicali. Anche il miglior giudice può essere influenzato dal collega pm. La seconda argomentazione è quasi superflua, vista la forza della prima.



